L’ombra dell’America bianca dietro la nomina di Sessions

Il senatore dell’Alabama si porta dietro un fardello razziale dal passato, ma molti dei suoi accusatori nel tempo si sono ricreduti

Mattia Ferraresi

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Jeff Sessions

Jeff Sessions con John McCain (foto LaPresse)

New York. Donald Trump ha premiato la precoce fedeltà di Jeff Sessions con la nomina a procuratore generale. Il senatore dell’Alabama si è alleato con Trump quando la candidatura sembrava un fenomeno di costume, diventando il primo politico di caratura nazionale a vederne il potenziale. Si è preso il rischio politico di dargli l’endorsement dopo le primarie della South Carolina, e ora incassa il jackpot. Nell’universo di Trump, Sessions occupa un ruolo centrale, e con il primo round di nomine il presidente eletto ha chiarito che la prima cerchia dell’Amministrazione sarà fatta di lealisti.

 

Non è un mistero che la guida del ministero della Giustizia fosse ambita da Chris Christie, il governatore del New Jersey che è stato prima umiliato, poi blandito, usato, nuovamente umiliato e infine cacciato assieme a tutto il suo clan. Sessions è stato per vent’anni al Senato, dove è stato membro della commissione Giustizia, e prima è stato procuratore generale dell’Alabama e procuratore federale. Il suo record di voti lo mette fra i primi cinque senatori più conservatori in carica, con un posizionamento impeccabile su tutte le questioni calde, dall’aborto all’immigrazione passando per il matrimonio gay e le armi da fuoco. Dal dipartimento di Giustizia avrà ampia autorità su alcuni pilastri del programma di Trump come immigrazione, terrorismo e ordine pubblico. Nel 1986 la stessa commissione che Sessions poi ha presieduto bloccò la sua nomina a giudice federale proposta da Ronald Reagan, per via di episodi di discriminazione e segnali di razzismo che diversi testimoni hanno riportato in aula.

 

In particolare Thomas Figures, allora giovane procuratore afroamericano poi diventato un grande avvocato e attivista per i diritti civili, diceva che Sessions lo aveva chiamato “boy”. Qualche anno più tardi Figures è stato incriminato per aver corrotto un testimone, e la comunità nera è certa che si sia trattato di una vendetta di Sessions. Lui ha sempre negato di aver rivolto un appellativo da segregazione a un collega, ma ha confermato di aver chiamato un avvocato bianco che difendeva imputati afroamericani “una disgrazia per la razza bianca”. Quando l’allora senatore Joe Biden lo ha torchiato per sapere se davvero aveva dichiarato “un-American” le attività di associazioni per i diritti civili come Aclu e Naacp, lui ha negato soltanto in parte: “Talvolta prendono posizioni contrarie agli interessi della sicurezza americana”. Il voto decisivo per bloccare la nomina di Sessions è stato quello di Arlen Specter, senatore allora repubblicano che si è allineato con i democratici, convinto di avere di fronte un segregazionista ripulito. Frequentandolo al Senato, Specter ha cambiato idea: “Aver votato contro la sua nomina è il mio più grande rimpianto”.

 

Anche il giudice afroamericano Larry Thompson, poi diventato assistente procuratore generale sotto George W. Bush, aveva difeso Sessions dalle accuse di razzismo: “E’ un uomo buono e onesto, incontaminato dai pregiudizi”. Ma da quell’episodio lo spettro della discriminazione non se n’è mai andato. L’Naacp parla di “un altro segnale che la nuova Amministrazione non solo sta voltando le spalle all’eguaglianza, ma sta attivamente lavorando per seminare divisione e cancellare decenni di progresso”. La scelta di questo uomo del sud risalta ancora di più se messa a contrasto con il procuratore che negli anni di Barack Obama ha dominato il dipartimento, Eric Holder, la coscienza razziale dell’Amministrazione. Mettendo il più leale e allineato dei suoi al dipartimento di Giustizia, Trump ha adottato la stessa logica del predecessore. 

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