Budget first

Trump dà sostanza all’isolazionismo con un bilancio che taglia gli aiuti esteri e azzoppa il “soft power”

Budget first

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. La proposta di bilancio presentata ieri dalla Casa Bianca prevede aumenti della spesa per la Difesa, nuovi fondi per la Sicurezza nazionale, per le operazioni di polizia e per il controllo delle frontiere, uno stanziamento speciale per anticipare il costo del muro al confine con il Messico, e tagli su tutto il resto. L’agenzia più penalizzata nel piano creativamente intitolato “America First. A Budget Blueprint to Make America Great Again” è quella per la protezione dell’ambiente, che se dipendesse da Donald Trump vedrebbe il suo budget ridursi del 32 per cento. Nemmeno il segretario dell’agenzia, Scott Pruitt, che pure è un acceso sostenitore della riduzione della spesa per questo apparato del governo che molti repubblicani vorrebbero addirittura abolire, suggeriva una riduzione più misurata di quella proposta. L’altro settore su cui Trump si muove con l’accetta è quello della politica estera, e in particolare nella voce di spesa che riguarda gli aiuti economici agli alleati. Il Blueprint prevede un taglio del 28 per cento del bilancio del dipartimento di stato, con una sforbiciata del trenta per cento dei fondi per la cooperazione internazionale, cosa che implica una netta dipartita dalla logica del “soft power” con cui gli Stati Uniti intendono lubrificare alleanze e favorire sentimenti di benevolenza attraverso un diluvio di dollari. Anche in questo caso, il titolare del dicastero colpito, Rex Tillerson, avrebbe preferito un’operazione meno traumatica, ma i suoi sforzi sono riusciti a ottenere soltanto una maggiore flessibilità sui programmi specifici da tagliare e a mantenere invariati i 3,1 miliardi di dollari che gli Stati Uniti versano ogni anno a Israele.

 

Tillerson ha detto che si tratta del riconoscimento che “lo sviluppo è una sfida globale che non dev’essere sostenuta soltanto dal contributo degli Stati Uniti, ma attraverso partnership più ampie alle quali devono partecipare anche i nostri alleati e non solo”. Un folto gruppo di repubblicani ha già detto che un bilancio del genere non ha nessuna possibilità di arrivare intatto al Congresso, ma quello che conta in questa fase è registrare la direzione in cui si muove il governo, e chiaramente Trump si accanisce contro il “soft power”. Tagliare i fondi agli alleati sottolinea il processo di disengagement americano dagli affari globali, postura sottolineata anche dal colossale aumento del budget del Pentagono di 54 miliardi di dollari (circa il 10 per cento), che ha una funzione essenzialmente difensiva.

 

“Non è un bilancio di soft power, ma di hard power. E questo è stato fatto intenzionalmente”, ha detto il direttore dell’ufficio budget della Casa Bianca, Mick Mulvaney. Trump non ha mai nascosto la sua disapprovazione per i fondi che l’America concede agli alleati, decine di miliardi di dollari che talvolta finiscono per foraggiare attori ambigui se non ostili agli Stati Uniti e assai di rado correggono le pulsioni antiamericane delle popolazioni. E’ almeno dai tempi del piano Marshall che va avanti la discussione sull’efficacia dei “foreign aid”, programmi impopolari presso gli elettori che però vengono continuamente rifinanziati in nome di più alte ragioni diplomatiche e geostrategiche. I due poli del dibattito sono incarnati da due economisti che offrono visioni opposte sull’opportunità degli aiuti. Da una parte c’è Jeffrey Sachs, professore della Columbia che più di ogni altro si è battuto per l’espansione degli aiuti; dall’altra c’è William Easterly, della New York University, che da decenni suggerisce tagli per spendere meno e spendere meglio: “Gli aiuti dovrebbero fissare obiettivi più modesti, cioè dovrebbero aiutare alcune persone in alcune situazioni invece di porsi come catalizzatori di profonde trasformazioni della società”. Alla base delle due opzioni ci sono visioni differenti circa l’effettiva possibilità del mondo occidentale di esportare il suo modello e, di conseguenza, del ruolo dell’America nel mondo. Non è difficile capire quale delle due sia più congeniale a Trump, la cui proposta di budget discende dalla postura isolazionista che ha sbandierato in campagna elettorale e ora tenta di trasformare in grafici, tabelle, cifre.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    19 Marzo 2017 - 22:10

    Peccato di OMISSIONE? Bisogerebbe chiederlo a Camillo Langone. Ad ogni modo lei non riporta che quando Obama entro` alla Casa Bianca la spesa militare equivaleva al 4.6% del GDP Quando ha lasciato la Casa Bianca la spesa era del 3.2% del GDP Otto anni di costante e continua diminuzione che ha portato le Foze Armate USA in condizioni penose. Tanto per rinfrescare la memoria sotta la Pressidenza Kennedy la spesa militare equivaleva al 10% del GDP

    Report

    Rispondi

Servizi