La svolta europea sulla Libia

Mettere un argine ai migranti e all’Amministrazione di Trump

La svolta europea sulla Libia

Donald Tusk (foto LaPresse)

L’Unione europea sembra decisa a dare una risposta alle reiterate richieste italiane di approntare un piano e a stanziare le risorse necessarie per bloccare la rotta libica, quella che ha determinato l’ingresso di centinaia di migliaia di immigrati clandestini in Italia e la morte in mare di migliaia di disperati. Il progetto consiste in un rafforzamento della guardia costiera libica che si occuperà di rinviare i barconi sulle coste, dove i migranti saranno ospitati in centri di accoglienza che saranno gestiti in modo meno disumano di quanto accada oggi.

 

L'Ue vuole chiudere la rotta libica dei migranti per battere l'onda populista

La rinascita europea, secondo Tusk, deve ripartire dal controllo delle frontiere esterne per evitare che i partiti nazionalisti speculino ancora sul tema dell'accoglienza. Ma il premier di Tripoli ha troppa poca autorità per rendere efficace qualunque accordo

  

Le risorse stanziate sono ancora miserevoli, deve essere stabilito un sistema di pagamento dei ras locali (ufficialmente si parla di “sostegno socio-economico delle comunità locali” ma si capisce bene che cosa si intenda dire), deve essere determinata la forma di appoggio e controllo della guardia costiera libica, che in realtà va inventata, ma naturalmente se c’è una reale volontà politica di affrontare il problema i vari aspetti critici possono essere risolti. L’Europa deve dare prova di saper presidiare i propri confini, anche per evitare che le sommarie denunce di Donald Trump facciano effetto anche sui cittadini europei. Al vertice di Malta sarà in discussione proprio la risposta europea alla sfida implicita che viene dal sostegno americano alla Brexit, e la questione della permeabilità europea alla penetrazione dell’immigrazione clandestina è parte non secondaria di questa partita.

 

Per poter ottenere risultati effettivi bisognerà tener conto che la Libia, a differenza della Turchia con cui è stato stipulato un assai oneroso accordo, vive in una situazione di sostanziale anarchia, con almeno tre poli che pretendono di controllare le aree delle Tripolitania, della Cirenaica e del deserto meridionale, mentre in realtà decidono le comunità (o tribù) locali, la cui lealtà nei confronti dei centri politici è assai aleatoria. Però c’è un’esperienza, quella dell’Eni, che nonostante tutto ciò è riuscita a mantenere e aumentare la produzione in queste zone, gestendo con pragmatismo i rapporti con le comunità locali. Un’esperienza che può essere usata come punto di riferimento. I centri politici libici insisteranno per ottenere la gestione dei finanziamenti, ma l’interesse europeo e italiano è che i soldi finiscano dove devono finire, e questo sarà uno dei punti più delicati della trattativa. Pur con tutti questi interrogativi che restano, è giusto constatare che le pressioni esercitate dai governi italiani (insieme a quelli spagnolo, maltese e greco) sono servite a svegliare un interesse europeo che può produrre una svolta significativa su un tema tanto grave e sentito.

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