I dubbi di Violante sul "codice antimafia" applicato alla corruzione

Il governo vuole estendere il “codice antimafia” anche ai reati di corruzione e concussione. Ma l'idea lascia perplessi. Parla l'ex presidente della Commissione Antimafia

I dubbi di Violante sul "codice antimafia" applicato alla corruzione

Luciano Violante (foto LaPresse)

Roma. La corruzione come la mafia. Le misure di prevenzione e il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. L’efficacia dei sequestri preventivi. La lotta interna al Partito democratico. La nemesi di Ingroia&co. Molti temi si snodano attorno all’iniziativa del governo Gentiloni che mira a estendere il cosiddetto “codice antimafia” anche ai reati di corruzione e concussione, e che su questo sarebbe disposto a giocarsi l’ennesimo voto di fiducia. Le misure di prevenzione personali e patrimoniali si applicherebbero pure agli indiziati di corruzione, esattamente come accade con mafiosi e presunti tali. Un amministratore imputato per peculato d’uso, magari per una gestione troppo disinvolta dell’auto di servizio, potrebbe vedersi sequestrato il patrimonio che, nelle more del procedimento, sarebbe gestito dall’Agenzia per i beni confiscati.

 

“Esiste una differenza di fondo tra mafia e corruzione – ci spiega al telefono l’ex presidente della Camera, Luciano Violante – La prima è un’attività professionale continuativa che si estende lungo l’arco di una esistenza e prevede caratteristiche specifiche: il mafioso è un soggetto seriale, radicato in una realtà sociale stabile. Il corrotto o corruttore, in genere, non sviluppa l’intera vita sui binari della corruzione. Commette uno o più reati circoscrivibili nello spazio e nel tempo. Estendere alla corruzione una serie di parametri pensati appositamente per una fattispecie diversa mi sembra di per sé rischioso. Applicando i medesimi strumenti difficilmente si coglieranno i risultati sperati”.

 

Nel contrasto alla mafia, le misure di prevenzione sono tornate alla ribalta anche a causa della moria di imprese affidate a commissari incapaci di salvaguardarne la salute economica, per non parlare di alcuni scandali, da Palermo in su, che hanno coinvolto magistrati accusati di corruzione. “In pochi sanno che soltanto un terzo dei beni sequestrati alla mafia viene effettivamente confiscato. Due volte su tre i beni sono restituiti ai legittimi proprietari all’esito di un dibattimento che fa venir meno il presupposto della misura adottata. La gestione delle imprese è un tema assai rilevante perché un commissario dovrebbe essere pure un buon manager, altrimenti si rischia di provocare un serio danno all’azienda oggetto del provvedimento giudiziario e, più in generale, al tessuto produttivo di un’intera area geografica. Perciò, prima di estendere un istituto, che non si è dimostrato a prova di bomba, a un reato ordinario come la corruzione, sarebbe opportuno svolgere una riflessione aggiuntiva. La commissione antimafia potrebbe essere il luogo per approfondire i profili controversi. Il rischio è di fare più male che bene”. Come si concilia una misura di prevenzione invasiva come il sequestro preventivo con l’articolo 27 della Costituzione? “Lei solleva un problema evidente dal momento che tali misure si applicano a persone che sono soltanto sospetti, quindi da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva. Il nostro ordinamento distingue tra misure di sicurezza, di prevenzione e pena, tale tripartizione non esiste a livello europeo, è un unicum italiano. Tuttavia emerge una incongruenza di fondo, qualcuno direbbe la truffa delle etichette. Non si può infatti negare che sequestri preventivi e sorveglianza speciale siano equiparabili a misure di fatto afflittive. Per le fattispecie corruttive, nei confronti di una persona soltanto indiziata, si possono applicare le misure cautelari già previste dal Codice. Evitando gli eccessi”.

 

Tra il ’92 e il ’94 Violante ha presieduto la commissione Antimafia nel pieno delle stragi di Cosa nostra, quando il bollettino delle vittime veniva aggiornato quotidianamente. L’emergenza mafia di allora è assimilabile all’emergenza corruzione di oggi? “Io rifuggo dalla logica emergenziale. Ho già spiegato perché le considero questioni diverse da affrontare con strumenti diversi. Lo stato è riuscito a ridimensionare la mafia siciliana, non la ’ndrangheta che, infiltrandosi nell’economia legale, conclude affari importanti e misurabili. Sulla corruzione invece si rileva un problema oggettivo: manca una quantificazione dell’esatta entità del fenomeno. Circolano cifre astronomiche, prive di validità scientifica ma perfette per impressionare. La Banca d’Italia ha fornito dati attendibili sulla percezione dei cittadini, è emerso che il sentimento popolare verso la corruzione è direttamente proporzionale alla sua copertura mediatica. Più i giornali raccontano storie di corrotti e tangenti, più i cittadini sentono di vivere in un paese corrotto. Quel che sappiamo è che qualcuno nascondeva i soldi nei puff in salotto, ma non disponiamo ancora di cifre scientificamente attendibili sulle dimensioni della corruzione”.

 

Nel suo ultimo libro, Raffaele Cantone non risolve il problema del quantum ma ribadisce, in contrasto con l’ex numero uno dell’Anm Piercamillo Davigo, l’importanza del momento preventivo. “Bisogna liberarsi dell’illusione repressiva, la minaccia penale può riequilibrare ma non risanare. Prevenzione e pedagogia civile giocano un ruolo chiave contro la corruzione”. Per una sorta di nemesi, nelle scorse settimane l’estensione delle misure di prevenzione ai presunti corrotti è stato un cavallo di battaglia dell’ex pm Antonio Ingroia, sostenuto pubblicamente dal magistrato Nino di Matteo e dal M5s. In aula invece il Pd, con Zanda e Finocchiaro, lo ha difeso come un “provvedimento strategico”. Siamo in presenza di un cortocircuito? “Non saprei, e su questi aspetti preferisco astenermi. Certamente c’è una parte politica che invoca la pena come strumento di risanamento sociale e consenso politico. Pretendere più carcere per i corrotti, anche se sono soltanto imputati, fa guadagnare voti”. S’insegue la piazza, o la “società giudiziaria”, come la chiama Violante. ‘Basterebbe un pizzico di buon senso per fermarsi e riflettere. L’istituto in questione ha già dimostrato, in campo mafioso, di non essere infallibile. La legge La Torre, che introdusse le misure speciali contro la mafia, fu il frutto di una riflessione durata alcuni anni. Non mi pare che questa ultima iniziativa abbia avuto tempi di gestazione paragonabili”. Riflettere, nell’era del tweet, è un lusso.

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