La democrazia non si fa con Twitter

E’ una follia pensare che il problema della stampa sia la stampa. Il punto non è se i giornali ci azzecchino o no. Il punto è l’assetto delle democrazie moderne e il rapporto con la tirannia univoca delle masse che va ben oltre il caso Trump

La democrazia non si fa con Twitter

Donald Trump festeggia la vittoria alle presidenziali (foto LaPresse)

Trump.fake continua a ripetere che Twitter è fantastico, lui personalmente ha 28 milioni di seguaci, followers, e anche dalla Casa Bianca, se del caso e con prudenza, continuerà a servirsene, a cinguettare, oltretutto è un giornale di cui non bisogna pagare i deficit di gestione e consente di esistere al Trump.bully. E va bene. Tutti sappiamo che Twitter (o Facebook) non è un foglio scritto, al massimo (per esprimersi con il nostro caro linguaggio delle élite, un metagiornale) una cosa nuova, diversa, che sta al di là e anche al di qua della stampa scritta tradizionale, la usa, la copia, la diffonde, ci caga sopra mettendola alla pari di scemenze e scie chimiche, dando la parola a tutti senza filtro, la supera dunque e un po’, un po’ tanto, la soffoca abituandoci alla lettura digitale e a uno swing fino a ieri sconosciuto. Ma non si può continuare a pensare, nemmeno per pigrizia, che il problema della stampa è la stampa, l’editoria, il mezzo che è il messaggio. Ricordo sempre Duccio Trombadori, trent’anni fa, che mi diceva irriverente: “Ma chi è questo McLuhan, quello che ha scoperto l’importanza della radio?”. E Paolo Mieli, sciagurato con tendenza ludico-intelligente, che definiva il web all’apparire una pacchianeria alla moda, il “borsello del Ventunesimo secolo”.

 

 

Così su Facebook possono convivere “liberal bias” e bufale trumpiane

Dal giorno in cui Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali americane, Mark Zuckerberg è sotto assedio. Il ceo è accusato, specie dai media liberal, di aver chiuso un occhio sulla diffusione capillare di notizie false e di tendenza trumpiana sul suo social network.

 
Tutti i giornali liberal e conservatori, tutti con un paio di eccezioni minori quasi invisibili, hanno tifato per la Clinton, e Trump è passato nelle urne senza troppi problemi. Lo sappiamo e ce lo ripetiamo come un mantra, naturalmente sui giornali. Trattasi di spia, l’ultima in ordine di tempo ma la più cospicua, di un fenomeno; non dico l’irrilevanza, ma certo una decisiva perdita di influenza nel formare o esprimere e rappresentare l’opinione pubblica. Il giornale di Chicago, tanti anni fa, aveva dato Dewey vincente sul grande Harry Truman, nella lotta per la presidenza Americana. Sono cose che succedono. Il piccolo giornale che leggete aveva dato Bush, dico W., vincente contro Kerry mettendo in pagina il famoso titolo sul presidente che vince perché taglia le tasse e fa le guerre giuste di prima mattina, nel martedì elettorale, quando gli elettori americani ancora dormivano della grossa: una scommessa all’incontrario, azzeccata per amore di politica e realismo. Ma sono avventure del giornalismo che non è giornalismo, che non se la tira e prova mischiandosi al casino con iattante umiltà, pronto a correggersi ma non al correttismo politico.

 

Lo sappiamo e ce lo ripetiamo come un mantra. Trattasi di spia di un fenomeno. Non l’irrilevanza, ma una decisiva perdita di influenza nel formare o esprimere e rappresentare l’opinione pubblica

La questione non consiste nel fatto che i giornali ci azzecchino o no, anche quelli ormai in mano ai maestri della Silicon Valley come Jeff Bezos di Amazon, che ha condotto al disastro politico previsionale il vecchio Washington Post come avrebbe fatto chiunque altro al posto suo, anche senza algoritmi. La questione è di storia e filosofia della città, riguarda l’assetto delle democrazie moderne, non o non solo i bilanci del Sole 24 Ore. Prima dei partiti, o al loro fianco e per il loro nutrimento in fatto di idee e di pluralismo delle scelte, vennero i giornali del Settecento inglese, che sono mille volte più importanti dei trattati di liberalismo. Diversi editori rischiano del loro, diversi scrittori e giornalisti si mettono per ragioni professionali e civili, non ultima la paghetta, nella loro scia, e diversi centri diffondono il sostrato necessario alla formazione dell’opinione pubblica come prodotto di un conflitto organizzato e solido di idee, analisi, posizioni e opinioni che si interfacciano (uso di proposito questa parolaccia infame) con i libri, con i caffè, con le botteghe, le fabbriche, le università, le strade e le piazze affollate della città politica. La tirannia univoca delle masse, dei dogmatismi, dei fanatismi fu rovesciata costituzionalisticamente (che bell’avverbio da filastrocca di Mary Poppins, il più bello del mondo) dalla democrazia equivoca dei gruppi di interesse emersi alla luce del sole borghese, e il sole era appunto ed è rimasto per i secoli del moderno la famosa opinione pubblica, quella informata che decide dopo aver valutato in modi opposti, dividendosi ma accrescendosi sempre di significato.

 
Uno dei motivi per cui sono abbastanza spesso a New York è che, da quando ho i soldi per farlo e una moglie mezza Americana da accompagnare fedelmente per le vie di Manhattan, qui posso godere della stampa migliore del mondo, quotidiani e riviste, sicuro di potermi rifugiare nella Library di Melville, 79esima strada, dove la bonanza del sapere d’élite è sempre a disposizione su scaffali e tra boiserie di suprema eleganza, dove si legge e si sonnecchia e si pensicchia e si scribacchia quali che siano il tempo e l’atmosfera là fuori. Per dire del legame tra stampa e democrazia senza farla tanto lunga, una volta che osservai come i giornali americani escano anche a Capodanno, anche a Natale, anche a Pasqua, insomma tutti i giorni che Dio manda in terra, mia moglie mi disse: “Ma certo, da noi se non escono i giornali vuol dire che è in atto un colpo di stato, è una cosa inimmaginabile”. Ovviamente i giornali liberal e i fogli conservatori mi fanno incazzare mentre mi edificano, e mi danno sempre strumenti imperfetti per la curiosità del cittadino, se non per la sete di conoscenza (più che altro fame) del filosofo da strapazzo quale sono. Molta malinconia mi prende, negli ultimi anni, guardando le soglie degli appartamenti del mio palazzo e l’ampia portineria, dove una volta vivevano, respiravano regolarmente accatastate, torri di quotidiani e di riviste portati a casa a disposizione del loro pubblico, come il latte e i biscotti. Niente più cataste oggidì. Un vuoto deprimente.

 
Un altro Trombadori, Antonello, polemizzava ferocemente con i marxisti di cui fu nel gruppo che puntavano alla democrazia sostanziale, la parola libera per tutti disintermediata da qualsiasi cosa, dicendo: “Guarda che la democrazia è quel sistema in cui quando bussano alla porta al mattino tu sei sicuro che è il lattaio”. Ecco, vorrei sempre essere sicuro che dietro la porta è steso, fresco come il boy fischiettante che l’ha consegnato, un giornale che ti fa capire algoritmi e clic.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Novembre 2016 - 22:10

    "la tirannia univoca delle masse che va ben oltre..." Perfetto, impeccabile. Cinicamente, ma realisticamente: era inevitabile. Quando le masse sono i serbatoi del consenso, dei voti, quando bisogna lisciargli il pelo per ottenerli, diventa ineludibile escogitare, far essere decisivo il "come" ti rivolgi a loro. La rete, e quello che comporta, Fb, Tw, social, sono il "come" più adatto: per le masse

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  • guido.valota

    17 Novembre 2016 - 13:01

    Questo me lo salvo, lo stampo e lo incornicio. A futura memoria, per quando busseranno fisicamente alla porta quelli che per ora si stanno solo annusando, trovando, coalizzando nelle aree buie dell'irresponsabilità della rete, dopo millenni in cui sono stati responsabilmente presi a calci nel culo quando sbraitavano ubriachi le loro cazzate al bar.

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    • lupimor@gmail.com

      lupimor

      18 Novembre 2016 - 22:10

      Dici bene. Ma ora sembra arrivato il momento il cui quelli che "... sono stati responsabilmente presi a calci nel culo quando sbraitavano ubriachi le loro cazzate al bar.", cercano di prendere a calci in culo tutti noi. Praevalebunt? La storia dell'uomo ci racconta di tutto e di più. Una certezza: finiranno per prendersi a calci in culo tra di loro. Ma, essendo i nuovi ubriachi, non lo sanno.

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