Trump, il Russiagate e il fortissimo Mueller

Chi è il magistrato che indaga i rapporti di Trump con la Russia di Putin. Dove e come si frantumano le tentazioni di cacciarlo

Trump, il Russiagate e il fortissimo Mueller

Robert Mueller (foto LaPresse)

Ogni tanto i consiglieri della Casa Bianca, che vivono sotto la dittatura degli umori di Donald Trump, sentono serpeggiare nei corridoi attorno allo Studio Ovale una voce che fa venire i brividi lungo la schiena. La voce dice: licenziamo Robert Mueller. Licenziare il procuratore incaricato di indagare i rapporti con la Russia è un’idea che ogni tanto si fa largo nella volubile mente del presidente, tentato di imitare il Saturday Night Massacre, la tempestosa notte del 1973 in cui Richard Nixon cacciò il procuratore del caso Watergate, Archibald Cox, e accettò le dimissioni dei vertici del dipartimento di Giustizia. Come il suo vecchio amico Tricky Dick, anche lui talvolta vorrebbe mettere fine, con una decisione d’imperio, a quella che ha definito la “più grande caccia alle streghe nella storia politica americana”. Quando il dubbio lo assale, i funzionari più vicini s’affrettano a spiegargli che il precedente è finito malissimo e che i giornali sono pieni di articoli dettagliatissimi su come la sua presidenza potrebbe finire in modo simile, con tanto di fotomontaggi di Trump con le braccia alzate che fanno il segno della vittoria. Non sono storie vere, per il momento, ma hanno l’impareggiabile qualità aristotelica della verosimiglianza. Gli spiegano anche, i consiglieri più accorti, che contrariamente a quanto gli devono aver detto, i poteri presidenziali sono limitati, e che solo il dipartimento di Giustizia ha la facoltà di rimuovere un procuratore speciale per “cattiva condotta, inadempienza ai doveri, incapacità, conflitti di interesse o altre giuste cause”. A scanso di equivoci, Rod Rosenstein, il viceprocuratore generale che è titolare di questa inchiesta, ha detto sotto giuramento davanti a una commissione del Senato che non accetterebbe un ordine del presidente in assenza di altri fattori dirimenti: “Senza una giusta causa, non mi importerebbe di quello che dice chiunque”. Non è soltanto per una questione di competenze, di poteri, che il presidente fa bene a mordersi la lingua ogni volta che gli balena l’idea di sbarazzarsi di quello che considera il suo Javert.

 

Nel 1973 Richard Nixon cacciò il procuratore del caso Watergate, Archibald Cox. Un precedente finito malissimo

Alla Casa Bianca qualcuno ritiene Mueller il migliore alleato di Trump, oltre che il pericolo più grave per la sua amministrazione. Non c’è bisogno di dilungarsi molto sul perché il procuratore gioca un ruolo potenzialmente devastante. Se le sue indagini provassero al di là di ogni ragionevole dubbio la famosa collusione fra l’entourage di Trump e il Cremlino, il suo governo avrebbe vita breve. In questo momento, Mueller è l’uomo più potente di Washington. Può riuscire dove hanno fallito una candidata democratica con connessioni e risorse formidabili, l’establishment politico, l’intellighenzia, Hollywood, i movimenti di resistenza popolare, i “leaker” che ogni giorno passano informazioni alla stampa, può riuscire perfino dove lo stesso Trump non ha potuto. La sua enorme capacità di contraddirsi, coprirsi di ridicolo, di autoaccusarsi di qualunque cosa e quindi di trascinarsi da sé nel fango e nel disdoro non ha funzionato. Il presidente è molto più forte dei suoi scivoloni politici e dei suoi tweet iperbolici, questo lo si sa almeno dai tempi in cui è sopravvissuto alla registrazione in cui si vantava di prendere le donne “by the pussy”. Questa settimana ha alzato di nuovo l’asticella per mettersi alla prova, rivolgendo i suoi insulti a Mika Brzezinski e al compagno di trasmissione e di vita Joe Scarborough. Rea di averlo trattato male nel suo programma mattutino, la conduttrice è diventata “low I.Q. Crazy Mika” e il presidente ha ricordato quando lei e Scarborough sono andati a Mar-a-Lago nei giorni prima di capodanno: “Lei sanguinava pesantemente per un lifting”, ha scritto il presidente. La disgustosa aggressione verbale è stata ampiamente condannata, e anche gli spazientiti membri del partito repubblicano, a partire da Paul Ryan, non hanno lasciato passare l’episodio. Eppure Trump sopravviverà anche a questo, esattamente come è sopravvissuto finora. Mueller è il solo che può cambiare le cose. Ma in che modo potrebbe trasformarsi in un suo alleato? Il ragionamento di alcuni consiglieri è: se Trump sopravviverà allo scrutinio del più duro, credibile, imparziale e stimato procuratore in circolazione, una figura della cui integrità nessuno può dubitare, la sua leadership sarà consolidata una volta per tutte. Basta resistenza, basta “not my president”, basta complotti su Trump che al tavolo con Putin ordisce un grande complotto per far deragliare la democrazia americana. La speranza degli uomini di Trump è che l’inchiesta finisca un po’ come quella guidata da James Comey, allora direttore dell’Fbi, sulle email di Hillary Clinton, trovata essenzialmente innocente eppure imputabile di una condotta “extremely careless” (come questo, attraverso una serie di circostanze rocambolesche, abbia influito sull’esito delle elezioni è un’altra storia). La speranza, insomma, è che il presidente se la cavi con qualche consigliere implicato in affari russi sospetti, contatti impropri, leggerezze e comportamenti criminali isolati, insomma una gestione delle relazioni “extremely careless” dato il contesto internazionale, ma nulla che non si possa risolvere con una ammenda e un rimpasto. Mueller è un mastino che ogni imputato in possesso delle sue facoltà mentali vorrebbe trovarsi il più lontano possibile, ma allo stesso tempo è il più legittimo degli arbitri. Quando il dipartimento ha deciso di nominare una figura indipendente per prendere in mano l’inchiesta dell’Fbi iniziata da Comey, il processo di selezione è durato pochissimo. Tutti avevano in mente il nome di Mueller, si trattava soltanto di accertarsi che non ci fossero conflitti d’interesse con il suo lavoro di avvocato difensore. Ha passato il test anche se il suo studio aveva difeso in passato Jared Kushner e altre figure legate al presidente, e il coro di apprezzamento dei democratici s’è levato immediatamente: “Mueller è esattamente il tipo giusto di persona per questo lavoro. Ora ho molta più fiducia che l’indagine seguirà i fatti dovunque portino”, ha detto il leader dei Senatori della sinistra, Chuck Schumer. La senatrice Dianne Feinstein, nume tutelare della legalità, gli ha fatto eco: “Bob è stato un buon procuratore, un grande direttore dell’Fbi e non c’è una persona migliore a cui si poteva chiedere di agire in questo ruolo”. L’uomo più potente d’America è al di sopra di ogni sospetto.

 

In questo momento, Mueller è l'uomo più potente di Washington. Può riuscire dove hanno fallito la Clinton e l'establishment politico

Settantadue anni, una carriera passata al servizio del paese prima con l’uniforme dei Marine, poi nelle procure di mezza America e infine nei palazzi di Washington, Mueller è stato il più longevo direttore dell’Fbi dopo J. Edgar Hoover, avendo servito per due anni oltre al canonico termine decennale. La mascella pronunciata in modo spropositato lo fa somigliare a un attore che potrebbe essere scritturato nel ruolo di direttore dell’Fbi. E’ un eroe civile d’altri tempi, Mueller, certificato da una carriera con benedizioni bipartisan. Un fatto sempre più raro nell’era della politica ultrapolarizzata di Washington. George H. W. Bush lo ha lanciato nell’olimpo delle procure, Bill Clinton lo ha promosso e valorizzato, George W. Bush gli ha fatto fare il grande salto, Barack Obama ha prolungato il suo mandato e poi ha scelto come successore Comey, suo amico e discepolo prediletto. Non c’è episodio più significativo per spiegare la simbiosi fra i due di quella volta, nel 2004, in cui si sono precipitati all’ospedale per parlare con John Ashcroft – allora procuratore generale, reduce da un’operazione chirurgica – nel tentativo di anticipare il capo di gabinetto Andrew Card e il consigliere della Casa Bianca Alberto Gonzales. Il dipartimento di Giustizia aveva dichiarato incostituzionale la raccolta di intercettazioni telefoniche domestiche senza un mandato, e la fazione più aggressiva dei consiglieri di Bush sulla sicurezza nazionale premeva perché il potere esecutivo s’imponesse con un decreto per annullare il pronunciamento. Mueller e Comey avevano minacciato di dimettersi se la Casa Bianca si fosse imposta. Ashcroft era stato esonerato per motivi di salute dal caso, che era finito nelle mani di Comey, ma gli uomini della Casa Bianca erano intenzionati a estorcere una dichiarazione favorevole da Ashcroft, dal letto d’ospedale. Come in una spy story, Comey e Mueller sono arrivati in tempo per assicurarsi che il convalescente non fosse circuito. Quando Bush ha saputo della vicenda si è schierato dalla parte dei due.

 

Da una parte, il profondo legame con l’ex direttore che è arrivato allo scontro frontale con il presidente preoccupa i difensori di Trump che vogliono garanzie di uno scrutinio equanime – non vorrà forse vendicare il suo amico umiliato e licenziato dal villano-presidente? ci si domanda – ma dall’altra è un motivo ulteriore per cui gli avversari del presidente confidano nella volontà ferrea del procuratore speciale di scrutare ogni angolo della Casa Bianca.

 

Eroe civile d'altri tempi, è stato il più longevo direttore dell'Fbi dopo J. Edgar Hoover. Una carriera con benedizioni bipartisan

C’è un prima e un dopo nella carriera di Mueller. La nomina a capo dell’Fbi è arrivata il 4 settembre del 2001, non un giorno qualunque. Credeva che la coincidenza temporale rilevante fosse nel fatto che era il suo 35° anniversario di matrimonio, ma una settimana più tardi l’America e il mondo sono cambiati. Il Bureau che dirigeva da pochissimi giorni è entrato nel periodo di più grande confusione della sua storia, e alla confusione è seguita una trasformazione profonda e inevitabile. Da apparato di giustizia criminale su scala nazionale, è diventato il cuore del controspionaggio e dell’antiterrorismo, un esercito diffuso in maniera capillare sul suolo del paese chiamato a rispondere a un attacco portato al cuore della civiltà americana. Guidare questa traversata è stata un’opera titanica. In passato Mueller aveva indagato Manuel Noriega e John Gotti, si era occupato dell’attentato di Lockerbie, aveva inseguito banchieri e trader e scovato sofisticate truffe finanziarie con ramificazioni internazionali, ma il compito più difficile è stato traghettare l’Fbi alla guerra al terrore. L’operazione doveva avvenire in fretta e non c’era stato, né avrebbe potuto esserci, il minimo preavviso. E’ stato l’Fbi di Mueller a introdurre l’uso del finto esplosivo per indurre soggetti radicalizzati a commettere un atto criminale. Gli agenti infiltrati entravano in contatto con i soggetti in procinto di radicalizzarsi, si presentavano come complici o reclutatori, offrendosi di fornire il materiale esplosivo per un attentato che avrebbero pianificato insieme. Quando infine il terrorista in erba si decideva a piazzare le bombe e ad azionare il detonatore, al posto del boato arrivavano gli agenti dell’Fbi con le manette. Una tecnica spiccia ed efficace.

 

Al pari di Trump, Mueller è un figlio del vecchio establishment americano. Nato a Manhattan da un manager della DuPont, il colosso della chimica, e dalla nipote di un pezzo grosso del settore ferroviario, è cresciuto nella periferia di Philadelphia. Nelle sue vene scorre sangue inglese, scozzese e tedesco, come si deduce dal cognome (un altro tratto in comune con il presidente). Nel New Hampshire ha frequentato una scuola per i figli della classe dirigente. Era il capitano della squadra di Lacrosse: in America niente come il Lacrosse testimonia l’appartenenza alla classe bianca e altolocata. Fra i suoi compagni di squadra c’era un ragazzo di nome David Spencer Hackett, il primo della classe a decidere di arruolarsi nei Marine e partire volontario per il Vietnam: “Molti di noi vedevano in lui la persona che volevamo essere”, ha detto Mueller. Quando Hackett è morto in un’imboscata dei Vietcong, nel 1967, Mueller ha deciso di arruolarsi. In quel momento Trump aveva già ottenuto il tanto agognato esonero dal servizio militare. In un certo senso, Mueller è quello che Trump avrebbe potuto essere e non è stato.

 

Se Trump sopravviverà alle sue attenzioni, la resistenza si troverà d'improvviso a corto di accuse legali contro il presidente

Ha ricevuto la formazione tipica del brillante giovane di una famiglia facoltosa. Laurea a Princeton, master in Relazioni internazionali alla New York University, scuola di Legge alla University of Virginia, quella fondata da Thomas Jefferson. E’ un repubblicano per discendenza, indole, concezione della vita e registrazione formale, ma nessuno fra la Casa Bianca e Capitol Hill potrebbe porre obiezioni alla sua credibilità professionale sulla base dell’appartenenza politica. Ha sposato la sua “high school sweatheart” Ann Cabell Standish in una chiesetta episcopaliana della Pennsylvania, e i due sono ancora insieme. Mueller dice che la sua Ann è “una vera santa”, lo ha seguito e sopportato in tutti i posti in cui la sua sfolgorante carriera di magistrato lo ha portato, dalla California a Boston fino a Baltimora, New York e poi Washington, città istituzionale e crudele. Carriera sfolgorante, si diceva, ma non proprio lussuosa per un avvocato che sceglie il servizio pubblico invece del settore privato. Ma per lui era una questione di vocazione. E’ probabilmente per questo senso chiaro, cristallino della missione, mai sfociato in attivismo e foga giustizialista, che tutti, tranne Trump, si fidano del mandato del procuratore speciale, figura di per sé esposta a sospetti e che raramente ha prodotto risultati apprezzabili nella storia della politica. Molti pensano che Mueller possa riuscire dove tutti hanno fallito. Lui, tanto per cominciare, ha messo insieme la squadra di legali più competente ed eterogenea che si sia mai vista al lavoro nella storia americana recente, ottenendo il sostegno totale del dipartimento di Giustizia. Se Trump sopravviverà alle sue attenzioni, la resistenza si troverà d’improvviso a corto di accuse legali contro il presidente. Si tornerà, forse, a parlare di politica.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    03 Luglio 2017 - 13:01

    Il russiangate è il solito accrocco costruito da Il Fatto americani. E' più che certo che Trump abbia provato prima e durante la campagna presidenziale a fare affari con i Russi non con Putin che è uno statista e non un uomo di affari. E allora ? Ai criticoni italiani di Trump vorrei ricordare che il nostro beneamato presidente della repubblica Giovanni Gronchi si disse che proprietario di due colorifici riusci a far assegnare alle sue aziende l'appalto delle striscee su le strade e non solo ci fu anche l'accusa che quella vernice favoriva gli scontri tra auto perchè particolarmente scivolosa.

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    • napoleon462000

      03 Luglio 2017 - 16:04

      Gronchi era anche il proprietario della unica fabbrica , che era a Lucca, che era autorizzata a produrre il "triangolo" che le macchine in panne ai lati delle strade dovevano usare.....

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