Una sola domanda, al bar e dal barbiere: "E mo' che farà er pupone?"

Con l’ultimo pallone toccato da Totti in un match di campionato “finisce la nostra immaturità e se ne va l’ultimo baluardo della nostra giovinezza”

Una sola domanda, al bar e dal barbiere: "E mo' che farà er pupone?"

Uno vorrebbe scrivere un pezzo distaccato, cercando voci se non proprio critiche almeno discordanti dall’elogio collettivo romanesco a Francesco Totti. Se non altro per togliere quell’aria un po’ funebre che le celebrazioni hanno preso, arrivando fino a un titolo sbirciato da qualche parte in cui si diceva che il ritiro del numero 10 “lascia un grande vuoto”. Uno vorrebbe ma non ci riesce. Perché in testa gli ronza il ricordo di un simil quarantenne, proprio la fatale (daje con le parole da scongiuri) età tottiana, che seduto su una panchina vicino al mercato di Testaccio guardava e riguardava le strazianti (aridaje) scene dell’Olimpico e a ogni riguardata piangeva e ripiangeva. La moglie, più intenta a osservare i prodotti sui banchi, cercava ogni tanto di distoglierlo o forse semplicemente di recuperare due braccia strappate alla spesa, ma lui ci ricascava. Dito sulla freccetta verso destra, il video riparte, e subito sono canzoni, cori, voce spezzata, pupone stranamente spaesato, a casa sua, sul prato dell’Olimpico, eppure come se fosse in un posto mai visto. Al momento dello statemi vicino, ho paura, ripartiva la lacrima, e anche la signora si allontanava e si rituffava nelle trattative sulla verdura. E altri occhi, visti da osservatore neutrale, erano lucidi di un pianto appena interrotto e appartenevano a un ventiseienne. Lì a consolare si provava sua madre. Prima con amorosa comprensione e poi con una punta di ruvidezza, quasi blasfema, “ma che te piangi, quello lì sta una meraviglia, ha tutto e ha avuto tante soddisfazioni”. “Ma no mamma, non piango per lui, piango per noi”, e riattaccava, pure lui incollato alla ripetizione del video.

 

Giovani o quasi quarantenni che invece sanno di rappresentare qualcosa, perché magari vicini al giro dello spettacolo, intellettuali di qualche categoria, li si riconosce nelle strade e nei pressi degli aperitivi. Sembra che si siano passati la voce, la linea ufficiale da tenere riguardo al dramma del distacco è, guarda caso, letteraria. Un romanzo di formazione, un rito di passaggio, la linea d’ombra, il film Fandango (ma poi più o meno lo stesso film lo rifanno ogni anno, cambiando qualche elemento) o lo scioglimento dei Beatles, siamo da quelle parti, e così si può sentir dire che finisce l’ultimo appiglio con un’età di innocenza, di illusioni bonarie e di slancio corale. E si incrocia la giovane attrice che segna un prima e un dopo, spiegando che con l’ultimo pallone toccato da Totti in un match di campionato “finisce la nostra immaturità e se ne va l’ultimo baluardo della nostra giovinezza”. Allora uno si chiede se sono gli sceneggiatori italiani a parlare così o se sono gli attori o se, per un ineffabile caso, le due categorie si siano trovate proprio perché in entrambe si parlava così. Ma c’è anche da affrontare il merito della questione. L’immaturità fa film italiano come concetto e porta in un eterno mondo liceale. Il pupone poi, per definizione, è addirittura pre-liceo (e la sua icona più grande che si conosca ricopre, come gigantesca pittura murale, il muro esterno della scuola vicino a Porta Metronia frequentata dal campione).

 

L’immaturità diventa estrema, quasi rifiuto di prendere in considerazione le cose della vita. Insomma l’orrore di Peter Pan e o del Piccolo Principe, le letture liceali appunto che vorrebbero (e ci riescono) catturare Totti e tenerlo prigioniero del core de sta città. E chi la butta meno sull’intellettuale passa ai fatti riguardo all’imprigionare. Totti non se ne va, ti garantiscono i ragazzi con capelli corti scalati e frequenza quotidiana nella swinging Ponte Milvio. “Non se ne va” lo dicono più da guardiani che da osservatori. E aggiungono che se nessuno metterà più la maglia col numero 10, Totti non metterà altre maglie al di fuori di quella della AS Roma. Più che un bene comune, come va nella definizione dominante e banalizzante delle cose cui si tiene, siamo a una specie di bene privato collettivo, una nuova categoria del concetto di proprietà. Totti resta qui, ti spiegano quei ragazzi e quelle ragazze, perché non lascia la sua squadra e i suoi tifosi, anche se non gioca. Girando ancora per la città, siamo nella zona del centro impastato di politica e di chiacchiericcio ai margini del potere, trovi i bar con quelli informati.

 

“A quanto ne so - è l’attacco fatto con prudenza di parole ma con convinzione nel tono - c’è stata un’offerta del presidente James Pallotta con cui si prospettava per Totti un periodo americano, ancora un po’ di calcio giocato, che tanto col calciatore americano medio anche a 42 o 43 anni Totti è non semplicemente competitivo ma proprio superiore, un po’ di esperienza internazionale e magari l’apprendimento dell’inglese, e poi un ritorno in grande stile, subito cooptato alla vicepresidenza, sempre che regga a lungo il controllo dell’investitore americano sulla squadra”. Insomma una specie di master all’estero, con qualche battuta aggiunta sul dominio dell’inglese con cui eventualmente superare anche le capacità espressive in italiano. Ma poi anche il nostro informato frequentatore di bar e di politica ci dice che chissà, magari quella proposta di Pallotta è finita in un nulla, e che però prima c’era il problema Spalletti e ora invece non c’è più. Pochissimi comunque provano perfino non a immaginare ma anche solo a evocare un Totti che va via, che comincia una nuova vita. “Sì c’ha ste offerte da quelli di Dubai e dai cinesi ma rovinerebbe tutta una carriera”, e ma- gli chiediamo- questa estate? Sarà la prima lunga per lui senza necessità di rientrare per convocazioni e ritiri e poi pensate a quel fischio d’inizio campionato, o per la precisione nei preliminari di champions league, in cui non sarà neppure in panchina, neppure in rosa. Ti guardano e cogli allora veramente, non posata, non recitata, una punta di paura. “Alla prima secondo me starà comunque in tribuna”, ci viene detto con accento romano volutamente pesante per coprire la commozione. “E quello sarà il segno che vorrà restare con la squadra anche dopo”.

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