Cinesi a San Siro

Cosa può accadere adesso allo stadio di Milano. Ipotesi di proprietà e trattativa d’affitto

Cinesi a San Siro

Foto LaPresse

Finalmente tutti cinesi. In città non si parla d’altro che del raggiunto closing del Milan, in tempo per l’ora di pranzo fuso di Nanchino del derby di sabato. Poi, dai prossimi giorni, si comincerà, e forse finalmente in modo più fattivo, a discutere dell’altra grande questione inerente al derby: non l’ora, ma “dove”. La leggenda del nuovo stadio di proprietà per almeno una delle due squadre milanesi è antica: data, per limitarsi a epoche non geologiche, dal 2012, quando fu Massimo Moratti a cavare dal cilindro il progetto. Si parlò di imitare, in quel di San Donato Milanese, la Friends Arena di Solna, in Svezia, e spuntò fuori anche un possibile socio, già cinese: la società costruttrice China Railway. Tutto s’arenò, soprattutto perché il Comune, proprietario del Meazza, non ha mai voluto saperne di perdere i suoi affittuari. Anche in precedenza dalla vulcanica società nerazzurra erano sortiti sogni e progetti. Per uno stadio sull’area Perrucchetti, un altro a Pioltello. Risposta sempre negativa (a un certo punto sembrò che Pisapia volesse proporre ai due club, se proprio volevano uno stadio, di costruirlo sull’area dell’Expo, dopo il 2017). Nel 2015 l’assessore Chiara Bisconti aveva addirittura ipotizzato la vendita del Meazza per una cifra di cento milioni (50 per squadra): Una boutade. Ma a quel tempo, Moratti sperava di averlo già pronto, entro il 2017, il suo nuovo stadio. Poi, con la presidenza Thohir e in seguito cinese, l’Inter ha puntato sull’idea di rifare San Siro e di tenerselo tutto, o perfino di condividerlo: ma con criteri e strutture completamente diverse.

 

Ieri Bobo Maroni, governatore lombardo di fede milanista, commentando il closing, ha detto anche: “Spero ripensino allo stadio al Portello”. Affermazione bizzarra, perché la storia è nota. Nel 2013 il Milan di Berlusconi (di Barbara Berlusconi, per la precisione) lanciò il progetto per uno stadio tutto suo, con centri commerciali alberghi e ristoranti (fu scomodata la società che aveva costruito l’Allianz Arena) nell’area di proprietà della Fondazione Fiera (Regione, e in parte Comune). Progetto tecnicamente improbabile (bonifica difficile, falda troppo alta) e mai piaciuto manco al Cav., ma si andò avanti. Nel 2015 il Milan vinse il concorso a bando della Fiera, sembrava fatta, e invece il Milan – anche dopo una dura opposizione della Giunta Pisapia in nome della difesa benecomunista dello “stadio di tutti” – rinunciò. Finì con una richiesta di penale da 20 milioni da parte di Fondazione Fiera. Nel marzo scorso tutto s’è chiuso con una “conciliazione amichevole”, e una transazione di 5 milioni di euro da parte del Milan.

In attesa del closing sino-rossonero, l’Inter di Suning non è stata ferma, mentre il Comune tirava un sospiro di sollievo. Il patron Zhang Jindong ha fatto sapere di avere disponibilità per tornare sull’opzione stadio di proprietà. Ma poiché è un realista, ha più volte confermato, negli ultimi mesi, la decisione di rimanere a San Siro, in cambio della rapida approvazione dei progetti di ammodernamento. Si è parlato di un budget di 130 milioni messi a disposizione. La coabitazione resta d’obbligo, c’è una convenzione con le società fino al 2030. Romperla si può, ma ha un prezzo. D’altra parte il comune respirava, perché nel frattempo c’è da rinnovare il contratto d’affitto. Senza il quale il Comune si troverebbe con un buco da undici milioni all’anno. E’ in corso in questi giorni la complicata trattativa per il rinnovo. Segue da vicinissimo la vicenda l’assessore al Bilancio Roberto Tasca, consapevole di non potersi ritrovare – né ora né possibilmente mai, con una struttura come il Meazza vuota e trasformata in puro ed esorbitante costo di manutenzione. Per cui si tratta, per il tramite dell’assessore allo Sport, Roberta Guaineri.

 

Uno dei punti del contendere è questo. Nel contratto scaduto il 31 dicembre scorso, costruito tenendo conto dei lavori necessari per aggiudicarsi la finale 2016 di Champions, il 70 per cento dell’affitto veniva scomputato in quota lavori effettuati dalle società. Ora il Comune vuole rivedere la percentuale, e Guaineri fa sapere che ad esempio “potremmo non riconoscere lavori come gli Sky Box (le strutture con bar-ristoranti vista campo affittate agli sponsor, ndr) perché portano profitti”. Un po’ difficile far digerire al Consiglio comunale (è la linea di pensiero di Tasca) che mentre si mette una tassa per l’iscrizione alle scuole materne si riconoscano ai nuovi padroni del calcio “sconti” per le tribunette vip. Guaineri, quantomeno, vorrebbe imporre ai club di “realizzare le pedane per i disabili”.

 

Previdente, Beppe Sala fa sapere che per il futuro vorrebbe uno stadio condiviso, ma in grado di “cambiare colori” per ogni gara e con spazi commerciali “di proprietà” esterni. “Vicino alle esigenze delle due squadre”. Ma ora che Zhang Jindong, l’industriale di Nanchino, potrà finalmente trattare da pari a pari con Yonghong Li, il broker di Guangdong, probabilmente in una lingua sconosciuta all’assessore Guaineri, forse non si limiteranno a parlare di Sky Box e strutture per disabili. I soldi sono arrivati. Le idee seguiranno.

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