Com’è andato il meeting tra Trump e i ceo della Silicon Valley

Dopo aver sostenuto Clinton nel corso di tutta la campagna elettorale, ora l’industria tecnologica cerca di intrattenere relazioni positive con il governo in carica

Eugenio Cau

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Trump alla riunione di ieri con i ceo della Silicon Valley

Venti ceo dell’industria tecnologica americana (diciannove, se escludiamo Peter Thiel) ieri sono rimasti ostaggio per quasi due ore della Trump Tower, l’alta torre dorata da cui il presidente eletto degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, dispiega la sua nuova strategia di business, fatta di terrore, iperboli e complimenti. L’incontro, molto atteso, è stato definito “molto produttivo” da tutte le parti in causa, ed è stato una fiera di elogi sperticati da parte di Trump. “Sono qui per aiutare”, ha detto il presidente eletto, che ha rinverdito i bei tempi in cui era la star di “The Apprentice”. “Questo è davvero un gruppo di persone fantastico”. “Non c’è nessuno come voi in tutto il mondo. In tutto il mondo! Non c’è nessuno come le persone che si trovano in questa stanza”. Trump ha promesso che la sua Amministrazione farà di tutto per promuovere l’innovazione, e ha dato piena e completa disponibilità ai ceo: “Di qualsiasi cosa abbiate bisogno, noi siamo qui per voi. Chiamate la mia squadra, chiamate me in persona. Non ci sono problemi. Non abbiamo una catena di comando formale qui”.

 

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Oggi il presidente eletto accoglie nella sua Tower i big della Silicon Valley, che in campagna elettorale lo avevano coperto d’insulti

 

Dall’incontro in realtà sono usciti soprattutto i meme dei ceo con faccia abbacchiata, e l’idea è che le blandizie di Trump non siano bastate a far dimenticare alla Silicon Valley una campagna elettorale fatta di minacce e intemerate contro l’industria del tech. A questo si aggiunge la punizione esemplare che il team Trump ha inflitto a Twitter, che pur essendo il social network più usato in assoluto dal candidato e presidente eletto è stato escluso dal meeting, ufficialmente perché non c’era posto, in realtà come punizione per un piccolo sgarbo (riguarda un’emoticon) fatto durante la campagna. L’esclusione di Twitter è stata vista da molti come la conferma dello stile peculiare con cui il presidente eletto si è relazionato finora con il grande business americano: in attesa di mettere in atto la sua agenda economica fatta di deregulation, incentivi e grandi opere, Trump sta tenendo in ostaggio le grandi aziende del paese – con le lusinghe e con la minaccia implicita di terribili conseguenze.

 

Trump ha già dimostrato di poter abbattere una società a colpi di tweet. L’ha fatto con Boeing, con Lockheed Martin, con Ford, tutte mandate in rosso in Borsa dopo che il presidente eletto aveva comunicato sul social network di riferimento le sue lagnanze sull’Air Force One, l’F-35 e la berlina Lincoln. Anche uno dei maggiori successi della pre presidenza Trump, il salvataggio di alcune centinaia di posti di lavoro dell’azienda Carrier, è stato un atto di persuasione per molti versi forzata, come ha scritto l’Economist nell’articolo di copertina del suo ultimo numero. 

 

I ceo dell’industria tech hanno sostenuto in massa Hillary Clinton durante le elezioni, ma hanno il dovere davanti ai loro azionisti di intrattenere relazioni positive con il governo in carica. Rimane però l’impressione che la loro partecipazione al meeting di mercoledì con Trump fosse in un certo senso un tentativo di far buon viso a cattivo gioco, in attesa che il presidente sveli davvero le sue carte. Ad aggiungere imbarazzo al meeting vi era il fatto che il 20 per cento dei partecipanti apparteneva alla famiglia Trump (il presidente eletto, i suoi tre figli e il genero: cinque su venticinque). Per una società che fa della meritocrazia una religione non è il migliore degli esordi.

 

Ma ci sono degli elementi di speranza. Come annunciato già mercoledì, Trump ha nominato due dei più feroci disruptor di tutta la Valley, Elon Musk di Tesla e Travis Kalanick di Uber, nel suo Strategic and Policy Forum, un gruppo di consiglieri stretti di cui fanno già parte anche i ceo di JP Morgan, Disney, PepsiCo, WalMart, General Motors. La scelta, tra tutti, di due delle menti più aggressive, audaci e pronte all’innovazione di tutto il mondo tech può essere un buon segno in quell’opera ormai divinatoria che è diventata l’analisi della formazione del team Trump. Tra minacce e lusinghe, i ceo del mondo tech sono intrappolati nella torre dorata.

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