La mia sciarpa

Un giorno pare allentare la stretta, ma è sempre lì. Al caldo anche quando non siamo più figli

La mia sciarpa

(foto di Mitya Ku viaFlickr)

"Una sciarpa”, poco prima che diventassi madre mi sono sentita dire da un’amica. “D’ora in poi, sarà come avere sempre una sciarpa”. Morbido ma insostituibile, caldo quanto vincolante: così il legame che un genitore stabilisce con un figlio, e già prima che quello venga al mondo. Vincolo diverso da ogni altra relazione umana, per come unisce l’assolutamente singolo a un significato simbolico più universale e ampio. Padri e madri: figure le più uniche e cruciali. I cui sguardi stanno fissi su di noi con un’intensità che ci si fa evidente mano a mano, inoppugnabile più di qualsiasi anamnesi psicoanalitica che si prefigga di spiegarcelo. Curiosa sciarpa: quando pare allentare la stretta, è lì che più c’è, si ostina a scaldarti. Anche una volta divenuto autonomo, capace di camminare sulle proprie gambe e a piene mani conoscere la vita, un figlio lo stesso non lo lasci un momento, nel pensiero. “I vostri figli non sono figli vostri: sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita”, il poeta libanese Khalil Gibran ammoniva, un secolo fa. Invitava a un’attenzione costante e insieme giusta, che mai trascolori in forme di controllo. “Potete sforzarvi di tenere il loro passo”, Gibran aggiungeva, “ma non pretendere di renderli simili a voi”. Tenere il passo dei figli, dopo che sono divenuti tutt’altro da noi. Lo si può con uno sguardo interiore solamente. Occhi del cuore: “Ora cosa farà? Con chi sarà, cosa starà sentendo?”. Modulata dal rispetto, l’empatia di un genitore verso un figlio trascende il grado primo, il mero mettersi nei panni dell’altro. Qui è prossimità sperticata, disposta a sporgersi su ogni tipo di precipizio. Non necessariamente vigilanza in atto allo scopo di monitorare: piuttosto sforzo emotivo, intima necessità di mai “perdere di vista”.

Del valore e la preziosità di quell’invisibile filo – il tacito, ininterrotto seguirci da parte dei nostri genitori – noi come figli ci rendiamo conto tardi. A volte unicamente quando padre o madre li perdiamo, o sentiamo approssimarsi quella perdita. A un tratto, allora, l’eccezionale perspicacia del loro sguardo si fa chiara: come discreta e appartata, o invece più sollecita e ansiosa, quella vigilanza sempre s’è mantenuta fissa su di noi e noi soltanto; per proteggerci, non farci sentire soli. Quali che siano gli avvenimenti, a seguito di una tale rivelazione le cose prendono a cambiare. Come se le parti si fossero invertite, succede a noi adesso – noi adulti, noi orfani – di intrattenerci interiormente, e a lungo, con i nostri genitori. Interloquire con immagini di loro che custodiamo dentro, sigillate da una miriade corpuscolare di ricordi, emozioni a migliaia e disseminate lungo l’arco della nostra intera vita. Ascoltiamo la presenza invisibile di padri e madri, le loro considerazioni che sottili (critiche, appenate, o invece ogogliose e fiere, comunque decisive), continuano a intrecciarsi all’ordito delle nostre scelte. Dialogo silenzioso, quello con loro adesso. Che rattrista e calma insieme. Fa sentire la mancanza, così come la forza di tutta la vita che oltre la morte rimane. La sciarpa non allenta la sua protettiva stretta. Siamo al caldo, ancora. Sempre. Non più figli, o piuttosto in modo nuovo, il passo rallentato, che fa affinare lo sguardo, acuire gratitudine e ascolto. Senza nulla lasciare sbiadire.

L'ultimo libro di Lisa Ginzburg è “Spietati i mansueti” (Gaffi Editore)

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