La disfatta dei sovranismi

Sovranismo sindacale, sovranismo protezionista, sovranismo monetario: fine della fuffa. I dati su export e produzione industriale ci dicono che i paesi ripartono seguendo l’agenda Draghi, non quella Camusso. Storia di tre bolle che si sgonfiano

La disfatta dei sovranismi

Matteo Salvini e Marine Le Pen (foto LaPresse)

Bum. Tra le grandi bolle esplose nel corso del 2017, e in particolare nel corso di quest’estate, ce ne sono tre, tutte molto importanti, alle quali non si può non pensare ragionando su alcuni numeri registrati negli ultimi giorni. Il primo numero (Istat) è quello arrivato ieri, che fotografa l’andamento della produzione industriale italiana: rispetto al primo trimestre del 2017, il secondo trimestre 2017 ha fatto segnare un aumento dell’1,1 per cento, mentre rispetto ai valori annuali la produzione industriale è aumentata del 5,3 per cento. Non male. Il secondo numero è quello arrivato qualche giorno fa (ancora Istat) e riguarda l’incremento delle esportazioni italiane nei paesi extra Ue: più 8,2 per cento rispetto al giugno 2016, più 9,1 per cento rispetto allo stesso semestre dello scorso anno. Non male. Il terzo numero è quello arrivato poche settimane fa (dati Ernst & Young) e riguarda l’incremento degli investimenti esteri registrato in Italia nel 2016: più 62 per cento rispetto al 2015. Non male. Questi tre dati, che forse meglio di altri fotografano la buona salute dell’economia italiana, ci dicono molte cose. Ma ce ne dicono alcune in particolare, che forse vale la pena passare in rassegna.

 

I dati sulla produzione industriale ci dicono che il sovranismo sindacale, di cui i partiti populisti sono i portabandiera ufficiali, non funziona e non ha ragione di poter funzionare. Mentre, al contrario, tutte quelle politiche che tentano di non combattere la ricchezza ma che provano a scommettere sulle energie delle imprese (meno Ires, meno Irap, più super ammortamenti, più flessibilità sul lavoro) funzionano molto bene e spesso portano buoni risultati.

 

I dati sugli investimenti esteri, invece, ci dicono che il sovranismo protezionista non funziona, e non ha ragione di poter funzionare, e ci dicono che un paese come l’Italia ha buone possibilità di crescere non se si trincererà nella chiusura, ma se al contrario sceglie di offrire ai campioni della sua economia gli strumenti necessari per competere all’interno del mercato globale.

 

I dati sulle esportazioni, infine, ci permettono di aprire un capitolo ulteriore al centro del quale si trova un altro fronte politico che solo fino a qualche mese fa pascolava per l’Europa dicendo infinite fesserie sull’euro. L’internazionale anti euro – di fronte ai dati sulla crescita europea sempre più positivi, di fronte ai dati sull’occupazione europea sempre più incoraggianti, di fronte ai tassi di cambio sempre più bassi e sempre più invitanti per le imprese e per le famiglie europee – si trova oggi in una situazione molto complicata da gestire e nessuno avrebbe il coraggio di dire ad alta voce, e forse neppure di pensarlo, quello che goffamente predisse il premio Nobel Paul Krugman nel maggio del 2012, quando sostenne che la fine dell’Euro sarebbe stata solo “questione di mesi” (“And we’re talking about months, not years, for this to play out”). Evidentemente nulla di tutto questo è successo. Chi si trova in Europa si trova in buona salute e persino la Grecia ha cominciato a presentare segnali incoraggianti (il 25 luglio l’asta dei bond di Atene, la prima dal 2014, è stata un successo, e la Grecia è riuscita ad assegnare titoli a cinque anni per un valore di tre miliardi di euro). Chi ha scelto di uscire fuori dall’Europa si trova in una salute inferiore rispetto a quella in cui si trovava quando era parte dell’Europa (dopo la Brexit, la stima della crescita della Gran Bretagna è stata ridotta di 0,3 punti percentuali, mentre gran parte dei paesi europei ha registrato una correzione di segno opposto). E al contrario di quello che sosteneva Krugman, la verità è che l’euro si rafforza di giorno in giorno. Si rafforza non solo sul dollaro (che oggi rispetto all’euro vale circa il 12 per cento in meno rispetto all’inizio dell’anno) ma anche sul franco svizzero, che in queste ore si trova a un tasso di cambio sempre più basso (1,14) non lontano rispetto a quello che era in vigore nel 2014 (1,20) – un dato che, come ha notato due giorni fa il Wall Street Journal, segnala che gli investitori non considerano più una necessità aggrapparsi a un bene rifugio come poteva essere il franco svizzero e che certifica che l’euro è un investimento sempre più forte e sempre più conveniente. Per il partito anti euro, come è evidente, non è un momento facile e le performance dell’economia europea (che in termini di prodotto interno lordo cresce a una velocità superiore rispetto a quella americana) hanno generato i risultati che sappiamo. In Europa, come è noto, tutti i partiti che si sono schierati a favore dell’uscita dall’euro sono stati abbattuti dal principio di realtà che si è regolarmente affermato in ogni tornata elettorale. 

 

La campagna anti euro di Marine Le Pen ha contribuito ad affossare la corsa del Front national e pochi giorni dopo la vittoria di Macron è stato lo stesso partito della Le Pen ad ammettere che l’uscita dall’euro non sarebbe stata più una priorità per il Front national. E anche in Italia la scena di fronte alla quale oggi ci troviamo sembra essere piuttosto chiara. Il Movimento 5 stelle, anche se sul suo blog ha ancora una sezione dedicata al referendum per l’uscita dall’euro, sull’euro ha scelto di inserire la modalità Antani e ha scelto di scommettere tutto su un’altra “emergenza”: quella dei migranti. La stessa Lega Nord, che pure sulla battaglia anti euro ha costruito buona parte della sua ridotta constituency elettorale, oggi sul tema è molto più timida e non è un caso che Silvio Berlusconi vada in giro a dire che Matteo Salvini in realtà non ha alcuna intenzione di uscire dall’euro.

 

Rispetto all’estate del 2016, dunque, l’Italia ha qualche certezza in più e qualche bolla in meno con cui fare i conti. Investire sulla globalizzazione, archiviando dunque la retorica vuota del protezionismo economico, non è più un rischio politico, ma è una necessità cruciale per far crescere un paese e sgonfiare la bolla del sovranismo protezionista. Investire sui benefici prodotti dall’euro, archiviando dunque la retorica vuota e inutile del “è tutta colpa dell’Europa”, non è più un azzardo morale, ma è una necessità cruciale per far muovere un paese e sgonfiare la bolla del sovranismo monetario. Investire sulla ricchezza prodotta dalle imprese, archiviando dunque la retorica vuota dell’egualitarismo assistenzialista, non è un’eresia culturale, ma è una necessita cruciale per sbloccare un paese e liberarlo progressivamente dalle ganasce del sovranismo sindacale. Le bolle si stanno sgonfiando. L’Italia si sta rimettendo in moto. Se ne stanno accorgendo tutti i giornali del mondo. Se ne è accorto ieri Bloomberg (“Italian industrial output accelerated in June, pointing to a possible stronger-than-expected economic recovery”). Se ne è accorto due giorni fa il Financial Times (“Italy hopes for best economic confidence boost since crisis”). Se ne è accorto qualche giorno fa Quartz (“Italy is the best performing stock market in the G7 so far this year”). Se ne è accorto qualche settimana fa anche il Wall Street Journal (“Italy, long the source of worries about European instability, might finally be aiding the Continent’s recovery”). Il messaggio è chiaro ed è evidente. Le economie ripartono seguendo più l’agenda Draghi che l’agenda Camusso. E per sbloccare davvero un paese, più che inseguirlo, il sovranismo è meglio combatterlo.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    10 Agosto 2017 - 15:03

    Altri dati Istat (omessi): rispetto al mese precedente, a giugno 2017 si registra una diminuzione sia per le importazioni (-2,9%) sia per le esportazioni (-1,0%); il calo congiunturale dell'export è determinato dalla flessione delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-1,5%) sia, in misura minore, verso l'area Ue (-0,5%); tutti i raggruppamenti principali di industrie sono in diminuzione, a eccezione dell'energia (+3,5%); nel trimestre aprile-giugno 2017, rispetto al trimestre precedente, l'aumento dell'export (+0,6%) coinvolge esclusivamente l'area Ue (+2,3%), mentre l'area extra Ue risulta in diminuzione (-1,4%); nello stesso periodo le importazioni registrano una crescita superiore a quella delle esportazioni (+0,9%). E ci sarebbe molto altro. Un politico può prendere da una fonte solo i dati che servono a sostenere la propria tesi (il direttore ci sta dando un indizio?), non un giornalista ritenuto obiettivo. Vedremo comunque quando cesserà il quantitative easing.

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  • luigi.desa

    10 Agosto 2017 - 14:02

    Una volta il sovranismo predicato da un capo di stato o chi per lui era definito sciovinismo e Macron chiotto chiotto è tornato alla vecchia menata della grandeur franzè

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  • luigi.desa

    10 Agosto 2017 - 14:02

    Sono fuori tema anch'io. La battaglia per la separazione delle carriere è da oltre mezzo secolo e forse più invocata ad alta voce da importanti giuristi dalle camere penale e dai pannelliani e in Italia i progressisti stanno ottenendo tutto -trampò anche il matrimonio tra un essere umano e un cammello- ma con pm e giudici il divorzio non marcia. E' tutta una ammuina . Camere penali e magistrati sono una grande famiglia per separare le carriere dei magistrati prima bisogna separare gli interessi comuni tra camere penali e magistrati . " Dottore ho bisogno di un rinvio...." . " Vabbè ci vediamo quest'altro anno". "Mi saluti sua madre" ."Grazie ci vediamo al club per il solito bridge".

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    10 Agosto 2017 - 13:01

    "La disfatta dei sovranismi"?Ma non lo vede?"Morta"una Le Pen si fà un Macron con cosorte a la brioche (richiesta di argent de poche). In ogni nazione al mondo c'è un sovrano: lo chiami monsieur/madame le president, the president, bundeskanzler, con i rispettivi parlamenti. Di Luigi + numero non si hanno tracce, Elizabeth +numero è portavoce del suo sovrano cancelliere. Ci sono solo "numeri 1" eletti (o nominati eh eh): il problema si crea quando il numero 1 è un numero 0: non è il ruolo che conta ma la competenza politica che lo "veste"; per tutti gli altri "sovrani" seguendo il suo discorso (come ruolo, dall'editore di giornali, al presidente BCE) vale lo stesso principio.Tra l'altro di ciò che ha"dettato"il sovrano Draghi, da molti anni a questa parte è stato fatto ben poco nelle strutture profonde e nei comportamenti politici tra i governi che si sono succeduti approfittando del Q.E. Es."futuro sovrano"mr.Calenda(che apprezzo)in relazione al+5.3% non può dire "a causa di Ind.4.0"

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