Il Galibier è un duello di spade sulla pedana del Tour

A Serre Chavelier festeggia Roglic. E pure Bardet che con tre scatti riesce a staccare Fabio Aru di una trentina di secondi. Alberto Contador prova l'impresa dal mattino e onora il Galibier

Il Galibier è un duello di spade sulla pedana del Tour

Un'aquila ad ali aperte sventola sullo stendardo di Serre Chevalier. Aspetta. Sotto di lei altre presenze che provano a planare verso uno striscione con su scritto Tour de France che segnala il termine delle fatiche, il confine delle speranze. Quelle di chi dalla testa non vuole essere raggiunto; quelle di chi insegue, ma più che davanti rivolge lo sguardo alle spalle; quelle di chi insegue e basta, ché il dispiacere è tanto per quanto successo verso la cima, come grande è pure l'orgoglio di non perdere tutto quello che si è creato sinora. Sotto l'aquila di Serre Chevalier è Primož Roglič ad apparire e a richiudere le ali. Alle sue spalle il col du Galibier è un passato recentissimo, una fatica dolce da avanguardista, a ricercar una solitudine che su di un passo impallato di tifosi è impossibile. La fuga è una ressa, la sua azione un pugno alle speranze di volo di Alberto Contador, che sulla Croix de Fer aveva provato l'azzardo, che è voglia di impresa e di rivalsa. Contador è rabbia e ardore, è un soffio di ciclismo antico su panorami moderni. Il mobilio del Tour però è minimale, ha un design essenziale e la grandeur vittoriana del corridore spagnolo ormai sembra fuori moda.

Il Galibier passa ed è come sempre un incanto. E' stato terreno di assoli e duelli di sciabola, si è trasformato in pedana di scherma, ma senza la grazia del fioretto. Spada affilata, quelle di Romain Bardet che per tre volte scatta e per tre volte mette in fila tutti, ma senza staccarli; spade resistenti quelle di Rigorberto Uran e Chris Froome, che con facilità si attaccano alla ruota del francese e non perdono occasione di seguirla; spada spuntata quella di Fabio Aru, che sette volte si fa trovare in difetto, è costretto a inseguire e sempre insegue con la consapevolezza che piuttosto di arrendersi meglio scoppiare. In cima ai 2.646 metri del souvenir Desgrange, che altro non è che la nostra Cima Coppi, Su ventu insegue ancora che gli altri sono già a muso all'ingiù. Il distacco è poco, ma la solitudine è troppa. In discesa non molla, i venti secondi diventano trenta, poi quaranta, sembra esplodere, deflagrarsi la sconfitta, invece Daniel Martin interviene, i compari di Meintjes pure e i secondi sul groppone sono meno di quelli che potevano essere: trentuno, che poi sono cinquantatre in generale da Froome, ventisei dal gradino più basso del podio, che sarebbe già gran cosa, indipendentemente dai pensieri gloriosi che i Pirenei ci avevano fatto apparire in testa.

Il Galibier ha detto questo, che è molto, ma non abbastanza, che è stato eccellente, ma con una punta di amaro, perché ovviamente le speranze erano altre e i pensieri del mattino rovinano sempre i ricordi della sera. Eppure nulla è ancora perduto. Perché le esaltazioni di oggi possono essere i malumori di domani, che la salita sarà meno lunga ma più verticale, che le botte sono forti e sono forti per tutti, ma le batoste possono dare scosse di rabbia e adrenalina che trasformano ed esaltano.

 

Il Galibier ha detto parecchio, ma ancora non tutto, perché ancora ci sono domande in sospeso e sono domande ascensionali, buone da dar voce a quello che domani apparirà prima all'orizzonte e poi sotto le ruote dei corridori. Sono domande che hanno intanto due suoni per risposta: Vars e Izoard. E sono suoni duri come una spada. Sperando che questa volta non sia ancora spuntata.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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