La fuga degli intellettuali che avevano razionalizzato Trump

Dopo aver spiegato le virtù inconsapevoli del presidente, Julius Krein abbandona un’amministrazione indifendibile

Mattia Ferraresi

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La fuga degli intellettuali che avevano razionalizzato Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Il verbo più forte che Julius Krein usa nella sua intervista a Slate è “over-rationalize”. “Ammetto di avere razionalizzato eccessivamente”, dice, parlando del suo sostegno a Donald Trump. Aveva visto nell’emergere dell’ondivago Trump lo spazio per creare un’impalcatura razionale, ma nel rifiuto di isolare e condannare il terrorista neo-nazista che ha falciato con l’auto i manifestanti di Charlotsville quello spazio si è definitivamente chiuso. Sul New York Times Krein ha scritto la sua ammissione di colpa, o meglio di “eccesso di razionalizzazione”: “Ho votato per Trump. Mi sono pentito amaramente”.

 

Krein è il giovane intellettuale conservatore che con ineguagliata pervicacia si è speso per individuare, ed eventualmente anche creare, “l’idea platonica” dietro il confuso coacervo del trumpismo. Si è imbarcato nell’impresa di collegare il fenomeno che ha rovesciato il tavolo della politica globale a un noumeno ideologico riconoscibile. Che Trump fosse un mezzo inconsapevole, un ignaro interprete di idee che lo precedevano e lo sovrastavano era il cuore dell’approccio di Krein e dei suoi compagni di ventura. Il talentuoso laureato di Harvard, istruito nel mondo della finanzia e iniziato alle idee del conservatorismo, sponda straussiana, da Bill Kristol e Harvey Mansfield, aveva fondato durante la campagna elettorale il “Journal for American Greatness”, un blog semiserio e sferzante dove, protetti da pseudonimi latini, lui e altri intessevano l’ordito ideale di un candidato senza trama ma con molti colpi di scena. Avanzava sulla scena un’alternativa al consenso conservatore di Reagan e dei Bush che si riannodava alla tradizione “paleo” di Pat Buchanan e della vecchia destra nazionalista e isolazionista, ma l’interessato non era a conoscenza della sua stessa velnza ideologica, dunque serviva qualcuno che la spiegasse. Serviva un razionalizzatore. In fondo non si trattava che di spiegare la vecchia lezione hegeliana sugli “individui cosmico-storici”, personalità straordinarie che imprimono sulla battigia della storia impronte che eccedono e travalicano la loro consapevolezza.

 

Personalità di questo genere arrivano per istinto e intuito laddove tutti gli altri s’affaticano con gravosi passaggi logici, e Krein s’era proposto di spiegare tutto questo per tramite di una pubblicazione grondante di autorevolezza chiamata American Affairs, un aggregatore di pensieri conservatori non convenzionali capace di entrare in dialogo anche con i ribelli del magazine Dissent in una serata di dibattito surreale e dadaista di quelle che succedono soltanto a Brooklyn. Quando il Foglio lo ha intervistato in primavera, Krein era ancora un sostenitore del presidente che andava preso “seriously but not literally”, la sospensione dell’incredulità stipulata a inizio mandato reggeva nonostante crescessero negli ambienti vicini all’amministrazione voci critiche. Gli isolazionisti lamentavano la postura interventista in Siria e altrove, gli attivisti anti immigrazione denunciavano la vuota promessa del muro al confine con il Messico, i critici del libero commercio domandavano perché il Nafta non era stato ancora smantellato. Krein diceva “stiamo a vedere”, spiegava che tutto nell’Amministrazione era esagerato e distorto dai media, e aveva posto la disillusione come premessa inevitabile di tutto il processo di razionalizzazione dell’irrazionalizzabile.

 

Nell’estate del discontento e del licenziamento anche la buona volontà di Krein, che aveva visto in Trump ciò che nemmeno Trump vedeva in se stesso, s’è afflosciata miseramente. “Non posso più difendere questa disgraziata amministrazione, e chiedo a tutti quelli che hanno sostenuto il presidente di smettere di farlo”, ha scritto sul Times. Da uomo della provvidenza, Trump si è trasformato agli occhi di Krein nell’uomo del tradimento: “Invece di ‘make America great again’, Trump ha tradito i fondamenti della nostra comune cittadinanza. Le sue azioni stanno mettendo a repentaglio ogni prospettiva di perseguire un’agenda che possa restaurare la promessa della vita americana”. Le “gaffe bidenesche” commesse nel corso della campagna, le intemerate, le iperboli, gli eccessi, il turiploquio e il vaniloquio esibiti su ogni palcoscenico della politica globale erano, per quelli come Krein, un prezzo accettabile da pagare in cambio di un passaggio politico verso qualcos’altro.

 

Il “let Trump be Trump” che il manager della campagna elettorale aveva scritto sul muro dell’ufficio doveva essere un mezzo, non un fine: “Quelli di noi che hanno sostenuto Trump non sono mai stati tanto ingenui da credere che si sarebbe trasformato in un modello di decoro presidenziale dopo aver vinto le elezioni. Ma il nostro calcolo era che un po’ di tweet fastidiosi sarebbero stati un prezzo accettabile per una nuova agenda di governo”. Non soltanto la nuova agenda di governo non si è materializzata, ma Trump ha colpevolmente esitato nel condannare un atto di terrorismo del mondo dei suprematisti bianchi, squalificandosi anche agli occhi dei super razionalizzatori che avevano dimenticato ogni volgarità e perdonato ogni belluria presidenziale in nome di più alti obiettivi politici. Krein è un giovane promettente che si muove in una nicchia di intellettuali, ma la sua conversione è significativa perché nessuno quanto lui e i giovani con il papillon di American Affairs avevano lavorato per dare un senso alla vicenda di Trump. Anche Pat Buchanan, il vecchio forcone che portava avanti il verbo del nazionalismo antiglobalista quando The Donald faceva pessimi affari da Atlantic City, ora ha molti dubbi sulle virtù per così dire involontarie del presidente, circondato da cerchie instabili di consiglieri che faticano ad arginarlo: “Possiamo fidarci dei nuovi custodi dell’agenda nazionalista-populista di Trump, i generali e i membri del club di Goldman Sachs?”. Krein e gli altri avevano visto in Trump il restauratore del progetto conservatore demolito dalla destra internazionalista impegnata a esportare la democrazia e a fare a fette lo stato. Ora ammettono di aver visto anche ciò che non c’era.

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