Mai scrivere lettere durante una lite

Sesta volta che mia madre si faceva mollare, urlando

Mai scrivere lettere durante una lite

"Fantesca che porge una lettera alla signora", di Jan Vermeer (1667)

Sesta volta che mia madre si faceva mollare da mio padre. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Sesta uscita di scena alla spaghetti Euripide, gridandosi sul palcoscenico del pianerottolo variopinte brutalità e agitando mani, braccia, voci: l’uno (mio padre) reggendo in mano un mazzo di grucce porta abiti e sul punto di scendere i gradini verso il vialetto, il marciapiede, la macchina, la libertà; l’altra (mia madre) avventandosi a sbraitargli contro l’ultimo apprezzamento, in ciabatte rosse istoriate di strass, occhi di bragia e capigliatura deflagrata, sulle ali di un ritornello del genere “non azzardare a farti rivedere qui, perché… quant’è vero Iddiooo…”, e giù a prefigurare drammatici orizzonti e drammatiche reazioni – vero Iddio e vero l’Odio. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei.

 

Incredibile, pensavo io: sei tempi teatrali per un drammone tutto sommato ridicolo, roba risaputa del genere “non ne posso più della tua freddezza!” “cosa cazzo stai dicendo?” “lo senti il turpiloquio orrendo di cui sei capace? Mi disprezzi anche mentre ti sto cacciando di casa!” “tu non mi cacci da casa mia per niente!”, dramma che però a un certo punto incrudiva, infilava l’ingresso dell’arena e grondava sangue retrospettivo (“tornassi indietro, non ci andrei più a Senigallia dove ti ho incontrato. Me ne sarei restata a Fabriano, a me piaceva Carlo Guarnaccia che ora è dentista!” “…ed è stato meno cretino di me e non ti ha voluto!”), dramma che cresceva molto di volume ma che, col crescere del volume, rimpiccioliva in credibilità drammaturgica (“ah, che schifezza, assomigli a tua madre!” “e tu? tutta tuo padre!” “almeno, mio padre, a mia madre, l’ha trattata da signora!” “tua madre era una signora nonostante tuo padre, non l’hai ancora capito?”), dramma stratificato, consumato tra rivendicazioni sgangherate e le solite quinte verdementa di un giro scale d’appartamento di periferia residenziale. Incredibile, pensavo io esterrefatto: come ci si poteva rovesciare addosso tutto quel rancore solo per il gusto di farlo? E con la pala, poi. Con qualunque attrezzo da giardino a propria disposizione. Col secchio e col badile. E alla fine, rotto il secchio e crepato il badile, continuando ancora a mani nude. Come diavolo si poteva?

 

In Euripide gli eroi sopravvivono, ma privati di senso: così io me ne andai di casa insieme a mio padre. Era il meno debole, però sì, il più indebolito. La forza diabolica di quel diuturno logoramento di nervi, di quel Guinness del Risentimento domestico, l’aveva lasciato esanime (lui così razionale, misurato, alieno all’eruzione vulcanica) dopo averlo trascinato su terreni estranei, assordato con urla belluine e inchiodato alla croce dell’irrazionalità. Fummo coinquilini per qualche mese, ma alla fine, ospiti straniati di quell’impersonale residence, nemmeno tra me e lui filò una meraviglia.

 

Cominciammo a litigare per ogni cosa e ad allontanarci. Incredibile, pensavo io: non riusciamo a non perdere pezzi, noialtri? Non riusciamo a restare uniti mai? La situazione si guastò al punto che rompemmo clamorosamente. La mattina in cui me ne andai, frustrato e deluso dalla nostra virile nullità e dalla difficoltà a stabilire uno straccio di dialogo, mi sedetti al tavolo della cucina, afferrai la penna e mi preparai a buttar giù una lettera furiosa, orrenda. Ricordo la rabbia, il bisogno tempestoso di sfogarmi. E ricordo anche di non aver cercato dentro di me un pompiere, ma di aver aizzato il più folle dei piromani. “Brucia tutto, spacca tutto!” mi dicevo, preda della più teppistica cupio dissolvi. Scarabocchiai qualche riga, cancellai e riscrissi, però no, non andava bene – un conto era urlare, un conto era scrivere. La lettera riempiva un foglio, poi due, poi tre, ma si snodava senza efficacia, era crudele in modo disordinato e impreciso. Una lettera a salve. E io volevo far male. Allora ho raffreddato la rabbia e l’ho trasformata in un testo scientifico. Alla fine, soddisfatto da quelle tre pagine di cattiveria euclidea che – credevo – mi avrebbero risarcito, se non di tutto, almeno di qualcosa, ho fatto la valigia e me ne sono andato. Negli anni seguenti, solo io so quanto mi sarei rimangiato quei tre fogli. Solo io so che stupido, patetico errore fu affidare al controllo quel che va affidato al maremoto. In quei momenti ho capito che non era incredibile per niente: il litigio è un atto teatrale, si recita a soggetto, ma per fortuna senza copione; il che vuol dire che si slitta, si deraglia, ci si schianta, ma è giustissimo così – c’è un momento per vomitarsi addosso ogni cosa e, per fortuna, la maggior parte delle cose che si dicono le si dice e non le si scrive. La mia lettera esprimeva, nella sua goffa e compiaciuta irriverenza, solo il rifiuto dell’aspetto più selvaggio e umano di ogni relazione. Esprimeva la mia ridicola incompetenza. Quella lettera era il ritratto del mio analfabetismo della vita.

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