Parla il Senatùr, ma si sente la voce di Giorgetti (e Zaia-Maroni)

Tra Putin e la Padania. Che cosa c’è da capire sull’attacco di Bossi al sovranismo di Salvini e sulle “imprese che chiudono”

Maurizio Crippa

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Incontro su Fare tornare grande il Nord all'Hotel Cavalieri di Milano (foto LaPresse)

Milano. I simboli sono simboli, e nella storia della Lega i simboli contano sempre molto. Così come i segnali trasversali. Ieri Matteo Salvini era a Mosca, nella sede del partito di Vladimir Putin, Russia unita, ricevuto dal vice segretario generale del consiglio per le relazioni internazionali del partito del presidente, Sergej Zhelezniak, per firmare un accordo di cooperazione e collaborazione tra le due formazioni politiche. D’ora in poi i due partiti “si consulteranno e si scambieranno informazioni sui temi di attualità, sulle relazioni internazionali”. Un successo d’immagine, per il partito formato populista-nazionalista del segretario federale, sulla strada di una vocazione coltivata da tempo. L’altro simbolo, il simbolo vivente del movimento padano, Umberto Bossi, ha parlato domenica. E quando parla il Senatùr, sebbene ormai distante dall’arena quotidiana, parla l’anima profonda del Carroccio, e difficilmente parla a caso. Anzi è noto a tutti che i suoi interventi sono segnali interni che riguardano le scelte strategiche e tattiche.

 

Che il Senatùr, e con lui una parte del partito, non sia convinto fino in fondo, nonostante i sondaggi, della svolta nazionalista di Salvini è cosa nota. Nel settembre scorso, sul sacro prato di Pontita, aveva detto: “La Lega non potrà mai diventare un partito nazionale”. E, sull’antieuropeismo, era stato altrettanto esplicito: “Io sento dire l’Europa, l’Europa… L’Italia ci porta via cento miliardi di euro, mentre la Ue ce ne porta via due…”. L’altro giorno parlava all’associazione “Fare tornare grande il Nord”, fondata dall’imprenditore ed ex deputato leghista Roberto Bernardelli, e la critica è stata dritta al sovranismo del segretario federale in carica: “Al nord hanno dovuto chiudere centomila imprese”, uscire dall’Unione (e dall’euro) è insomma un danno proprio per l’elettorato tradizionale della Lega: “Non bisogna farsi ingannare da cose improvvisate e superficiali”.

  
Dietro la voce roca di Bossi si intuiscono i silenzi significativi di Luca Zaia, le cui quotazioni da candidato premier crescono quiete, e di Roberto Maroni, il motore immobile. Insomma la Lega degli amministratori, del territorio, che ben conosce le esigenze dell’economia del nord, legata a triplo filo ai partner oltre le Alpi. Ma si intuisce, soprattutto, la regia di Giancarlo Giorgetti, varesino, da sempre la mente economica del Carroccio, capogruppo alla Camera e uomo di riferimento del nuovo corso salviniano, dopo essere stato tra i fedelissimi del Capo. Con juicio, però. Chi ha parlato con lui di recente ne ha tratto l’impressione dell’uomo d’equilibrio, che lavora a una posizione mediana tra le anime differenti, e anche divise. E che sta provando sottotraccia una paziente riconversione verso le posizioni classiche: attenzione al tessuto economico locale che esprime l’elettorato della media e piccola impresa, spazio e ruolo ai governatori, e un attendismo tattico verso l’alleato di Forza Italia.

Protesta della Lega contro il Governo Gentiloni


In palio c’è la leadership della destra, ma la sicurezza esibita da Salvini – che uno strappo sovranista sia la mossa vincente – non convince un navigato uomo di sistema come Giorgetti. I rumors che segnalano rapporti incrinati con Salvini non tengono conto, al momento, di due fattori. Uno è di cultura politica: la Lega è un partito identitario e coeso, scissioni e rotture non sono nel suo Dna. Poi ci sono i numeri: alle prossime tornate elettorali, in chiave proporzionale e con i sondaggi attuali, la Lega avrà molti posti da distribuire, abbastanza per bilanciare le varie anime. Non è tempo di litigare, ma di attendere che gli alleati contino prima le proprie forze.

 

C’è infine una questione storica: la Lega è sempre stata autonomista – i referendum consultivi per l’autonomia di Veneto e Lombardia sono due carte in mano ai governatori – ma non antieuropea. L’“Europa dei popoli”, e dei rapporti economici non è mai uscita dalla visuale. Bossi drammatizza come sempre, il barometro dell’economia del nord non segnala Weimar, ma il segnale è chiaro: il popolo della Lega, magari più incazzato, è sempre quello.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    07 Marzo 2017 - 12:12

    Fatemi capire. Se “Al nord hanno dovuto chiudere centomila imprese”, essendo noi ancora dentro l'UE (o no?) non mi sembra una performance eccezionale, tutt'altro. Mi pare che l'articolo prediliga una Lega secessionista, quella appunto di Bossi, con le sue ampolle sul Monviso. Forse perché darebbe molto meno fastidio ai vari manovratori

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