L'antimafia con la memoria corta

Ricordare Falcone e Borsellino come se l’Italia oggi fosse ancora attanagliata dalla presenza di Cosa nostra vuol dire offendere la loro memoria. E negare che da 24 anni non ci sono più stragi di mafia

L'antimafia con la memoria corta

Fazio conduce trasmissione in ricordo di Falcone e Borsellino (foto LaPresse)

Spesso le celebrazioni non si rivelano la sede migliore per una analisi razionale degli eventi celebrati, talvolta possono perfino smarrire e addirittura contraddire il senso di quello che si vuole ricordare, “retorica aiutando e spirito critico mancando” come scrisse Leonardo Sciascia proprio a proposito della battaglia culturale contro la mafia. Ricordare dopo un quarto di secolo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino osservando la realtà del nostro paese come ancora attanagliata dalla presenza pervasiva della organizzazione mafiosa che i due eroici magistrati hanno combattuto con efficacia a prezzo della loro vita non rende certo loro quello che meritano. Piuttosto, equivale a trattarli come personaggi generosi ma velleitari, cosa quest’ultima che sicuramente non furono.

 

Il velleitarismo appartiene piuttosto a una stagione successiva e per quanti danni possa aver causato non ha potuto inficiare i risultati concreti ottenuti con un prezzo così elevato. Non si tratta solo di un problema di buona creanza nei confronti dei celebrati ma di analisi razionale dei fatti attraverso una lettura empiricamente verificabile. Potrebbe bastare la cronologia. Ricordare che sono passati venticinque anni dalla stagione delle stragi di mafia e dei “delitti eccellenti” comporta automaticamente la considerazione che ne sono trascorsi ventiquattro, non un battito di ciglia, senza che il fenomeno si sia ripresentato. Certo la mafia esiste ancora e proprio in questi giorni ha dato un truce segno di sé a Palermo, uccidendo un affiliato evidentemente caduto in disgrazia, una vittima tutt’altro che eccellente, ma anche in questo caso la statistica dice che da tre anni non si verificava a Palermo un delitto di mafia. Trent’anni fa, nella stessa città, avrebbe suscitato stupore un intervallo di tre giorni fra una sparatoria e l’altra. Questo però è un argomento razionale, dunque poco affascinante, mentre dire in un talk, con aria saputa da iniziato alla verità, che “quando la mafia non spara, vuol dire che è più forte”, fa molto più effetto. Eppure è una fesseria, una minchiata solenne, come si dice da quelle parti.

 

Intanto perché la mafia dei primi anni Ottanta, che faceva un morto al giorno, era fortissima e ricchissima e poi perché chi propone una tesi del genere non si rende nemmeno conto di offrire ai mafiosi una classica alternativa win-win. Diamo rumorosi segnali della nostra presenza? Siamo i padroni della piazza e voi non ci potete fare nulla. Siamo ridotti a delle ombre? E’ che non abbiamo più bisogno di farci notare, siamo inabissati, più forti che mai e voi continuate a non poterci fare nulla. Perfetto. Un bravo press-agent non saprebbe fare meglio.

  

Così se da un quarto di secolo non ci sono più delitti eclatanti deve essere per forza dovuto a una trattativa oscura e indicibile con lo stato. L’ipotesi, razionalmente dimostrabile, che la cupola stragista e sanguinaria sia stata sgominata proprio dall’iniziativa dello stato non viene nemmeno presa in considerazione, se non per dileggiarla. Eppure anche qui basta la cronologia. Alla cattura di Riina segue lo stesso anno quella di Nitto Santapaola, l’anno dopo quella dei fratelli Graviano, nel 1995 è la volta di Leoluca Bagarella e l’anno dopo di Giovanni Brusca. In tre anni il vertice stragista finisce all’ergastolo in regime di 41 bis. E’ una vittoria strepitosa ma non si può dire perché certi pm hanno già cominciato a cercare le tracce della famosa “Trattativa”. Nel frattempo altri pm continuano la caccia ai mafiosi per impedirgli di riorganizzarsi sotto le bandiere del più prudente Provenzano. Ci vuole tempo ma alla fine, nel 2006, lo prendono e una parte della procura di Palermo continua a impedire ogni tentativo di riorganizzazione, pur in tono minore, di Cosa nostra. Nel frattempo un’altra parte della procura vede gente e scrive libri, qualcuno si presenta pure alle elezioni. Un anno dopo Provenzano, viene arrestato Salvatore Lo Piccolo, capo emergente a Palermo. Due anni dopo tocca al suo rivale Gianni Nicchi, un ‘enfant prodige’ ammanicato con Cosa nostra americana.

 

Ci sono operazioni che stroncano ogni tentativo di ricostruire strutture territoriali. Nel 2005 l’operazione “Grande mandamento” porta in carcere 49 mafiosi. A dicembre 2008 l’operazione Perseo ne coinvolge altri 79, fra cui il vecchio Gerlando Alberti che voleva, prima di morire, ricostruire la “commissione”. Infine un anno fa una operazione a Villagrazia, borgata ad altissima densità mafiosa, comporta altri 62 arresti. Questo è il quadro oggi della mafia nel suo epicentro. Certo non è stata cancellata, anche perché, per ottenere un risultato simile giudici e carabinieri non bastano, ma è evidente che dal maxi processo in poi, Cosa nostra ha inanellato una lunga serie di sconfitte. Questo va ricordato non solo per omaggio e gratitudine a Falcone e Borsellino ma sopratutto perché è vero. Naturalmente la mafia resta un grave problema ma se si finisce per essere tacciati di “negazionismo” quando se ne segnalano le sconfitte, vuol dire che anche certa antimafia ha cominciato a diventarlo.

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