Un paese severino. Intervista a Minzolini

“Delrio è fratello di Di Maio. Mi volevano fuori dal Senato per ragioni aberranti”

Un paese severino. Intervista a Minzolini

Augusto Minzolini (foto LaPresse)

Roma. Articolo tre, comma 1, della legge Severino: “Qualora una causa di incandidabilità di cui all’articolo 1 sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione”. Articolo 66 della Costituzione: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”. Dice allora Augusto Minzolini, la cui decadenza per effetto della legge Severino è stata respinta dal Senato la settimana scorsa: “Sia la legge sia la Costituzione sono chiare. La decadenza non è automatica. E aggiungo, ‘per fortuna’. Trovo infatti speciose le parole di Delrio. E’ il fratello di Luigi Di Maio”.

 

Prima Renzi ha fatto passare una censura nei confronti dei diciannove senatori del Pd che hanno votato per respingere la decadenza di Minzolini (condannato in via definitiva a due anni e sei mesi per peculato). Poi il ministro Delrio è stato esplicito, in un’intervista a Repubblica: “Ero per la decadenza. Rispetto le opinioni di tutti, non do lezioni, ma non avrei avuto dubbi… Il caso Minzolini va oltre il merito: abbiamo dato un messaggio sbagliato”. Dice allora lui, Minzolini: “‘Oltre il merito’? Ma vi rendete conto? E’ una visione aberrante, fa schifo, anzi fa paura: il merito non conta nulla, si decide a furor di popolo o seguendo una logica di schieramento. Allora preferisco quelli che sostengono, mentendo, che io andavo espulso dal Senato proprio nel merito della vicenda”. Mentendo? “Beh, qua, nel complesso abbastanza incivile del dibattito pubblico, le posizioni sono tre: ci sono quelli che mi volevano fuori a prescindere (Delrio), quelli che mi volevano fuori ‘nel merito’ e quelli che hanno sostenuto persino l’illegalità del voto sulla decadenza, come se la Severino fosse automatica, cosa che non è. Basta leggerle, la legge e la Costituzione”.

 

Quest’ultima è la posizione dei Cinque stelle. “E del giornale organo del Movimento”. Va bene. E nel merito? “Sapete chi era lo studio di avvocati che difendeva la Rai parte civile?”. No. “Era lo studio Severino, erano gli avvocati soci e dipendenti della signora Severino che intanto faceva il ministro della Giustizia. E il giudice che mi ha condannato in via definitiva, aumentando di sei mesi la richiesta dei pm – sei mesi sufficienti a far scattare, guarda un po’, la tagliola della Severino – era stato, guarda un po’, nel governo Prodi”. Sì, va bene, ma ieri, Luigi Ferrarella, sul Corriere, ha ricordato che già nel processo l’imputato ha la facoltà di chiedere l’astensione del giudice di cui paventi la non imparzialità.

 

E Minzolini il giudice non lo ricusò. “Ma io allora non lo sapevo che il giudice era un esponente politico del centrosinistra ritornato in magistratura dopo vent’anni di politica. Come non sapevo un’altra cosa pazzesca, e cioè che il relatore di Cassazione aveva lavorato in America con il giudice d’Appello. Uno era consigliere giudico della nostra ambasciata e l’altro era consigliere giuridico all’Onu. Insomma quello che mi ha condannato dopo l’assoluzione in primo grado, aumentando la pena persino rispetto alla richiesta dei pm, e quello che ha poi ratificato la condanna in Cassazione, si conoscevano. Qualche sospetto, legittimo, può venire, o no? E’ possibile che io gli stessi sulle scatole a questi giudici, perché sono del centrodestra? E’ possibile che i due giudici fossero amici e non si volevano contraddire? Una volta queste cose non avvenivano: un magistrato, che era stato senatore democristiano, Lucio Toth, che faceva parte di un collegio che doveva giudicare l’ex segretario Dc Forlani, si astenne da quell’incarico per via dell’amicizia con l’imputato. Ecco, è su questo genere di sospetti che si esprime il Parlamento, quando deve giudicare le cause di sopraggiunta ineleggibilità dei suoi membri. Se ci teniamo alla distinzione dei poteri, a un po’ di civiltà”.

 

Alcuni si chiedono perché ci sia voluto più di un anno per calendarizzare questo voto sulla decadenza. “L’idea che Pietro Grasso, che io ho persino denunciato alla Corte dei diritti dell’uomo per come ha guidato l’Aula durante il periodo della riforma costituzionale, mi volesse fare un favore, è semplicemente comica”. Adesso Minzolini si dimetterà. “Entro domani preparo la lettera di dimissioni. Non ho bisogno di stare in Senato per vivere. Ho 35 anni di lavoro alle spalle, e in Rai guadagnavo molto di più”. Il Senato potrebbe respingere anche le dimissioni. “Certo”. 

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    22 Marzo 2017 - 21:09

    È vero siamo ai forconi, al volere della piazza. Malgrado il voto contro entrammo in guerra, la prima, per volere della piazza. Una volta la piazza era il centro del pensiero oggi è l'ottusità che porta allo sfascio.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    21 Marzo 2017 - 14:02

    Delrio?: Di Maio in peggio.Sopravalutato: terra terra.

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  • Giovanni

    21 Marzo 2017 - 12:12

    Ottime argomentazioni e tutte da condividere. Ormai la giustizia italiana può essere considerata a ragione fra le peggiori del mondo nell'ambito dei paesi democratici e peggiore anche di quelle di alcuni paesi non democratici. Redazione date per favore notizia del libro appena uscito della Capua nel quale racconta per filo e per segno come sia stata vessata da magistrati, giornalisti che tali non dovrebbero essere considerati e uomini politici che dovrebbero nascondersi sotto terra per la vergogna e di come sia stata costretta, lei, valentissima ricercatrice ad andare a fare ricerca negli Stati Uniti.

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    • guido.valota

      21 Marzo 2017 - 12:12

      Cosa vuole, il libro della Capua ce lo leggeremo tra noi che già sapevamo. Tanto per spaventarsi ancora un po' del neofascismo arrembante. Si figuri che chi dovrebbe leggerlo e impararlo a memoria pende invece dalle labbra di gente che accusa gli avversari di fare come Pinochet in Venezuela e, tra milioni di questi analfabeti graziati dalla Cgil con la terza media regalata, nessuno se ne è mai accorto.

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