Mappa ragionata di tutti i fallimenti delle sinistre europee

Solo il Partito democratico italiano tiene, scrive il Monde. Perché? C’è rinnovamento, di persone e di idee

Mappa ragionata di tutti i fallimenti delle sinistre europee

Foto LaPresse

Roma. E’ il modello italiano del Partito democratico di Matteo Renzi l’unico esempio di successo che resta per una sinistra europea di cui l’ultimo disastro del Partito socialista francese dimostra la crisi profonda: così scrive il Monde, in una dettagliata analisi secondo cui, appunto, “il rovescio storico del Ps alle legislative si iscrive in un netto calo dei socialisti europei”. “Con il 9,51 per cento dei suffragi espressi al primo turno, il Partito socialista ha registrato un risultato storicamente basso, che non è senza paralleli con le sconfitte dei vicini”. “La caduta del Psoe spagnolo”, “la discesa agli inferi del Pasok greco”, “in Germania l’Spd che non domina più”, “il momento di stasi del Labour britannico”, sono i quattro passi corredati da grafici in cui si articola il discorso su “la sinistra moderata” che “perde terreno in Europa”, prima di arrivare sul finale all’unica nota di luce: “In Italia, il Partito democratico tiene”. Secondo Eva Mignot, l’autrice dell’articolo, “l’ascesa progressiva della formazione protestataria di Beppe Grillo, il Movimento 5 stelle, potrebbe essere il segnale annunciatore della sconfitta del centrosinistra italiano. Ma, fino a ora, nessuno scrutinio nazionale convalida una tale ipotesi. Il Partito democratico, l’equivalente del Partito socialista francese, d’altronde, alle elezioni legislative del 2013 era la prima formazione alla Camera con 292 seggi (su 630) grazie alla sua alleanza col partito Sinistra, ecologia e libertà”.

 

Il Monde esagera nel parlare di crollo della sinistra europea? In realtà, limitandosi a questi soli sei paesi è perfino troppo ottimista. In effetti, tra gli esempi citati solo il tracollo del Pasok è davvero comparabile a quello del Ps: due casi di partiti che passano dal primo posto alla marginalità. Come osserva Eva Mignot, con il 6,35 per cento ottenuto da Benoît Hamon al primo turno presidenziale, e il 9,51 del primo turno legislativo, i socialisti francesi sono al minimo da quando il partito fu rifondato col congresso di d’Issy-les-Moulineaux dell’11-13 luglio 1969. Rifondazione avvenuta a sei settimane di distanza da quel disastroso 5,01 per cento con cui il primo giugno 1969 la candidatura di Gaston Defferre aveva affondato la storica sigla della Sfio, la Sezione francese dell’Internazionale operaia fondata nel 1905 dal “Turati francese” Jean Jaurés. In confronto, apparirebbero come dei successi il 17,4 per cento delle politiche del 1993 e il 16,18 con cui nel 2002 Lionel Jospin mancò il ballottaggio presidenziale, e che erano stati i punti più bassi della traiettoria precedente. Il dato presidenziale di Hamon è allineato con il 6,3 per cento ottenuto dal Movimento socialista panellenico nel settembre del 2015, e che è pure una timida ripresa rispetto al 4,7 del gennaio precedente – poco più di un decimo del 43,92 per cento ottenuto nel 2009. La differenza è che l’elettorato del Pasok se n’è andato a sinistra, verso la Syriza di Tsipras. L’elettorato del Ps, scegliendo Macron, sembra invece essersi spostato in massa verso posizioni più centriste e liberali.

 

Quanto al Psoe, è vero che “continua la sua caduta”, e ha dimezzato i seggi in nove anni: da 169 deputati a 82. Però resta ancora il secondo partito, sia pure impegnato in un duro testa a testa con Podemos. Secondo partito resta pure la Spd, anche se le ultime elezioni regionali hanno segnalato scricchiolii allarmanti: anche qui, però, da comparare con la situazione di vent’anni fa, quando con Schröder i socialdemocratici sembravano aver acquisito un ruolo di partito dominante. E’ la stessa differenza che c’è tra il New Labour di Blair e l’Old Labour di Corbyn, anche se nelle maglie del post-Brexit l’essersi confrontato con una Theresa May ancora più inadeguata ha permesso ai laburisti quello che il Monde definisce “un assalto”, con un’avanzata di 29 deputati.

 

"La caduta del Psoe spagnolo", "la discesa agli inferi del Pasok greco", "l'Spd che non domina più in Germania", "il momento di stasi del Labour britannico". E poi la trasformazione dell'elettorato francese. Se la sinistra moderata nel Vecchio continente perde terreno una speranza viene dall'Italia

Ma, lo dicevamo, il Monde non si è occupato di altri disastri, che rendono il quadro del socialismo europeo ancora più spettrale. Ultimissimo, prima di Hamon, quello dei laburisti olandesi di Lodewijk Asscher, crollati lo scorso 15 marzo dal 24,7 per cento al 5,7: quattro quinti dei voti liquefatti in cinque anni. Ma ci sono stati anche i laburisti irlandesi, che il 26 febbraio 2016 si sono ridotti dal 19,4 al 6,6 per cento. E i socialdemocratici islandesi, passati dal 26,8 per cento del 2009 al 5,7 del 2016. E i socialdemocratici polacchi, che nel 2001 erano il primo partito e ora sono addirittura scomparsi dal Parlamento. In Belgio i socialisti valloni nei sondaggi sono a loro volta crollati dal primo al terzo posto. I socialdemocratici austriaci alle ultime presidenziali non sono arrivati al ballottaggio. I socialdemocratici finlandesi alle ultime politiche sono caduti dal secondo al quarto posto. I socialdemocratici romeni stanno vivendo una vicenda surreale, col partito che ha appena sfiduciato il proprio stesso primo ministro Sorin Grindeanu, il quale rifiuta di dimettersi, nonostante i suoi ministri si siano allontanati in blocco per obbligarlo. I laburisti norvegesi e i socialdemocratici danesi sono ancora primi partiti, ma sono costretti a un ruolo di opposizione a cui non erano storicamente abituati. Per ora, insomma, a reggere sembrano solo i socialisti portoghesi, i socialdemocratici svizzeri, quelli svedesi e i laburisti maltesi. Questi ultimi, anzi, col vento in poppa, grazie alle buone performance economiche di un primo ministro particolarmente pragmatico come Joseph Muscat.

 

E poi, lo ricorda il Monde, c’è soprattutto il Pd. Come scrive Eva Mignot, “contrariamente ai suoi vicini europei, la sinistra moderata italiana non ha avuto esperienza di questo tipo di fallimenti negli ultimi venti anni”. Il motivo? “La spiegazione è forse il rinnovamento che si impone regolarmente. Essa cambia al ritmo delle sconfitte e delle vittorie, scegliendo di fondersi o no con dei partiti più o meno centristi. Il Partito democratico attuale, nato dalla fusione dei democratici di sinistra con una formazione centrista, non è apparso che nel 2007”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    19 Giugno 2017 - 09:09

    E' proprio perché "chi non fa no falla" che la sinistra italiana, maestra nel tirare a campare, è ancora viva. Tanto più sopravvive per il più alto rapporto Debito/Pil dell'UE, mangiandosi il sudore e la carne dei propri cittadini.

    Report

    Rispondi

  • giantrombetta

    19 Giugno 2017 - 08:08

    Complimenti. Resta da vedere cosa intende fare Renzi del " suo" Pd . Ovvero se intende imboccare fino in fondo e con chiarezza la strada indicata da Macron oppure imbarcarsi nelle mediazioni indicate da Prodi & C per una nuova piattaforma programmatica (???) della sinistra riunificata. Per ora, credo converra', siamo ancora nella palude dell'ambiguità. Con segnali, vedi Rai, Consip e reiterate richieste a Bruxelles di maggiori margini di flessibilità nei conti, non proprio promettenti.

    Report

    Rispondi

Servizi