Macron perde già tre ministri, ma può non essere un male

Le conseguenze dell'abbandono dei MoDem dall'esecutivo Édouard Philippe e le nuove possibili alleanze di governo

Macron perde già tre ministri, ma può non essere un male

Foto LaPresse

Il ministro della Giustizia François Bayrou e il ministro degli Affari europei Marielle de Sarnez hanno rassegnato le proprie dimissioni dal governo guidato da Édouard Philippe. Dopo le dimissioni del ministro delle armate, Sylvie Goulard, avvenute ieri, nell'esecutivo non resta alcun membro del partito centrista MoDem, unico alleato politico di En Marche!, il partito del presidente Macron.

 

François Bayrou, il leader del partito, aveva espresso il suo sostegno all'allora candidato a marzo, in piena campagna elettorale. L'accordo è stato molto conveniente per entrambi: Macron è immediatamente balzato in testa nei sondaggi nei giorni successivi alla presentazione dell'alleanza; Bayrou, fuori dal giro della politica nazionale dopo il disastro elettorale del 2012 e la sconfitta del suo alleato Alain Juppé alle primarie del centrodestra, ha guadagnato 3 ministeri e quasi 50 deputati.

 

Le dimissioni arrivano a seguito dell'apertura dell'inchiesta preliminare da parte della procura di Parigi, che il 9 giugno ha iniziato a indagare ufficialmente sull'utilizzo abusivo dei fondi del parlamento europeo da parte dei MoDem. Lo scandalo, in cui è coinvolto anche il Front national, riguarda alcuni dipendenti del partito in Francia che sarebbero stati pagati come assistenti dall'Europarlamento senza però lavorare effettivamente tra Bruxelles e Strasburgo.

 

La decisione ha una serie di conseguenze immediate e rappresenta la prima piccola crisi di governo che deve affrontare il presidente Macron.

 

Il passo indietro di tre ministri per un problema giudiziario è di per sé un duro colpo all'immagine di qualsiasi governo, ma in questo caso lo è ancora di più. La condizione dell'alleanza tra Macron e Bayrou, presentata durante la conferenza stampa dei due leader a marzo, era l'approvazione di una legge che moralizzasse la vita pubblica. Francois Bayrou era stato nominato guardasigilli proprio per occuparsi della riforma, che doveva essere il primo grande segnale di discontinuità con il passato. Parte del progetto era già stato presentato in conferenza stampa dal ministro, e prevedeva una serie di misure per contrastare pratiche legali ma considerate privilegiate, come la possibilità di assumere i propri familiari come assistenti parlamentari. La legge era un'evidente risposta all'esigenza di moralità richiesta dai francesi dopo una campagna presidenziale segnata dagli scandali.

 

La decisione rimette in discussione parte della strategia del partito del presidente. E' vero che Emmanuel Macron dispone della maggioranza assoluta in Parlamento, ma ha anche bisogno di strutturare il proprio movimento su tutto il territorio in vista delle elezioni locali che si tengono durante il mandato. Pur non essendo un partito molto presente sul territorio, ai MoDem sono iscritti dei senatori e degli eletti locali che avrebbero potuto costituire una base di partenza molto utile per En Marche!. Non è ancora chiaro se l'alleanza reggerà o meno, ma dei problemi di convivenza a livello nazionale rimetterebbero in discussione anche gli accordi locali.

 

Le dimissioni in blocco dei MoDem potrebbero allo stesso tempo accelerare la decomposizione in corso nella destra post-gollista. Il partito Les Républicains è infatti spaccato tra due correnti: una cosiddetta “costruttiva”, che ha fatto capire di essere pronta a votare molti provvedimenti del governo, dopotutto guidato da un primo ministro repubblicano; l'altra che invece chiede un'opposizione intransigente al presidente Macron. Se l'alleanza con i MoDem dovesse saltare alcuni repubblicani potrebbero entrare nel governo o prendere il posto dei centristi nel ruolo di alleati della maggioranza parlamentare.

 

La crisi ha però anche un risvolto positivo per Macron. Bayrou aveva appena animato un duro scontro con il primo ministro Édouard Philippe, segno di alcune tensioni di difficile gestione. L'ex ministro della Giustizia aveva telefonato alla direzione di Radio France per protestare contro un'inchiesta condotta dai giornalisti della radio sugli impieghi fittizi del suo partito. Il fatto era stato denunciato pubblicamente dai reporter e il primo ministro era stato costretto a intervenire per sottolineare l'inadeguatezza del comportamento di Bayrou: “Quando si è ministri non ci si comporta come un cittadino normale”. Il presidente dei MoDem aveva però ribattuto di non aver intenzione di rinunciare alla sua libertà di parola. L'ex ministro ha un profilo molto autonomo e difficilmente avrebbe accettato altri richiami all'ordine: tre volte candidato alla presidenza della repubblica (nel 2007 raccolse il 18 per cento, mancando di poco la qualificazione al ballottaggio), è da sempre una figura di primo piano della politica nazionale.

 

Le dimissioni si aggiungono a quelle del ministro della Coesione territoriale Richard Ferrand, coinvolto in un piccolo scandalo immobiliare, che dopo aver lasciato il governo, assumerà la guida del gruppo parlamentare En Marche!.

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Commenti all'articolo

  • gianni.rapetti

    21 Giugno 2017 - 17:05

    Macron potrebbe assumere lui stesso l'interim. Lo faceva gia' un capo del governo italiano tanti tanti anni fa. Poi si faceva fotografare a torso nudo mentre falciava il grano. Magari a Macron basterebbe un selfie.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Giugno 2017 - 13:01

    Al direttore - Dimissioni centriste a Parigi. Aforisma: "In Francia esistono gli Alfani coraggiosi". Il nobile Gentiloni nota e pensa: "A chi tutto, a chi nulla".

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  • luigi.desa

    21 Giugno 2017 - 13:01

    Nessun problema. Macron è talmente grande che potrebbe governare da solo sorvegliato dalla sua mentore e moglie .In teoria e tecnicamante un consiglio dei ministri è un orpello un sovra più . Come Renzi dicevano i maligni ( uomo solo al comando) per il quale il Consiglio era un corpo di ballo a fargli da contorno nelle sue esibizioni, compresi ministri come Padoan Gentiloni Lorenzin ed altri largamente stimati dai più.

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