Perché dopo la Brexit ci sarà battaglia sugli aiuti internazionali

Ad accendere il dibattito è il Daily Mail, il tabloid più attivo nella campagna per il taglio alla spesa, con la pubblicazione della storia delle “Ethiopia’s Spice Girls”

Perché dopo la Brexit ci sarà battaglia sugli aiuti internazionali

Foto tratta da un video della band etiope Yegna (via YouTube)

Nell’era della destra trumpiana e isolazionista gli aiuti internazionali fanno rima con inutili sprechi. A recitarne i versi in Gran Bretagna è qualche giornalista conservatore assieme ad alcune associazioni e diversi parlamentari. Secondo il deputato conservatore Grant Shapps, la spesa per gli aiuti all’estero è “fuori controllo”: per questo sarebbe da eliminare il dipartimento competente, quello per lo Sviluppo internazionale presso il quale lo stesso Shapps è stato ministro dal maggio al novembre 2015 sotto il secondo governo Cameron. In un suo recente intervento sulle colonne del Times, il parlamentare ha sostenuto che il dipartimento ha la “preoccupante tendenza” a “spendere denaro indipendentemente dagli altri interessi nazionali britannici” e per questo sarebbe da mettere alle dipendenze del Foreign Office (come fu tra il 1970 ed il 1979), affinché esso ne coordini le operazioni e verifichi che i fondi raggiungano realmente i meno fortunati sul pianeta in accordo con la politica estera del paese. In caso contrario, ha sottolineato Shapps, “temo che una reazione ampia e crescente contro gli aiuti potrebbe lasciare i più poveri nel mondo senza l’aiuto della Gran Bretagna, di cui hanno ancora disperato bisogno”. Pur difendendo l’obiettivo dell’ex primo ministro David Cameron di spendere lo 0,7 per cento del pil britannico in aiuti internazionali e i benefici “immensi e incommensurabili” portati dalla spesa umanitaria, Shapps ha denunciato che non tutto il denaro viene speso “con saggezza” e che gli aiuti sono ormai “fuori controllo”.

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Il dibattito sul tema in Gran Bretagna si è acceso con la pubblicazione da parte del Daily Mail, il tabloid più attivo nella campagna a favore di un taglio alla spesa per gli aiuti all’estero, della storia delle “Ethiopia’s Spice Girls”, come le aveva ribattezzate a dicembre il giornale. Si tratta di Yegna, un gruppo di cinque ragazze etiopi che utilizzano la loro musica, i talk show e il loro programma radiofonico settimanale per parlare di matrimoni precoci, violenza sulle donne, istruzione e autostima. A far indispettire il Daily Mail e la destra conservatrice fu il fatto che le cinque ragazze ricevevano fondi attraverso Girl Effect, un’organizzazione no profit creata nel 2008  che attraverso la cultura pop e la tecnologia offre sostegno alle giovani donne. Dopo le rivelazioni del Mail e le proteste di diversi deputati conservatori, il segretario per lo Sviluppo internazionale Priti Patel aveva richiesto una revisione del programma e lo scorso 6 gennaio il governo britannico ha deciso di interrompere il flusso di denaro a Girl Effect. “Sostenere donne e ragazze di tutto il mondo rimane una priorità”, ha dichiarato un portavoce che ha aggiunto che il dipartimento ha ritenuto esistessero “modi più efficaci per investire gli aiuti del Regno Unito”. Downing Street aveva pianificato di destinare 11,8 milioni di sterline a Girl Effect tra il 2015 ed il 2018.

 

Nel marzo scorso il Mail aveva lanciato una petizione per chiedere al governo britannico di fermare la spesa annua dello 0,7 per cento del pil, fissato per legge nel 2015, in aiuti esteri. La Gran Bretagna è uno dei paesi più attivi nello sviluppo internazionale e uno dei sei paesi avanzati, assieme a Paesi Bassi, Danimarca, Lussemburgo, Norvegia e Svezia, a raggiungere o superare il fatidico 0,7. Per il terzo anno consecutivo, Londra ha raggiunto la soglia destinando 12,2 miliardi di sterline agli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Il clima politico ha alimentato la rabbia di chi percepisce un maggior impegno del governo ad aiutare le persone all’estero piuttosto che i cittadini britannici. A gennaio il Mail si è opposto all’aumento del budget destinato al programma che offre sostegno alle famiglie povere del Pakistan: dai 53 milioni di sterline del 2005 a una media annua di 219 nel periodo 2011-15. Tuttavia il tabloid, che ha parlato anche di corruzione e sprechi legate ai fondi, si è scontrato con il premier, Theresa May, che ha difeso il programma anche se prima di Natale il cancelliere Philip Hammond aveva promesso una revisione della legge dello 0,7 per cento entro il 2020.

 

Come fatto notare sul NewStatesman dall’inviato Stephen Bush, gli stessi che hanno guidato la battaglia per il Leave al referendum dello scorso 23 giugno si stanno preparando ad aprire un nuovo fronte, quello degli aiuti internazionali. Sono il tabloid Daily Mail, il think tank Taxpayers’ Alliance e la destra conservatrice, rinvigoriti anche da un recente rapporto del Centre for Policy Studies, uno dei pensatoi dell’era thatcheriana, secondo cui il commercio internazionale, e non gli aiuti, ha favorito il crollo della povertà estrema nel mondo nei paesi in via di sviluppo, scesa da una persona su due ad una su cinque negli ultimi trent’anni. Ma a fronte di questo, il bilancio dello sviluppo internazionale britannico è quasi quadruplicato in termini reali a partire dalla fine degli anni 90. Ecco perché, si legge nel documento, è il momento di rivedere l’obiettivo dello 0,7. A difesa del target imposto dalla legge si sono schierati diversi deputati laburisti, tra cui Kate Osamor, segretario allo Sviluppo internazionale del governo ombra nata da genitori nigeriani e cresciuta nel nord di Londra. In un suo intervento sul mensile Prospect, Osamor sostiene la necessità di difendere gli aiuti internazionali in un periodo in cui il Regno Unito cerca di espandersi e aumentare la propria influenza sulla scena mondiale, ma anche l’obbligo di superare l’idea che tale sostegno e l’attenzione ai cittadini britannici si escludano a vicenda. Gli aiuti internazionali saranno la nuova battaglia della destra conservatrice dopo la Brexit ma potrebbe rivelarsi terreno favorevole per un Labour in cerca di battaglie nuove, immerso com’è nell’ambiguità sulla battaglia per la Brexit. 

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