Una riforma è una riforma è una riforma. Nel paese della restaurazione continua, il Sì è una liberazione

E’ dalla fine degli anni 70 che ne parliamo. Nel frattempo e’ appassita l’economia, ci sono state usurpazioni nella divisione dei poteri, i riformisti sempre nell’angolo

referendum

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Voto Sì, anzitutto, contro la maledizione del “riformismo mancato”, la vera tara e il filo occulto che corrode la storia italiana dal dopoguerra e rende anomala la modernizzazione italiana. E spiega la decrescita progressiva. Potremmo partire dalla fine degli anni 50 e dalle promesse mancate del primo centrosinistra. Ma limitiamoci alla storia vissuta dalla generazione di politici che ha preceduto quella attualmente al governo. E’ dalla fine degli anni 70 che data l’impellente necessità di una riforma della governance istituzionale italiana. Il decantato modello costituzionale in vigore iniziò a mostrare allora le sue crepe d’origine, la sua arretratezza, l’esigenza di una manutenzione. Quel modello non riusciva a partorire una normale dialettica parlamentare, si impantanava in metodologie consociative, si mostrava fragile all’assalto terrorista, si impaludava nelle sue “anomalie”. E appariva, già allora, inadatto a guidare la transizione italiana da novella (e insperata) potenza industriale degli anni del boom a potenza industriale cui occorreva dare robuste dosi di stabilità e solidità istituzionale, per mantenere standing competitivo.

 

Il fronte del No festeggia. L’Economist si schiera contro Renzi

Secondo il settimanale inglese infatti la riforma del della Costituzione “non riesce ad affrontare il problema principale, che è mancanza di volontà da parte dell’Italia a essere riformata”.

 

Insomma è dalla fine degli anni 70 che la mancanza di un funzionamento di alternanza, la fragilità della funzione di governo, il pachidermismo del bicameralismo perfetto, condizionano il normale funzionamento istituzionale. E da allora la storia italiana è storia di mancati tentativi di riforma, di promesse mancate, di finte montagne (bicamerali, commissioni, leggi elettorali, eccetera) che partoriscono veri topolini. Tutto comincia, mi si perdoni l’indulgenza al complottismo, con l’omicidio di Aldo Moro. Di recente Paolo Mieli, nel commento a uno scritto sul centenario della nascita del leader DC, ha riaperto lo squarcio sulle possibili motivazioni vere di quella tragedia. Che non ha logica alcuna nella vulgata del complotto americano. Quello che non si voleva era l'integrazione del Pci nell’area di governo non per una infantile paura dei comunisti. Ma, forse, per il suo contrario: che quella paura finisse. Il Pci nell’area di governo avrebbe segnato il suo definitivo e inevitabile distacco dall’est. La paura era che si annullasse il fattore K per esaurimento della sua anomalia: il vero asso nella manica dell’est. Noi miglioristi sostenemmo, per questo, la politica di Berlinguer fino al 1980 (poi lui la cambiò). Il compromesso storico era, lo sapevamo, una politica strampalata: divideva la sinistra e allontanava l’alternanaza alla Dc. Ma la sostenemmo perchè, a nostro avviso, integrando il Pci nell’area di governo, avrebbe accelerato il suo inevitabile cambio e reso necessaria una modernizzazione delle istituzioni. E, forse, credevamo avrebbe dato coraggio anche alle flebili innovazioni di Berlinguer. Era l’opposto preciso delle intenzioni di chi armò la mano delle Br.

Sappiamo come finì quel tentativo: la morte di Moro e il rinculo del Pci su posizioni nulliste ed estremiste. La fine del tentativo di eliminare l'anomalia. E il declino del Pci che lo porterà al tracollo dell’89. Un’alternativa allo strampalato compromesso Dc-Pci liquidato col piombo, tuttavia, c’era: la grande riforma di Craxi. Era la prospettiva più lineare, limpida, occidentale, plausibile, liberale possibile. E, temporalmente, in accordo con i tempi, le condizioni e le esigenze italiane: una grande potenza industriale che doveva modernizzare le sue istituzioni per completare la sua integrazione competitiva nel gaming dell'inizio della mondializzazione. Con confusioni intellettuali di una orribile e attempata sinistra intellettuale, una lobby ridicolmente obnubilata dal culto dell’anomalia del Pci (e poi del Pds, dei Ds, eccetera), con alterazioni della dialettica democratica, con usurpazioni nella divisione dei poteri tra magistratura e politica, con l’instaurazione dell’egemonia della “subcultura viola” giustizialista, con i surrogati da essa offerti al vecchio antagonismso della sinistra, con il takeover di questa subcultura sulla vecchia sinistra, con il demitismo e la nascita del partito di Repubblica si confezionò la restaurazione che liquidò l’opzione craxiana della grande riforma. E con essa anche l’ultima possibilità che la sinistra, insperabilmente, potesse guidare in Italia un processo di riforma istituzionale.

Dopo la storia di quegli anni verrà la cronaca dell'ultimo ventennio: una sequenza, che ha del comico, di tentativi mancati, di approcci di carta (le numerose velleitarie bicamerali, le promesse mancate del berlusconismo, l’ulivismo di governo, afasico e impotente sulla riforma delle istituzioni). La storia intera della seconda Repubblica, nei suoi versanti di destra e di sinistra, è triste e miserevole storia di riformismo mancato per ciò che riguarda istituzioni e forma di governo. Da 30 anni questo riformismo mancato ha i suoi numeri e la sua matematica: coincide con gli andamenti stagnanti o decrescenti del pil, i numeri del declino di produttività, quelli del debito e del deficit. In breve: i numeri della decrescita italiana. Come fa uno come il professor Monti (ma anche come Bersani) a non leggere questi andamenti e il link tra ritardo delle riforme istituzionali e decrescita italiana? Il miracolo è: il 4 dicembre, per la prima volta da 40 anni di riformismo mancato, una riforma si può decidere: non sperare ma… decidere. Nessun argomento ho sentito convincente, onestamente, da pragmatico riformista che potesse indurmi a pensare che, con i suoi possibili o probabili difetti, nessuna riforma sarebbe meglio di (finalmente) una riforma. Che, tralaltro, ecco il miracolo, abbiamo nelle nostre mani. Che non dobbiamo affidare alla benevolenza (sempre deludente) del destino, a una qualche promessa o appuntamento futuro (bicamerali, commissioni, costituenti ecc) di cui sono lastricati i cimiteri del riformismo italiano. Miracolosamente (diciamo così per non urtare sensibilità col nome di Matteo Renzi) il 4 dicembre, dopo 40 anni di tentativi fatti fallire, possiamo “decidere” (non delegare) una riforma consistente delle istituzioni. Insomma: possiamo sconfiggere la maledizione, il mancato riformismo, che da 40 anni blocca e fa deperire la governance italiana e le sue istituzioni generando la decrescita e il declino della nostra potenza economica. Da vecchio riformista sempre orfano di riforme, oggi ho la mia carta. Basta un Sì. 

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Commenti all'articolo

  • mario.patrizio

    26 Novembre 2016 - 11:11

    (Seguito del commento) E' probabile che i grandi movimenti della storia, e la politica italiana negli anni dai '50 agli '80 è stata uno di essi caratterizzando il comune sentire dei giorni nostri, è così impregnata del contesto da rendere impossibile ogni cambio di verso. Non va dimenticato che il traguardo perseguito dal PCI, con buona pace di Minopoli, era la costruzione di una società alternativa mediante l'abbattimento dello stato borghese. Minopoli sapeva tutto questo e se lo sapeva, che ci faceva nel PCI? I lettori delle mie note strampalate mi scuseranno, ma questa è una domanda che non smetto di pormi: perché tanti intellettuali che oggi si trovano alla scoperta dell'acqua calda hanno pensato di trovare casa nel PCI, credevano di cambiarlo più di quanto il partito potesse cambiare loro?

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  • mario.patrizio

    26 Novembre 2016 - 11:11

    Se pure bisogna riconoscere a Minopoli una certa inclinazione ad essere minoranza, anche nel suo vecchio partito, è difficile non muovere critiche all'interpretazione di ciò che è stata la politica nazionale col contributo del PCI. Mi lascia perplesso l'affermazione che l'integrazione del PCI nell'area di governo avrebbe prodotto il beneficio di allontanarlo da Mosca. E' difficile dire cosa sarebbe stata la sinistra italiana per effetto dell'alternanza bipolare alla guida del Paese per il semplice fatto che quella sinistra, intendo quella della grande riforma di Craxi, definita da Minopoli limpida, occidentale, plausibile e liberale non è mai esistita, anzi è stata ferocemente avversata proprio in virtù della sua natura che mai ha interessato la componente dominante del PCI, orientata, col compromesso storico, alla sua legittimazione nel solco della tradizione dell'assistenzialismo cristiano, nel quale lo stato è tutt'altro che liberale. (segue ...)

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    25 Novembre 2016 - 16:04

    Si omette di dire che il declino ed il tracollo del PCI nell'89 fu dovuto principalmente al declino ed al tracollo dell'URSS, con conseguente caduta del muro di Berlino. E poi, se una riforma è una riforma è una riforma, mi piacerebbe sapere come votò Minopoli al referendum del 2006 sulla riforma costituzionale di Berlusconi: dieci anni fa ci fu l'occasione sprecata di approvare una riforma veramente incisiva, con taglio di deputati e senatori, con aumento dei poteri del premier, con razionalizzazione delle competenze fra stato e regioni attraverso la devolution, non una ciofeca come quella attuale, Ma si sa, quella era una riforma che non era una riforma che non era una riforma

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    • wind_2013

      25 Novembre 2016 - 18:06

      Per la riforma del 2006 la genesi fu diversa. Nessun patto, nessun accordo. Questa volta è tutto diverso: è stata scritta a quattro mani. E' questa l'enorme differenza. Hanno poi ritrattato se stessi? (sia da una parte che dall'altra). Fatti loro. Questa volta come cittadino mi prendo tutto il potere di elettore per dire ai ritrattatori: non è per voi. E' per me. Per questo voto SI.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    25 Novembre 2016 - 13:01

    "Una riforma è una riforma è una riforma"...... come una rosa è una rosa è una rosa ovvero con la riforma è possibile Franco Alfieri (*) al senato, al senato al senato..... (*) miracolo campano: "na frittura della madonna" (da uno mio spot su De Luca di 2 gg. fa)

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    • Nambikwara

      Nambikwara

      25 Novembre 2016 - 17:05

      Scusate, preso da "Sacred Emily" di Gertrude Stein ho scritto "spot" chiaramente volevo scrivere post come dire non siamo a Carosello

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