Turbolenza sull’asse Washington-Mosca, mentre Trump smantella i trattati

L’indagine su Michael Flynn e gli effetti collaterali del dossieraggio

Michael Flynn

Michael Flynn, a sinistra (foto LaPresse)

New York. Non c’era bisogno di un’inchiesta per dimostrare i contatti dell’ex generale Michael Flynn con la Russia, lui che a Mosca aveva fatto un intervento (retribuito) alla cena di gala per i dieci anni di Russia Today, il veicolo di propaganda in lingua inglese del Cremlino, dove l’ospite d’onore era Vladimir Putin. Flynn dice che è stata un’ottima occasione per rimproverare il Cremlino e bacchettare la sua alleanza incestuosa con l’Iran che allarma Washington, una versione che testimonia meglio di molte analisi l’accelerazione dell’universo trumpiano dalla “post-verità” ai “fatti alternativi”. Ora che però la notizia di questa inchiesta è uscita, pubblicata dal Wall Street Journal domenica sera, il consigliere per la sicurezza nazionale diventa il primo membro dell’Amministrazione Trump a essere finito sotto l’occhio di Fbi e della Cia per contatti con l’entourage di Putin. Le telefonate con l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kislyak, hanno fatto drizzare definitivamente le già allertate antenne dell’intelligence.

Normale che lo scontro sottotraccia sia sfociato poi in un litigio pubblico fra il presidente e l’intelligence. Sean Spicer, il portavoce secondo cui la cerimonia di insediamento di Trump ha visto la partecipazione della “più grande folla di sempre”, aveva detto che lo scopo dei contatti era semplicemente quello di organizzare un incontro fra Trump e Putin dopo l’arrivo alla Casa Bianca ma secondo le fonti raccolte dal quotidiano le conversazioni erano state più fitte ed estese. A ridosso del 29 dicembre, giorno dell’estensione delle sanzioni da parte di Barack Obama, ci sono stati molti contatti, e alcuni degli uomini vicini a Flynn avevano finito per ammettere che le conversazioni c’erano state, ma rientravano nella logica normale dei rapporti diplomatici in queste fasi di transizione. La Casa Bianca, impegnata com’è a smantellare i trattati di libero scambio, dice che “non è a conoscenza di nessuna indagine”, ma in questa rete del controspionaggio sono finiti anche Paul Manafort, Roger Stone e Carter Page, tre personaggi che a vario titolo sono stati vicini a Trump.

Il primo, ex manager della campagna elettorale, è stato un consulente dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich, e mentre i federali rintracciavano flussi di denaro alla ricerca i prove che avesse infranto la legge, lui negava ogni implicazione criminale. E’ stato rimosso rapidamente dal suo incarico. Stone è un leggendario consigliere nixoniano che sussurra all’orecchio di Trump da qualche decennio. I due hanno litigato e fatto pace centinaia di volte e infine Stone è stato estromesso dalla cerchia dei consiglieri quando ancora Trump sembrava una dorata meteora in cerca di pubblicità. Strategia ottima per poter continuare a influenzare senza l’ostacolo dell’affiliazione formale. Il “sicario repubblicano”, come si definisce lui stesso, è finito all’attenzione dell’Fbi per certi suoi contatti con Wikileaks e per la profezia circa un hackeraggio importante ai danni di Clinton. Nel clima politico dove tutti i cyberattacchi portano a Mosca, i legami con Assange sono indizi di possibili legami con Putin. Page, infine, è un businessman e facilitatore che opera nella piazza moscovita e a un certo punto si è attribuito le credenziali di uomo di Trump a Mosca. Nessuno di questi ha avuto poi un ruolo nell’Amministrazione, tutti godono della protezione della “deniability”, ma per Flynn la cosa è diversa.

L’inchiesta del Wall Street Journal non dice a quando risale l’indagine dei federali né se il fascicolo sia ancora aperto, ma in qualche modo la notizia reagisce con la pubblicazione di un dossier fasullo sui contatti fra Trump e il Cremlino compilato da un ex spia britannica su commissione degli avversari politici del presidente. Quell’iperbolico documento che documentava il “kompromat” con cui il Cremlino terrebbe in pugno il presidente americano è stato ampiamente screditato, e forse con lui sono state screditate, per prossimità, un po’ tutte le indagini dello stesso filone, a prescindere dalla loro effettiva credibilità. Ieri Ben Smith, direttore di BuzzFeed, che ha pubblicato quel dossier, ha difeso la sua decisione, spiegando che i lettori hanno diritto di conoscere anche i falsi storici che influenzano per davvero la realtà. Non ha parlato, però, dell’effetto che questa scelta produce sulla valutazione, da parte del pubblico, di indagini come quella che coinvolge Flynn. 

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