Massacro di ragazzini

Abedi non era solo, caccia alla rete Isis tra Manchester e la Libia

La polizia inglese cerca il laboratorio della bomba e gli altri del gruppo, arrestati fratello e padre a Tripoli

Abedi non era solo, caccia alla rete Isis tra Manchester e la Libia

Salman Abedi

Roma. Martedì sera a Tripoli in Libia la forza al Rada’, che in arabo vuol dire “deterrenza” ed è un battaglione libico molto islamista che si occupa della sicurezza e della lotta al terrorismo, ha arrestato Hashim Abedi, fratello minore di Salman Abedi, lo stragista dei bambini di Manchester. La Rada’ dice che Hashim ha confessato, lui e il fratello facevano parte di una cellula dello Stato islamico, è arrivato a Tripoli il 16 aprile ma ha visto tutta la preparazione dell’attentato quando ancora era a Manchester – dove studiava Ingegneria – e stava per fare un attentato nella capitale libica dopo avere ricevuto circa tremila dollari dal fratello come finanziamento. La confessione di Hashim, se sarà confermata (è la Libia: ogni informazione va trattata con cautela) eliminerà tutti i dubbi residui sulla posizione di Salman – gli stessi dubbi che mercoledì sono caduti uno a uno con il passare delle ore. Martedì la domanda era: lo stragista di bambini a Manchester ha fatto tutto da solo oppure appartiene a un network, lo scenario più temuto dell’intelligence inglese, quindi una costola clandestina dello Stato islamico che ha eluso la sorveglianza e si è incistato in Gran Bretagna – come nel 2015 era riuscito a fare il gruppo di fuoco belga che poi ha fatto le stragi di Parigi e di Bruxelles? Già in serata da Londra era arrivata una risposta indiretta: livello di allerta portato al livello massimo, soldati nelle strade, eventi fermati perché ogni raggruppamento di persone è un possibile bersaglio. Mercoledì anche la polizia inglese ha dato la risposta finale ai giornalisti: Salman Abedi era parte di un network, non si sa ancora quanto esteso, non si sa con quanti uomini a disposizione – ci sono stati cinque arresti collegati alla strage ma altri potrebbero essere ancora liberi e motivati a colpire prima che le indagini li raggiungano (fu il motivo dell’attentato di Bruxelles a marzo 2016, anticipato per bruciare sul tempo gli investigatori che ormai erano arrivati troppo vicini). Abedi era soltanto un “mulo” che portava una bomba prodotta da qualcun altro, perché le fonti di sicurezza inglesi sostengono che fosse troppo sofisticata per lui. Quindi, corollario, da qualche parte in Gran Bretagna c’è un artificiere dello Stato islamico in grado di assemblare bombe potenti e questo rispetta una legge non scritta delle cellule terroristiche: i tecnici non producono mai una bomba sola, ma più bombe, e sono gli elementi meno sacrificabili dell’organizzazione, vanno protetti, non sono i primi ad andare in una missione suicida.

 

Abedi era un mulo, ma qualificato. Secondo gli amici è tornato da poche settimane dalla Libia, e secondo i governi inglese e francese è stato anche in Siria. In Libia lo Stato islamico nella sua concezione classica è stato polverizzato, ma è pericoloso. Non amministra più la giustizia nelle piazze, non mette più video su internet dalla scorsa estate, non osa più fare sermoni nelle moschee, dopo la grande sconfitta subita a Sirte. Piuttosto, si è disperso nel sud desertico e nelle città, in attesa di un’occasione di ritorno e proprio come aveva fatto lo Stato islamico in Iraq nel 2010 si lecca le ferite e prepara attentati spettacolari. A settembre scorso una fonte fuoriuscita dall’Isis aveva descritto al Foglio gli sforzi da parte di un leader in Libia per organizzare e guidare attacchi in Europa. A gennaio, il Wall Street Journal aveva parlato di possibili contatti tra Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale a Berlino, e i gruppetti di sopravvissuti dello Stato islamico che percorrono il deserto a sud di Sirte senza mai compattarsi per non offrire un bersaglio troppo facile agli aerei-spia e ai satelliti americani che tengono d’occhio la zona. 

 

Anche la fattura della bomba racconta la storia di un attacco non improvvisato, ma pianificato con una cura che potrebbe essere superiore alle capacità del solo Salman. Una bella analisi pubblicata sul New York Times da C. J. Chivers, giornalista e anche ex ufficiale dei marines, nota per esempio che la batteria della bomba è una Yuasa da venti euro, non una qualsiasi pila elettrica economica come in innumerevoli altri congegni esplosivi. E nota anche che il pulsante del detonatore è diverso dal solito, potrebbe contenere un cosiddetto circuito di ridondanza, vale a dire che la bomba poteva essere attivata sia dallo stragista sia con un timer o forse via radio da qualcuno all’esterno, in modo da minimizzare le possibilità di fallimento. Dopo tanti attacchi con i coltelli o con le automobili, questo era di qualità più elevata.

 

Mercoledì i media americani hanno continuato a far trapelare notizie che non dovevano, dopo che il governo inglese con una critica irrituale verso gli alleati aveva chiesto a Washington di passare le informazioni condivise in segretezza. Tra queste, c’è che la famiglia di Abedi aveva notato la traiettoria estremista del figlio e lo aveva denunciato ai servizi di sicurezza inglesi – il che rende più pesante la situazione.

 

Il padre dello stragista di bambini – Ramadan Abedi, anche lui arrestato a Tripoli mercoledì – aveva lasciato la Libia negli anni Novanta perché era sulla lista dei ricercati da Gheddafi, e apparteneva al LIFG, il Gruppo islamico di combattimento in Libia – che era un’organizzazione legata ad al Qaida. E’ la Gran Bretagna degli anni Novanta, in cui non si fa caso ai rifugiati arabi e che diventerà in pochi anni il palcoscenico di predicatori estremisti. La storia di padre e figlio è uno spaccato simbolico fortissimo di cosa è successo in questi anni tra mondo arabo e occidente. Dopo la rivoluzione del 2011 e con l’età il padre è molto meno estremista e molto più politico, appoggia i ribelli, partecipa alla nuova fase e si fa fotografare mentre vota alle elezioni libere a Tobruk. Sul suo profilo Facebook c’è una foto di lui che dice: “Oggi siamo andati a votare, alla scuola è anche venuto John McCain a vedere le operazioni …” . Era il 2012, il senatore americano John McCain celebrava il successo effimero della fase post Gheddafi, la strada era lastricata di buone intenzioni. Probabilmente Ramadan (che su Facebook fa anche l’elogio del terrorista libico Abu Anas al Libi, morto nel 2015) si portava dietro i figli nei viaggi in Libia, per fargli conoscere il paese da cui era fuggito. Ma mentre lui metteva foto di elezioni su Facebook, il figlio entrava in contatto con lo Stato islamico e forse si faceva insegnare come preparare le cinture esplosive per diventare uno dei killer più orrendi della storia inglese. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    25 Maggio 2017 - 11:11

    Grazie Raineri, per averci illustrato in sintesi lo scenario in cui ci ritroviamo a vivere: terrorizzati da nemici che - QUESTO è che noi non riusciamo a credere né concepire per mentalità incredibilmente ma di fatto diametralmente opposte - ci odiano a morte, ossessionati dal nostro inammissibile esistere perciò da spazzar via dalla faccia della terra, determinati al punto di suicidarsi pur di ucciderci, infiltrato in mezzo a noi, presentissimi ma dissimulatori così bravi nella falsità da risultare insospettabili. Siamo terrorizzati e di fronte a questo invisibile ma incombente pericolo di morte onnipresente, completamente disarmati. In attesa che queste teste arrivino a metter mano su mini-ordigni di distruzione di massa - sicuramente loro ossessionante obiettivo per far sterminarci d'un solo colpo. Le opposte forze in campo dovrebbero essere la mentalità coranica contro la mentalità evangelica, invece la nostra è degradata e ridotta al vuoto mentale e morale, al cupio dissolvi.

    Report

    Rispondi

Servizi