Quanto sa fare la liberale Theresa May quando c’è da corteggiare il business

Il premier britannico è impegnato in una grandiosa opera di corteggiamento nei confronti del mondo degli affari

Paola Peduzzi

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theresa may

Theresa May parla alla Confederation of British Industry

Milano. Questa settimana il governo britannico si occuperà delle conseguenze interne – sull’economia, in particolare – della Brexit, mentre si aspetta che i giudici della Corte suprema decidano che ruolo dovrà avere il Parlamento nell’attivazione del processo di negoziato con l’Unione europea (c’è una polemica in corso con un giudice della Corte che ha una moglie molto contraria alla Brexit, e che tuitta in continuazione: i sostenitori della Brexit vorrebbero che questo giudice fosse escluso dalle discussioni che porteranno alla sentenza prevista per il 5 dicembre). Ha iniziato ieri il premier, Theresa May, che da giorni è impegnata in una grandiosa opera di corteggiamento nei confronti del mondo del business, il più nervoso sul dossier Brexit.

 

Dopo aver parlato alla Mansion House di Londra, ieri il premier ha affrontato la platea della Cbi, la confindustria britannica, con un bel discorso sul futuro del Regno Unito, con la consapevolezza che i princìpi liberali sono garanzia di successo – lo sono da anni, il mondo oggi sta meglio, ha detto la May – e allo stesso tempo con un occhio a chi è rimasto escluso dal processo di globalizzazione. Convincere gli imprenditori che lo choc della Brexit può essere assorbito non è affatto semplice: ogni dato di instabilità diventa arma politica di questa enorme comunità che vive e pensa nella City, roccaforte londinese in cui il rimpianto sul referendum regna sovrano.

  

A chi spetta l’ultima parola

Il Parlamento inglese può ribaltare la decisione sulla Brexit approvata incautamente da un referendum popolare. In Italia un referendum può (e dovrebbe) confermare una riforma fatta dal Parlamento dopo 35 anni.

 

May ci ha provato con determinazione: in questo momento di ridefinizione delle destre europee dopo l’arrivo del conservatore Donald Trump alla Casa Bianca, il premier britannico si rivende più in asse con la “guardiana liberale” Angela Merkel, cancelliera tedesca, che con il neo presidente americano. Con un discorso liberale, May ha confermato che entro il 2020 le aziende britanniche godranno di una tassa corporate al 17 per cento, la più bassa di tutto il G20, per aumentare l’attrattività del paese in questo momento di transizione: May punta ad arrivare al 15 per cento, ma questo dipenderà anche da Trump, che ha fissato allo stesso livello le tasse per le aziende americane. In più May ha annunciato investimenti per l’innovazione e per le piccole aziende, rimangiandosi l’annuncio che aveva fatto qualche mese fa sull’ingresso dei lavoratori nei board delle aziende: nell’ultima versione business-friendly, il premier dice che sindacati e lavoratori “avranno voce in capitolo” nelle decisioni manageriali. Ma al di là dei numeri, la platea chiedeva delucidazioni sulla Brexit e sulla sua gestione, materia su cui la May è criptica. Per la prima volta, il premier pur senza dare dettagli (li avrà, questi dettagli?) si è però dimostrato pronto a un “accordo di transizione” con l’Ue: non vuole che le aziende siano costrette a pagare conti troppo elevati in seguito a un’uscita brusca dall’Ue, quello che i businessmen definiscono “cliff edge”, il baratro. Come possa essere in pratica questo accordo di transizione non si sa, agli imprenditori intanto è bastata la rassicurazione sulla necessità di movimenti “morbidi”: la sorpresa è nemica dei mercati.

 

Ora tocca a Philip Hammond, cancelliere dello Scacchiere, stabilire con più concretezza le misure economiche del paese, con l’Autumn Statement che arriverà domani. Come si sa, Hammond è considerato al momento uno dei problemi più grandi di May: sono uscite indiscrezioni sempre più allarmanti sullo scontro in corso tra i due – e secondo alcuni è già iniziata anche la conta dei parlamentari che stanno con il premier o con il cancelliere. Intervistato da Robert Peston su Itv, Hammond ha fatto capire che il suo istinto di rigore fiscale non sarà smentito: il Regno Unito è ancora molto indebitato e ha un deficit “significativo”, chi nega la necessità di un equilibrio “non dice la verità”, ha detto il cancelliere. L’incertezza è un altro fattore destabilizzante, ripete Hammond, e anche se aggiunge che “non bisogna piangere troppo su questo fatto”, molti gli hanno già appiccicato l’etichetta di “gloomy”, che di solito si usa per definire il tempo uggioso e che per un ministro nel mezzo di un’offensiva di rassicurazione non è una buona cosa. L’etichetta arriva naturalmente dai sostenitori della Brexit, che sono insofferenti nei confronti dell’approccio pessimistico e “deprimente” del cancelliere. Ci sono poi le faide tra governo e Tesoro: pare che Hammond voglia scriversi da sé lo statement, ma da 10 Downing Street continuano ad arrivare aggiunte, soprattutto sull’alleggerimento dei tagli al welfare. Dalle parti della May si parla soltanto delle “jamf”, le “just about managing families”, i “dimenticati” che stanno molto a cuore al premier. Hammond non ha la stessa sensibilità, e molti sostengono che la resa dei conti è vicina.

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