Dati alla mano, all'Italia conviene far lavorare gli immigrati

La crisi economica ha trasformato i flussi, ed ecco che ora molti stranieri vogliono andare via dal nostro paese

Dati alla mano, all'Italia conviene far lavorare gli immigrati

Un gruppo di migranti all'esterno della Stazione centrale di Milano (foto LaPresse)

Al direttore - L’enorme incremento delle migrazioni a lungo raggio nel mondo contemporaneo è frutto innanzitutto della maggior facilità dei trasporti, e in secondo luogo dell’accentuarsi degli elementi di attrazione (pull) e fuga (push). Nell’Italia del quindicennio 1993-2007, i fattori di attrazione hanno agito al massimo grado. Quasi tutto il centro-nord Italia era in piena occupazione, mentre al sud il miglioramento economico aveva fatto cessare le emigrazioni di massa. Le fabbriche e le famiglie del centro-nord hanno avuto bisogno di persone provenienti da lontano. Questa grande richiesta di lavoro ha permesso una rapida integrazione di un numero di stranieri che – nell’Italia di oggi – sembra solo un lontano ricordo: in appena sei anni (dall’1.1.2002 all’1.1.2008), gli stranieri regolari iscritti in anagrafe in Italia sono aumentati di più di due milioni passando da un milione e 356 mila a tre milioni e 433 mila, quasi 350 mila stranieri in più ogni anno. Le inadeguate normative che si sono susseguite in Italia hanno paradossalmente permesso al mercato migratorio di funzionare secondo la legge della domanda e dell’offerta. Entrare in Italia era facile, come era abbastanza semplice usufruire – più prima che poi – di generose sanatorie. Ma al di là delle leggi, il meccanismo funzionava, perché c’era bisogno di lavoratori stranieri.

 

Con la crisi tutto è cambiato. Il mercato del lavoro ha pesantemente penalizzato alcune categorie, in particolare gli stranieri. Secondo l’Istat, nel 2016 le famiglie composte da soli stranieri in povertà assoluta (non in grado di pagare le bollette o di fare la spesa) erano il 26 per cento, contro il 4 per cento delle famiglie composte da soli italiani. La ripresa del numero di occupati – oggi sono all’incirca quanti erano nel 2007, prima della crisi – è stata quasi tutta assorbita dai lavoratori maturi che, in forza alla legge Fornero di fine 2011 e alle precedenti riforme pensionistiche, vanno in pensione sempre più tardi. I lavoratori con più di 55 anni di età sono oggi un milione e 600 mila in più rispetto al 2007. La legge Fornero è stata giusta e doverosa – anche se non priva di difetti cui governo e Parlamento stanno cercando di porre rimedio con Ape e Ape social – perché ritardando l’erogazione delle pensioni ha spostato enormi risorse economiche a favore della fiscalità generale (e quindi anche di adulti e giovani), ha adeguato il mercato del lavoro alla demografia dell’Italia, ha portato la quota di lavoratori maturi a livelli quasi europei. Tuttavia, un suo effetto indiretto – peraltro sottovalutato dagli economisti – è stato di limitare fortemente il reclutamento di giovani e adulti, inclusi gli stranieri. Per cui oggi viviamo una specie di paradosso statistico: gli occupati sono lo stesso numero del 2007, ma il tasso di disoccupazione è dell’11 per cento, mentre nel 2007 era del 6 per cento.

 

Quindi, il pull factor migratorio continua a operare quasi solo per le badanti. L’incremento del numero di stranieri regolarmente residenti si è quasi bloccato: al 31 dicembre 2016 gli stranieri iscritti alle anagrafi italiane erano solo 21 mila in più rispetto al primo gennaio dello stesso anno. Oggi molti adulti stranieri chiedono con insistenza la cittadinanza italiana (più di 200 mila concesse nel 2016), ma non per restare qui, ma per poter emigrare senza problemi in Germania, Svezia, Regno Unito e Canada; se i 200 mila richiedenti asilo ricevessero un permesso di soggiorno europeo (magari esistesse...), caserme e appartamenti si vuoterebbero come per incanto, mentre si riempirebbero treni, pullman e voli low cost diretti verso il nord Europa.

 

In una conferenza all’Aspen Institute Italia del 7 luglio scorso, Louise Arbour, rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per le Migrazioni Internazionali, ha affermato che nella situazione italiana sarebbe poco sensato aprire in modo indiscriminato il paese ai migranti economici. E’ poco sensato, aggiungo io, anche perché sono proprio molti degli stranieri da tempo residenti in Italia a volersene andare.

 

Tuttavia, è necessario ragionare con uno sguardo più lungo. E’ bastata una debole ripresa per ricreare nelle zone più dinamiche d’Italia carenza di manodopera, più spesso poco qualificata, ma non solo. Nei giornali ricompaiono articoli di ristoratori che non trovano camerieri, imprenditori metalmeccanici che non trovano saldatori, artigiani anziani che chiudono bottega non per mancanza di commesse, ma perché non trovano giovani interessati a raccogliere l’eredità della loro sapienza manuale. Molte intraprendenti cooperative e famiglie che gestiscono i richiedenti asilo hanno trovato per i giovanotti più volenterosi posti di lavoro più che dignitosi. La stessa Louise Arbour ha segnalato che nei paesi che hanno preceduto l’Italia nella ripresa, si stanno manifestando preoccupanti carenze di forza lavoro, del tutto simili a quelle già viste nell’Italia a cavallo del 2000. Perché – se solo l’economia va in modo decente – l’Italia e l’Europa avranno disperato bisogno di integrare la loro popolazione in età di lavoro (20-64 anni), che senza immigrazioni, nel ventennio 2015-35, diminuirebbe di 65 milioni di unità (-14 per cento), tre milioni di potenziali lavoratori in meno ogni anno, mentre gli ultrasessantacinquenni aumenteranno, nello stesso ventennio, di 57 milioni.

 

E’ quindi opportuno – per il bene sociale, economico e demografico dell’Italia – “sfruttare” i tempi di attesa dei richiedenti asilo per insegnare loro l’Italiano, e per avviarli a un lavoro, come si fa per contratto negli Sprar e nei centri gestiti dalle associazioni più avvedute e meglio organizzate, ma come è evidentemente impossibile fare dove gli immigrati sono concentrati a centinaia nelle caserme. Va salutata con favore la scelta della Commissione territoriale di Torino che ha concesso la protezione umanitaria biennale a qualche decina di richiedenti che, benché non aventi diritto all’asilo, hanno dimostrato di avere un lavoro fisso, cedendo all’insistenza degli imprenditori che li hanno assunti. Per gli altri, invece, va in tutti i modi agevolato il ritorno a casa, magari facendoli ritornare con onore, rinforzando i meccanismi di rimpatrio assistito, come si è fatto in Germania. Perché trent’anni di esperienza italiana insegnano che la sovrapposizione fra migrazione e lavoro garantisce vera integrazione, mentre la migrazione senza lavoro genera solo frustrazione e disadattamento.

 

*docente di Demografia e senatore del Partito Democratico

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