Referendum al "rash" finale con foruncoli ed eritemi, mal di pancia e mal di testa

E’ un vero peccato che sia già finita, ci si stava divertendo a vedere i portabandiera dei due schieramenti in successione accelerata, come in una comica del cinema muto. Il pagellone di Lanfranco Pace ai protagonisti dell'ultima settimana di folle campagna referendaria.

Matteo Renzi e il referendum

Il premier Matteo Renzi di spalle (foto LaPresse)

E’ un vero peccato che sia già finita, ci si stava divertendo a vedere i portabandiera dei due schieramenti in successione accelerata, come in una comica del cinema muto. 

Matteo Renzi ha fatto un forcing spaventoso, ha macinato chilometri e ore televisive, è stato ovunque, è apparso su due canali televisivi praticamente in contemporanea, risolvendo da par suo non solo il principio di indeterminazione ma anche il dubbio amletico di Nanni Moretti, mi si nota di più se non ci vado ecc.

Silvio Berlusconi, che nei mesi precedenti aveva centellinato la sua presenza, si è donato con generosità, fedele all’intuizione che il pubblico si fa un’opinione solo all’ultimo e degli attori ricorda solo quelli che hanno appena lasciato la scena. Settimana piena quindi. E’ andato chez Bruno Vespa, chez Bianca Berlinguer nel cuore rosso della terza rete Rai e ha chiuso venerdì sulla 7 dove per la prima volta non ha agitato il misterioso foglio bianco formato A4  piegato a mo’ di protocollo con cui da tempo accompagna e ritma la gesticolazione: a dire il vero il foglio c’era ma negligentemente posato sul tavolo.

Vespa (voto 8) ha fatto il pieno dei leader d’opinione, Mentana pure solo che l’ha fatto nell’ultima serata disponibile e merita per questo un punto in più (voto 9). C’è stato anche Alberto Matano, (voto 7) , ben rasato, il busto allineato alla perpendicolare come da canone: rispetto alle  sporche nicotiniche tribune politiche di un tempo, il servizio pubblico ha fatto un passo indietro. Non è nello spirito del tempo tenere gli oratori in piedi dietro un pulpito, appesi come stoccafissi, con il tempo contingentato dalla par condicio, gli americani lo fanno ma almeno si interrompono e si insultano, non si comportano da democratici con il gel e se possono camminano sul palco, tutto pur di cancellare l’impressione  del museo delle cere. Il nostro “presidente6mitico” non si è fatto scappare nemmeno una comparsata in coabitazione alla tribuna referendaria di Rai 1. 


LUOGHI MOLTO COMUNI

Per esempio che la Costituzione è di tutti, deve unire e non dividere, quindi non la devono fare i governi ma i parlamenti. E’ stato il leit-motiv di D’Alema, Bersani, Grillo e grillofili. Eppure nella storia anche recente ci sono state costituzioni democratiche fatte non da un Parlamento, non da un governo, ma addirittura da pochi “nominati” coordinati da un ministro, messe a punto in pochi mesi, cotte e mangiate, approvate dal popolo a maggioranza non larghissima, con le forze d’opposizione che accusavano la maggioranza di aver fatto un colpo di stato permanente, una frattura durata venti anni buoni fino a che  l’opposizione diventata maggioranza scoprì con grande sorpresa di trovarsi molo bene, perfettamente calata nel vituperato vestito costituzionale.

L’uomo solo al comando: Renzi padrone d’Italia, è il grido d’allarme di Berlusconi. Improvvisamente dimentica che anche lui a suo tempo ebbe a disposizione solide maggioranze in parlamento, il governo di molte regioni, delle principali città, la televisione pubblica e commerciale: la sola differenza è che Renzi non ha visceralmente contro la magistratura, non è poco ma basta questo per parlare di regime?

La legge elettorale non va fatta per difendere interessi di partito ma l’interesse della nazione:   una cosa così sciocca non poteva venire dal combinato disposto Di Battista-Travaglio e si commenta da sola.


CUCCHIAI DI LEGNO...

Matteo Salvini paventa brogli nel voto degli italiani all’estero e in extremis tira fuori dal cilindro un super coniglio geneticamente modificato,  la flat tax al 15 per cento, che il quotidiano Libero conti alla mano fa subito sua. Le mance elettorali e le promesse economiche funzionano quando si sta al governo, non all’opposizione.

Beppe Grillo chiude la campagna a Torino, la sola città amministrata dai Cinque Stelle in modo appena decente, con lui l’Appendino (voto 6) e la Raggi (voto 2) che continua a sorridere e non si sa perché. Il principe dei comici vorrebbe querelare Renzi e il governo per abuso della credulità popolare: il reato ovviamente non esiste ma Grillo non ha torto. Il premier ha giocato un tiro da magliaro, un tentativo di circonvenzione collettiva di capaci, la scheda che ha mostrato con cui il cittadino voterebbe per il nuovo Senato è una sòla, la proposta Chiti deve essere ancora approvata dal Parlamento e sarà inevitabilmente in contrasto con la costituzione riformata.

Assente dai principali dibattiti il guastatore Brunetta a tenere alta la bandiera del no di Forza Italia ci ha pensato Anna Maria Bernini (voto 9) che è fra i parlamentari azzurri più preparati e agguerriti.


… E CUCCHIAINI DI LATTA

Giorgia Meloni si è distinta coniando al volo uno slogan di sicuro successo, i mercati finanziari votano sì, quelli rionali votano no. Non so, ma io ho la netta sensazione che ci siano più trappole per gonzi sui mercati rionali che su quelli finanziari.

Sinistra italiana invece ha inventato TelefoNO, ognuno chiama un parente un conoscente per convincerlo a votare no: il primo risultato ottenuto, Speranza Scotto e De Magistris, insieme fianco a fianco in una sala di Napoli.


ODE A ELISABETTA

Elisabetta Gualmini non è solo la vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. E’ anche una brillante professoressa, nota saggista e politologa scuderia Il Mulino, fa politica sapendone e amandola: già per questo sarebbe una mosca bianca nel panorama. In più è una débatteuse formidabile, lucida quanto serve e appassionata quanto basta (voto 10 e lode). Ne ha fatto le spese il senatore Nicola Morra che pure fra i 5 stelle è uno dei più educati, onesti intellettualmente e competenti, insomma uno dei pochi che si fanno ascoltare (voto 7). La Gualmini ha detto che la riforma va difesa non perché tagli via poltrone o diminuisca i costi della politica, argomenti a suo dire risibili, ma semmai per gli altri cambiamenti che introduce. Poi ha aggiunto che la legge elettorale, l’Italicum, che pure finirà nel cestino, era una buona legge, anzi ottima. Ho gridato sì come allo stadio, vivaddio che c’è ancora qualcuno con il coraggio di andare contro corrente. Elisabetta Gualmini, emiliana focosa: ministra subito.


TRANQUILLI, DOMANI SE NE VA...

Non abbia dubbi il mellifluo Marco Travaglio (voto 2): se vince il No Renzi salirà immediatamente al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Non si può restare se si è sconfessati dal popolo, gaullianamente (voto 10) e persino dalemianamente (voto 9, in fondo è stato l’unico a dimettersi dopo una sconfitta elettorale): dire che, siccome è stato lui a personalizzare lo scontro quando nessuno glielo aveva chiesto, debba restare a garantire la stabilità è la cosa più subdola e schifosetta che si sia sentita in settimana. Farebbe bene ad andarsene anche se vincesse il Sì: chi potrebbe criticarlo se dopo aver portato a termine la missione affidatagli decidesse di non fare più prigionieri e cominciasse a pensare al partito e alle elezioni, da una posizione di forza ancora maggiore?


GLI ALTRI RESTANO, TUTTI

Se ne va persino François Hollande, (voto 8 per il gesto) abdica anche un monarca repubblicano quando sente di essere stato abbandonato dai suoi. In Italia invece nessuno va definitivamente a casa, nessuno si ritira a vita privata. Restano tutti lì a ciacolare, a fare sabba infernali e danze propiziatorie, come se in democrazia chiunque avesse titolo individuale a parlare, grandi e piccini, eletti e non eletti, maggiorenti e maggiorate, intellettuali e ignoranti al cubo. Il fastidioso rumore di fondo che viene dal cortile della scuola alla lunga può anche ucciderci. Ora che la ricreazione è finita, si inizino subito massicci lavori di insonorizzazione. 

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