L’Ue non intende più pagare il Burundi per combattere contro al Qaida in Africa

Il paese africano annuncia il ritiro delle sue truppe dalla Somalia, dove combatte contro al Shabaab, perché Bruxelles non vuole più finanziare il regime repressivo di Bujumbura

Luca Gambardella

Email:

gambardella@ilfoglio.it

L’Ue non intende più pagare il Burundi per combattere contro al Qaida in Africa

Combattenti di al Shabaab in Somalia

La guerra in Somalia contro il gruppo jihadista al Shabaab rischia di attenuarsi dopo che il governo del Burundi ha ordinato il ritiro del suo contingente dalla missione dell’Unione africana, Amisom, a causa dei contrasti con l’Unione europea sul pagamento degli stipendi dei suoi soldati. Fino a oggi, degli oltre 22 mila uomini schierati dalla missione internazionale, 5.400 erano del Burundi, secondo soltanto all’Uganda per il suo impegno militare contro il gruppo legato ad al Qaida. Ora però la decisione di Bruxelles di interrompere il pagamento degli stipendi, criticata anche dagli altri paesi dell’Unione africana, potrebbe destabilizzare ancora di più la Somalia e ridimensionare l’impegno europeo nella guerra all’estremismo islamico in Africa.

 

Secondo gli accordi tra l’Unione africana e l’Ue, ogni paese che contribuisce al contingente internazionale in Somalia riceve da Bruxelles mille dollari al mese per ciascun soldato schierato. Nel caso dell’esercito del Burundi, l’impegno europeo era di versare 800 dollari a ogni militare, mentre i restanti 200 finivano direttamente nelle casse dello stato. La spesa annuale ammonta in totale a 52 milioni di dollari se si considera anche il denaro che arriva nelle tasche dei soldati, molti dei quali riescono a mantenere le loro famiglie soltanto grazie al finanziamento europeo.

 

La decisione dell’Ue di ritirare l’appoggio economico alla missione è legata alla guerra civile in Burundi, iniziata nell’aprile del 2015, quando il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato di volersi ricandidare per un terzo mandato. A luglio dello stesso anno Nkurunziza ha vinto le elezioni e ha soffocato in modo violento le proteste nel paese, ma l’opposizione lotta ancora oggi contro quella che giudica una mossa incostituzionale. La situazione è peggiorata dal gennaio del 2016, quando il presidente ha inasprito la repressione e ha accusato gli oppositori di avere orchestrato un colpo di stato ai suoi danni. Soltanto nell’ultimo anno, 500 persone sono state uccise e altre 300 mila sono state costrette ad abbandonare il paese (che conta appena 11 milioni di abitanti). Proprio il numero relativo ai profughi è tra le preoccupazioni principali di Bruxelles, impegnata negli ultimi mesi a limitare i flussi migratori provenienti dall’Africa e diretti in Europa.

 

Nei mesi scorsi, l’Unione europea ha fatto sapere al governo del Burundi di voler garantire soltanto il finanziamento diretto ai soldati e di interrompere invece la quota di cui beneficiava lo stato, per colpa delle gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo. La risposta del paese africano è arrivata con l’annuncio del suo ritiro dalla Somalia. “Abbiamo deciso di richiamare in patria le nostre truppe, come avevamo promesso, perché i nostri soldati non possono continuare a combattere senza essere pagati”, ha detto ieri il vicepresidente del Burundi, Gaston Sindimwo, che ha accusato l’Ue di non pagare i militari da un anno.
Di fronte al dilemma se finanziare ancora un regime repressivo o indebolire la guerra al jihad africano, l’Ue sceglie quindi la seconda soluzione, e c’è da considerare che aveva già tagliato la maggior parte degli aiuti destinati al Burundi. Nel marzo dello scorso anno, il Consiglio europeo aveva deciso di congelare un pacchetto di aiuti economici da 432 milioni di euro da versare entro il 2020 che avrebbe coperto la metà del budget di spesa del governo africano. Secondo l’Ue, il governo di Bujumbura non ha mai manifestato una volontà reale di pacificare il paese: i finanziamenti “non possono continuare in queste condizioni”, aveva commentato un alto diplomatico europeo all’agenzia Reuters nel marzo scorso.

 

Molti osservatori hanno notato come l’unico interesse da parte del Burundi nel prendere parte alla guerra in Somalia, che è un paese piuttosto distante dai suoi confini, è quello economico. Una volta sparita la fetta di aiuti finanziari promessa da Bruxelles, per Nkurunziza è venuto meno anche l’interesse a combattere contro gli estremisti islamici. A fine gennaio ad Addis Abeba si terrà un vertice dei paesi dell’Unione africana ed è probabile che in quella occasione il governo del Burundi tenterà di ottenere da loro i soldi che Bruxelles non intende più concedere.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni

    18 Gennaio 2017 - 17:05

    Occorre evitare a tutti i costi che la Somalia cada nelle mani degli integralisti. La Somalia è la porta del Mar Rosso e dunque anche del canale di Suez che per noi europei è vitale. Fra l'altro sull'altra sponda, in Yemen, è in corso un'altra situazione difficile a causa della guerra civile in corso. Dunque, anche se è dura finanziare in-direttamente un dittatore che si sta macchiando di crimini nei confronti del proprio popolo io consiglierei di essere realisti. Semmai ci sono altri metodi per mettere a posto le cose. Mai sentito parlare del bastone e della carota?

    Report

    Rispondi

Servizi