Al Tour Kittel smonta la lucida follia del Barone rosso Bodnar

Il polacco della Bora viene ripreso a trecento metri dall'arrivo dopo oltre duecento chilometri di fuga. Per lo sprinter è il quinto successo in questa Grande Boucle

Al Tour Kittel smonta la lucida follia del Barone rosso Bodnar

Mancavano pochi mesi alla fine della prima guerra mondiale quando Manfred Albrecht von Richthofen fu abbattuto. Era l'Asso degli assi, il Barone rosso, uno dei migliori piloti di aeroplani della storia dell'aviazione. Leggenda racconta che a Breslavia, la sua città le campane del duomo suonarono a morto ottanta rintocchi, il numero delle sue battaglie vinte nel cielo. "Il Barone rosso rappresentava la lucida follia del migliore", scrisse lo scrittore americano James Salter, appassionato d'aviazione.

Mancavano poche centinaia di metri alla fine della undicesima tappa del Tour de France quando Maciej Bodnar vide una ruota superarlo. Era da trentacinque chilometri che non aveva nessuno al suo fianco, da quando aveva lasciato i suoi compagni d'avventura. Avevano pedalato per 170 chilometri assieme, avanti a tutti, di buona lena e comune accordo. Il gruppo però aveva iniziato a farsi sotto, il vantaggio a evaporare e così Bodnar provò a prendere spunto dal suo concittadino, a mettere sui pedali "la lucida follia del migliore". Lui che migliore non è mai stato e mai lo sarà. Ma poco importa, perché il ciclismo non è scienza e il plotone può essere ingannato. Trentaquattro chilometri e settecento metri di illusione, sino all'epilogo, ossia sprint, ossia Marcel Kittel.

Oggi Manfred Albrecht von Richthofen è diventato emblema di mille cose: Barone rosso è marchio, brand, pizzerie, birrerie, tatuaggi. Eroe tedesco perché all'epoca Breslavia era Prussia. Tedesco come Kittel, velocista di classe e ingordigia, quinto successo a questo Tour de France, superiorità imbarazzante. Troppo forte per avere rivali, troppo forte per essere battuto in un duello in bicicletta a sessanta all'ora. Per questo Maciej Bodnar, che sprinter non è e che di rivaleggiare con Kittel non ne ha né voglia né ambizione, ha tentato l'azzardo, il colpo a sorpresa, la folata solitaria e disperata. Si è arreso che lo striscione del traguardo era a un passo, ma uno di troppo. Si è arreso senza sventolare bandiera bianca, senza arrendersi davvero, come von Richthofen, ma senza l'attenuante di essere un eroe. Gregario e magnifico, indispensabile, chiedete a Sagan. Gregario polacco perché Breslavia non è più Germania. Polacco come tratto distintivo "perché abbiamo la pelle dura e ad arrenderci non abbiamo mai voglia". Lo disse dopo il sesto posto della cronometro olimpica, quando all'arrivo arrivò con i crampi.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • regni.gubbio

    12 Luglio 2017 - 19:07

    Grazie del bel racconto degli ultimi km . Io mi sono addormentato in poltrona mentre guardavo la corsa ( meglio definirla scampagnata). 11 tappe 9 scampagnate

    Report

    Rispondi

Servizi