La buona scissione

Sinistra riformista e trasversale, sinistra tradizionale stile vecchia guardia, due ragioni, due cuori e due partiti. Per affrontare i giullari del trumpismo alla milanese e alla genovese separarsi è un bene. Vale anche per Berlusconi

La buona scissione

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Dovessi scrivere una letterina a Renzi, questo sarebbe il testo. Dunque, la scissione. Dario Franceschini dice che sarebbe un dolore cocente per i militanti e gli elettori. Lo scrivono anche i notisti politici di Corriere e Repubblica e altri commentatori. Ora, può essere che sia così, ma il dolore privato collettivizzato è comprensibile nel tifo calcistico, una squadra è per definizione una squadra e una soltanto, meno nelle passioni e negli orientamenti politici, anche quelli della folla elettorale e attivistica. Siamo sul sofisticato, è questo un ragionamento incomprensibile, non tiene conto delle ragioni del cuore che la ragione non conosce, come diceva Pascal? Può essere, per carità, ma non sembra senza una base solida. Ragione e carattere, se si escluda il vizio del sentimentalismo, suggeriscono che la scissione del Pd e dunque la costituzione di un’altra e diversa organizzazione di sinistra è non solo un fatto a lungo rinviato per amore di bottega, forse malinteso, ma anche una laica opportunità, il normale ritrovarsi di due popoli e di due leadership in ciò che effettivamente sono. Sebbene spesso si smarrisca nei meandri dell’antipolitica strumentale, con atteggiamenti vanamente demagogici, e cerchi di recuperare a sinistra dicendo che il suo riformismo è il meglio della tradizione gauchista, Renzi si è presentato e ha vinto le sue primarie, con le Leopolde e tutto il resto, su una posizione di liberalismo economico e politico. Certo, ha provato a badare alla constituency dei lavoratori con gli 80 euro, e può legittimamente rivendicare come antidoto alla precarizzazione estrema del lavoro molte delle misure varate nei due anni e mezzo del suo governo, con i conseguenti risultati che solo i veri e finti apocalittici arrivano a negare.

 

Ma l’affermazione che “il liberismo è di sinistra”, dal titolo di un pamphlet fortunato di Giavazzi e Alesina, è un felice paradosso culturale o ideologico, utile per capire le cose ma irrilevante per la dislocazione degli eserciti nella realtà politica e sociale. Con l’orgia dei protezionismi antimercato aperto e dei demagogismi socializzanti, nell’epoca di Trump e della Le Pen, si potrebbe anche dire, ma è solo un altro paradosso che spiega senza convincere, che il socialismo oggi è la destra cosiddetta populista. Invece sappiamo come è andata dove questo modello post thatcheriano e post reaganiano è nato, nella Gran Bretagna del “new labour” e nell’America dei Clinton: alla fine Sanders ha contribuito alla vittoria di Trump almeno quanto il Kgb e l’Fbi, con tutti i suoi sogni e utopismi da baraccone, e Corbyn sta portando le briciole che restano del Labour post Blair all’ammasso dei brexiteers, nel calderone del destrismo socializzante, sarebbe meglio dire corporativo e antiriformista.

 

Per una certa sinistra conservatrice “riformismo è una parola malata”, se lo lasciò sfuggire Cofferati in un suo momento della verità. Tra primarie, vocazione maggioritaria e rottamazione, da Veltroni a Renzi, c’è stato un percorso di rottura vera con la tradizione comunista e cattolico-democratica, e uno dei suoi tratti è stato l’emulazione con il berlusconismo al posto della contrapposizione isterica. Tutte e due le parabole, Uolter e Matteo, malgrado le diversità del caso e delle personalità, sono state a un certo punto battute (Veltroni definitivamente) da una “accozzaglia”, le correnti interne per il primo e l’alleanza referendaria in campo aperto con la peggio feccia della destra antipolitica per il secondo. Insomma, Renzi è poi quel tizio che ha frequentato con passione l’imprenditoria grande e piccola, ma in un’occasione topica disse di non avere più di un’ora per discutere con un sindacato che giudicava arretrato e avversario del riformismo in nome della tutela di posizioni corporative consolidate. Magari fu un errore di baldanza, un difetto di comportamento, una pericolosa mancanza di ipocrisia, ma sono cose significative.

 

Gli scissionisti hanno dunque le loro ragioni, anche se molti di loro (Bersani e D’Alema per esempio) sono dei riformisti refoulé, gente che sembrava volerci provare a cui è mancata la sufficiente determinazione politica, gente che si è fermata al di qua della rottura di un filo rosso che, per dirla con Cerasa, incatenava la sinistra alle sue vecchie glorie ideologiche. La storia dell’effetto generazionale, dei rancori personali, della logica di gruppo tradita dall’uomo solo al comando, sì, non la si può negare, ma in sostanza viene dopo. Bersani l’ha detto chiaro all’ultima direzione del Pd, e non erano “lizzi e frazzi”, come scandirebbe lui: caro Matteo, è inutile che tu ci chiami alla lotta contro il trumpismo, le ragioni o sragioni dei populisti sono egemoniche anche nei bar sport dei nostri circoli, stiamo per essere travolti, dobbiamo recuperare inseguendo quello stato d’animo, altro che riformismo modernizzatore. Insomma, ci sono due visioni opposte della sinistra, dell’Italia e del mondo: perché dovrebbero forzatamente convivere nello stesso partito?

 

E’ vero, come dice Franceschini, che la Democrazia cristiana fu capace di tenere insieme Leoluca Orlando e il suo contrario, ma a parte che qui si fa dell’antiquariato 5.0, come è andata a finire? La Dc che storicamente ha promosso interesse particolare e interesse generale, che aveva una visione e una grande politica, è quella di De Gasperi, di Segni, di Fanfani. Dal grande e tormentato Aldo Moro, Brigate Rosse assassine a parte, giù giù fino a Andreotti eterno e vaticano, alla fine è stata una rovina. O mi sbaglio? Io la metterei così, per non farla tanto lunga e palloccolosa: sinistra riformista e trasversale, sinistra tradizionale stile vecchia guardia, due ragioni, due cuori e due partiti. Lo stesso a ben vedere vale per la destra: Berlusconi vuole sempre (sempre?) tenere tutto insieme (tutto?), ma pare si stia convincendo che deve fare la sua strada di popolare e liberale europeo, lasciando ai giullari del trumpismo alla milanese e alla genovese (il riferimento è volutamente gastronomico, di viscere si tratta) di fare la loro. Poi si vede. C’è sempre tempo, in un clima di neo-vetero-proporzionale, di stabilire alleanze fra diversi. Ma diversi, senza troppi incomprensibili patemi d’animo.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Febbraio 2017 - 19:07

    De bona scissura. E pensare che dalla prima violenta, teatrale scissione, quella del 1921 consumatasi a Livorno in occasione del Congresso Socialista, nacque il più forte,potente, organizzato partito comunista dell’Occidente. Già, ma allora c'era una grande mamma ideologica che allevava e proteggeva i suoi figli .Oggi so lo orfanelli vaganti nella nebbia. Attualmente tutto si riduce prosaicamente, a cercare il modo di salvarsi la faccia e anche qualcos’altro. Insomma, dal confronto delle idee, dei programmi, delle visioni di società, al mercato delle vacche. E nessuno può scagliare la prima pietra. Il nodo è nativo: il lemma “sinistra” ha in sé due “procedure!”opposte per conquistare il potere: quella della rivoluzione proletaria e quella affermatasi a Bad Godesborg. Il nucleo intellettuale massimalista della nostra sinistra non ha mai accettato Bad Godesborg: rinnegava i sacri testi. Questo ha innescato una lotta interna che nessuna buona scissione potrà sanare. Poi ... la pagnotta

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  • DBartalesi

    18 Febbraio 2017 - 17:05

    Non dispiace l'idea di una sinistra a difesa della porta e di un centro post sinistra che più coraggiosamente tenta qualche goal. E dato che manca il grande allenatore capace di tenere tutti insieme, possibile che le due squadre si allenino separatamente. Due ritiri, due tifoserie, un paio di mister, magari qualche buon pedatore. In generale tira un'aria di post politica, di recherche di un benessere perdu, confusa ma allergica ai troppi rimandi. Che poi sarebbero le ideologie o i grandi schemi di gioco. (Daniele Bartalesi)

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  • mario.patrizio

    18 Febbraio 2017 - 12:12

    Oltre l'antipatia personale, che tuttavia grande peso pare abbia nelle scelte delle battaglie che si intraprendono nel campo della politica, conta il tentativo di ribaltare il collaudato sistema di funzionamento del potere, già indebolito dal maggioritario e dalla breve esperienza bipolare proseguita con Renzi. Il prosciugamento della palude dove sguazza il proporzionale, la concertazione, il potere di condizionamento delle minoranze tutelate dalla rappresentatività della più bella del mondo, elimina di fatto i gruppuscoli, compresi i reduci del comunismo. Consapevoli di essere minoranza, non aspirano ad altro che al potere di interdizione. E' la battaglia contro l'uomo solo al comando ed è una battaglia per la vita o la morte, ridotti all'inconsistenza prima dalla storia, poi dalle liste elettorali in mano a Renzi.

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  • giantrombetta

    18 Febbraio 2017 - 11:11

    Che gioia constatare che anche tu hai sempre pensato che con l'avvento della novità Renzi la scissione del Pd fosse nei fatti, e dunque sia stata a lungo taciuta e rinviata solo per amor di bottega. Tradotto nelle mie povere parole ciò significa constatare che gli scissionisti in pectore del Pd votavano bellamente la fiducia ai provvedimenti riformatori di Renzi in Parlamento solo per il timore di non essere ricandidati e rieletti nel caso la caduta del governo presieduto dal loro segretario avesse provocato la sciagura dello scioglimento anticipato delle Camere. E infatti il giorno dopo averli approvati, quei provvedimenti, in aula gli scissionisti in pectore andavano in piazza e sui giornali ad attivarsi ad emendarli e addirittura cancellarli. Per dirla tutta, non hai sempre creduto anche tu che l'applicazione del patto del Nazareno, giustamente da te sostenuta e difesa nell'interesse generale, avrebbe comportato una qualche frantumazione a sinistra come a destra?

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