La fine della guerra in Afghanistan

Non è più un conflitto, è un turno di guardia per tenere fuori i barbari

La fine della guerra in Afghanistan

Foto LaPresse

Anche il presidente che fissa il sole durante l’eclissi a rischio di bruciarsi la retina talvolta vede giusto – o meglio, talvolta dice la cosa giusta. Due giorni fa Donald Trump ha annunciato cosa farà in Afghanistan e al netto di molte vaghezze due punti sono chiari.

 

Numero uno: è un impegno open ended, vuol dire che non c’è una data di scadenza, si sta finché si deve stare. Trump non ha fatto come il suo predecessore, Obama, che quando ha dovuto rimangiarsi la promessa del ritiro e ha dovuto mandare più soldati in Afghanistan ha anche annunciato quando li avrebbe riportati a casa per non turbare troppo l’opinione pubblica – distruggendo così tutto il valore della sua campagna afghana. Ai talebani è bastato aspettare la data del ritiro senza farsi ammazzare per ricominciare a spadroneggiare.

 

Numero due: i soldati vanno in Afghanistan per concentrarsi sull’antiterrorismo. Cade l’ambizioso progetto del nation building, quindi dell’aiutare la nazione a camminare con le proprie gambe, che ha dato risultati misti: ci sono donne che oggi diventano ufficiali di polizia, è vero, ma anche parecchie ville negli Emirati arabi pagate con i soldi del contribuente americano che credeva di veder sorgere scuole e ospedali e invece pagava la corruzione in un paese che è ancora parecchio taliban. Forse bisognerebbe smetterla di dire che a Kabul si combatte la più lunga guerra della storia americana. Si tratta con più esattezza di turni di guardia per tenere a bada il terrorismo islamista, come si faceva sulla muraglia cinese per tenere i barbari fuori, o sulla Barriera per tenere lontani i non morti se siete fan di “Game of Thrones”.

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