L’ideologo dell’alt-right ci dice che Bannon non è un suo uomo (ma aiuta)

Video, commenti e passato del capo della strategia alla Casa Bianca. Le differenze tra mondi che si parlano

Mattia Ferraresi

Email:

ferraresi@ilfoglio.it

Steve Bannon

Steve Bannon (foto LaPresse)

Video, commenti e passato del capo della strategia alla Casa Bianca. Le differenze tra mondi che si parlano

New York. La nomina di Steve Bannon a “chief strategist” di Donald Trump, carica che gli permette di essere sempre a pochi centimetri dall’orecchio del presidente e di trattare alla pari con il capo di gabinetto, ha scatenato disgusto e terrore nei ranghi della politica tradizionale. Le ramificate accuse a Bannon possono essere riassunte in una soltanto: è un rappresentante della alt-right, la destra alternativa che traffica con la supremazia bianca, l’etnonazionalismo e altre impresentabili pulsioni identitarie nazistoidi.

 

 

Il paradosso di Trump nel suo passaggio da bully a fake

Se il presidente fake conferma il candidato bully la cosa assume una doppia faccia. Buona per i risultati, pessima per il modello di democrazia moderna prodotto dagli Stati Uniti in due secoli di storia. Non sono dettagli.

Lo stesso consigliere di Trump ha detto, un paio di anni fa, che Breitbart, il sito d’informazione che dirigeva, era una “piattaforma della alt-right”. Questo ha permesso all’Anti Defamation League di classificare Bannon come “razzista e antisemita”, il senatore Harry Reid lo ha definito “un campione delle divisioni razziali”, sono saltati fuori vecchi articoli sulle sue simpatie sudiste, si è parlato di episodi di antisemitismo, di russofilia e islamofobia, di svastiche e croci infuocate, senza dimenticare di quella volta in cui si è definito un “leninista”. Intendeva dire che auspica la distruzione dell’establishment, non l’applicazione violenta delle dottrine marxiste, ma tanto basta per diffondere il timore che l’incarnazione del peggio delle ideologie novecentesche sia diventato il “burattinaio di Trump”, per usare la sintesi del giornale online Slate. In mezzo a tutto questo rumoreggiare, BuzzFeed ha pubblicato la trascrizione di un intervento di Bannon a una conferenza del 2014 organizzata in Vaticano dal Dignitatis Humanae Institute, istituto presieduto dal cardinale Raffaele Martino e diretto da Benjamin Harnwell.

Il capo dell’advisory board dell’istituto è il cardinale americano Raymond Leo Burke. Dall’intervento di Bannon si può dedurre la visione del mondo di un cattolico di persuasione conservatrice che osserva, dolente, il disgregarsi dell’occidente per via dell’oblio delle sue radici giudaico-cristiane. La natura giudaico-cristiana dell’occidente è il tema ricorrente del suo discorso fatto via Skype da Los Angeles, e agli ascoltatori spiega che Breitbart “si sta espandendo a livello internazionale per far capire alla gente la profondità della crisi che stiamo vivendo, che è una crisi del capitalismo ma è in realtà una crisi dei fondamenti giudaico-cristiani”. Bannon critica tanto il capitalismo di stato praticato in Cina e Russia – quest’ultima declassata a cleptocrazia – quanto quello oggettivista e ultralibertario di Ayn Rand, e in questa traiettoria critica trova più di un punto di contatto con la linea di Papa Francesco.

Per tutto il discorso parla di se stesso come di un imprenditore cristiano che conosce le perversioni del capitalismo e lo svuotamento della secolarizzazione perché li ha visti in atto a Harvard, poi a Goldman Sachs e infine nella sua boutique specializzata in compravendite nel settore mediatico. Cosa c’entra questa visione con la alt-right, con le sue origini precristiane e le ataviche antipatie per il mondo ebraico? Molto poco. Richard Spencer, giovane ideologo della alt-right, spiega al Foglio che “la cultura europea non è originata dall’ebraismo, e il cristianesimo ha rimodellato elementi che esistevano già, è assurdo dire che è il fondamento della cultura europea”. In altre parole, Bannon non è un uomo della alt-right, “almeno non nel senso in cui lo intendo io”, dice Spencer, il quale nota tuttavia analogie fra le sue idee e quelle del consigliere di Trump: “La prima similitudine è temperamentale: Bannon, come Trump e come i membri della alt-right, è un combattente, che confronta i suoi nemici. Poi è preoccupato dal marxismo culturale, dall’immigrazione di massa, non so cosa pensava ai tempi della guerra in Iraq ma di sicuro oggi sarebbe contrario, non vuole creare un rapporto antagonistico con la Russia. Se passo un’ora in una stanza con Bannon sono sicuro che troveremmo molte differenze, ma sono altrettanto sicuro che non ci salteremmo al collo”.

Si può dire che Breitbart è una piattaforma della alt-righ? “Si può dire – continua Spencer – ma questo non significa che Breitbart è la alt-right. Sono sempre stato sospettoso verso Andrew Breitbart e il suo sito, lo vedevo troppo allineato con i media conservatori mainstream, ma da quando l’ha preso in mano lui si è vista chiaramente una svolta verso la nostra parte”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi