Che cosa sarei, se fossi madre? Viaggio in fondo a un'ossessione

Ho già trentasette anni, gli dicevo, è il momento: vuoi forse essere il nonno di tuo figlio?

Che cosa sarei, se fossi madre? Viaggio in fondo a un'ossessione

"Amari", illustrazione di Roberto Hikimi Blefari

Non lo immagino mai neonato, bambino, adolescente. Lo immagino solo e sempre dentro di me, nella mia pancia. Tondo, roseo e sorridente, tutto il contrario di com’è davvero un feto. Mi guardo intorno per le strade e vedo donne e uomini con i figli in braccio. Cosa sarei, se fossi madre? Mi cambierebbe il corpo, l’anima, il cervello? Ce la farei a prendermi cura di qualcuno, io che a stento, ma da sempre, mi prendo cura di me? Ce la farei, mi dico, ce la fanno tutti.

  

Ce la fanno tutti. Non è mai il momento giusto: fallo e basta. E’ bellissimo, non puoi capire quanto è bello. E’ come un innamoramento che non finisce mai. Mi dicono così, quelli che i figli li hanno, e ormai ho quasi trentotto anni e di amici con figli ne ho a bizzeffe. Quasi tutti. Non avrei mai immaginato di essere l’ultima. Non avrei mai immaginato di chiedermi, in motorino dietro il mio compagno, tornando a casa una sera sotto un cielo d’autunno, se l’avremo mai, un figlio.

  

Volevo un figlio anche quando avevo quindici anni. Ho sempre detto che volevo quattro figli. Non ricordo quando ho smesso. So solo che un mio ex fidanzato un giorno mi ha chiesto: quando li fate questi quattro figli? E io mi sono ricordata che lo dicevo sempre, che lo pensavo: io adoro avere una sorella, come sarebbe bello averne tre? Bellissimo. Lo darò ai miei figli. Come sono belle le case piene di gente? Bellissime. Lo darò a me, e ai miei figli. Com’è bello pensare che quella piccola gente che è lì, in macchina con te, per andare per esempio al mare, l’hai fatta proprio tu, e senza di te non esisterebbe? E devi comprare la macchina più grande perché tra me, il mio compagno, i quattro figli e il cane – voglio pure il cane – non ci state in una macchina normale. Com’è bella questa gita tutti insieme? Bellissima. Cantiamo pure in coro le canzoni giuste.

  

Queste fantasie. Fantasie da adolescente che ancora mi porto dietro – perché non ho ancora un figlio? E voi, quando lo fate un figlio? Io mi giro, guardo il mio compagno, lo indico: è lui che non vuole. Lui sbuffa imbarazzato, dice: non è vero, lo faremo. Abbi pazienza.

 

Qualche mese fa l’avevo convinto che era il momento giusto. Nel nostro ristorante preferito, mangiavamo fregola ai crostacei, bevevamo vino, tutto intorno la sala era addobbata di drappi rossi, pesanti, claustrofobici, resa ancor più piccola da arredi in finto oro pacchiani e giganteschi, sedie imbottite rosso scuro, camerieri pallidissimi. Eravamo lì, e per l’ennesima volta gli dicevo, ho trentasette anni, sai benissimo che potremmo cominciare a provare ad avere un figlio e non riuscirci per mesi, per anni. Non vedi quanti dei nostri amici ci sono riusciti solo dopo tanto tempo? Snocciolavo nomi e date come una calcolatrice, ricordavo tutto alla perfezione, io che non ricordo mai niente. Vuoi essere il nonno di tuo figlio? E descrivevo scene terribili di padri coi capelli bianchi o senza capelli, incisi di rughe, troppo vecchi, incapaci di tenere in braccio il proprio bambino appena nato, morti così presto che non lo avevano nemmeno visto andare alle elementari. Mentivo, inventavo, ma per me era tutto vero: mi vedevo perdere l’attimo in cui ancora puoi decidere di avere un bambino o non averlo; mi vedevo girarmi indietro e dirmi: non hai deciso di non averlo, semplicemente l’hai lasciato succedere. Anche andasse bene, dicevo al mio compagno, anche lo avessimo ora, non ci sarà mai una foto di quelle della nostra infanzia, una foto di tuo figlio piccolissimo e tu giovanissimo e ingenuo che lo stringi tra le braccia.

  

Insomma. Il solito discorso. Di colpo il mio compagno sollevò gli occhi su di me, disse: va bene. E’ un uomo di pochissime parole, ogni volta che si inizia a parlare lui dice: stai parlando da due ore. Ogni volta che vuoi affrontare un discorso lui dice: ne abbiamo già parlato, oppure: sai già che cosa penso, oppure: sono paranoie tue, stai calma.

  

E’ vero che al novanta per cento sono paranoie mie. Ho una bella ragnatela catastrofica di paranoie nel cervello, e c’è un mostro senza faccia seduto da una parte che intesse la ragnatela mentre canta, intesse, intesse, e ogni gesto del mostro è una nuova paranoia, e ogni parola della sua canzone è un pensiero fisso che mi viene in testa. E’ vero. Però il paranoico vero sa che, su cento suoi pensieri, novanta sono paranoie e dieci sono cose vere. Ma il paranoico non può sapere quale sia la paranoia e quale la verità, per cui l’ansia del non sapere cresce. Io finisco col chiedere al mio compagno: Questa è paranoia o realtà? Lui quasi sempre risponde: Paranoia. A me per la maggior parte questa sua rassicurazione basta, e passo alla prossima paranoia, tanto non finiscono mai, mai, come le storie d’amore di Luca Carboni che ascoltavo da bambina.

  

Quindi. Lui mi dice: va bene. Paranoia: cosa vorrà dire quel va bene? Il mostro senza faccia mi confeziona immediato il film di un uomo costretto a fare un figlio pur non volendo, e quindi quel figlio non voluto è un figlio triste per sempre e… Ma se invece fosse vero? Se lo volesse, un figlio?

  

(Una storia in tre puntate. Continua venerdì prossimo)

*L’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi è “Una storia nera” (Mondadori)

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