Meno Piketty più Don Milani. Le molte diseguaglianze che concimano il populismo 

Dire che solo la povertà determina i voti di pancia è sbagliato e assolutorio per la politica. Il problema è tutto il resto

Meno Piketty più Don Milani. Le molte diseguaglianze che concimano il populismo 

Papa Francesco nella sua vita alla tomba di don Milani (foto LaPresse)

Dopo la Brexit, l’avvento di Trump, il referendum costituzionale di Erdogan, le elezioni in Europa ad ogni scadenza elettorale i successi populisti – quando e dove si possono definire tali – vengono ascritti alla disoccupazione, alla povertà di natura economica.

Così anche in Francia, dopo il primo turno delle presidenziali (le recenti legislative sono andate in modo ben diverso), la mappa della disoccupazione coincideva con le zone dove vinceva la Le Pen. Poi si aggiungeva che il “voto operaio” (sono i poveri?) si divideva tra gli estremi di destra e sinistra di Le Pen e Mélenchon. Eppure la mappa coincide con molti altri fattori.

E tra le vittime del voto francese mi pare ci sia anche una sinistra che con i Bignami di Piketty è campata di rendita, sbagliando completamente le analisi. L’equivalenza che i poveri sono ignoranti e che i Neet (chi non ha lavoro né frequenta percorsi di formazione) sono sempre poveri, per fortuna, non è vera.

 

 

Le disuguaglianze lette solo in base all’indice di Gini, ovvero la distribuzione dei redditi, da anni non spiegano tutto. Che tutte le frizioni, le crisi, le migrazioni, siano scaricate sui ceti popolari è chiaro. Per questo serve una buona e regolata gestione dell'accoglienza. La sinistra ideologica – e non solo quella fazione politica, anche del liberismo sfrenato – legge tutto attraverso il determinismo economico.

 

Peraltro, in un paese campione di evasione fiscale, in cui su 40,5 milioni di dichiarazioni fiscali, ben 30 milioni di italiani non pagano più di 185 euro è chiaro che tutte le analisi sui redditi sono falsate. Se facessimo lo ius soli in base al fisco, resteremmo in pochi. E poi, penso fermamente che la bolla speculativa populista sia tutta culturale. Le disuguaglianze si misurano sempre di più sull’accesso al sapere, alla cultura, alla qualità e all’accesso all’istruzione, alla partecipazione e all’informazione corretta, all’età, all’inurbamento, alla demografia, finanche al credo religioso. La povertà economica si manifesta come un'assenza di reddito, ma quel reddito che manca dipende da una carenza di capitali: capitali sociali, relazionali, familiari, educativi, etc. E quindi se non agisco sul piano di questi capitali, i flussi di reddito non arrivano, e se arrivano si disperdono, non fanno uscire le persone dalla condizione di povertà, e non di rado la peggiorano – quando quel denaro finisce nei posti sbagliati, come le slot-machine e i gratta-e-vinci.

 

Nel nostro paese solo il 29 per cento delle famiglie ha nella propria casa più di 25 libri (han buttato anche il sussidiario delle elementari…) e siamo campioni per numero di analfabeti funzionali. E ci stupiamo che si faccia informazione e orientamento elettorale sulle fake news? Rispetto a questi indicatori, a prescindere dal reddito, conta tantissimo il rapporto centro-periferie, la crisi della genitorialità, la scomparsa di quasi tutte le agenzie educative. La politica, il sindacato hanno perso terreno come luoghi educativi e generativi di consapevolezza; qualche riflessione in più non guasterebbe sulle ragioni di questa perdita di ruolo e soprattutto su come recuperarlo al più presto.

 

Dipende solo dal reddito il fatto che la maggior parte degli elettori della Le Pen hanno titoli di studio di grado inferiore rispetto agli altri? Perché a Parigi, martoriata dagli attentati, Macron era al 37 e la Le Pen al 4? Così come Trump ha faticato nelle grandi città e ha vinto nelle periferie dove c’è ancora il Gprs e il Nintendo 8 bit. O a Roma, dove i populisti stravincono nella periferia abbandonata e senza opportunità e la sinistra fa risultati migliori a Prati e ai Parioli.

 

 

Anche in Turchia, dove il paese si spacca sul voto al recente quesito costituzionale, la maggioranza delle persone vota a favore di un referendum che garantisce a Erdogan per legge un potere assoluto, soprattutto in quelle zone del paese dove si vende solo il 15 per cento dei libri di tutta la Turchia. Gli analfabeti funzionali, di cui siamo insieme alla Turchia i campioni europei, non sono esattamente i poveri. Abbiamo analfabeti funzionali laureati. È paradossale che quest’analisi faccia comodo ai più ricchi giornalisti e politici pigri di casa nostra, ma non corrisponde alla realtà. Rispolverare il determinismo economico è utile solo ad allontanare la responsabilità personale e collettiva. 

 

Il priore di Barbiana spiegava la composizione della scuola italiana in base al mestiere e al ceto di provenienza, parlava negli anni Sessanta di mobilità sociale. Troppo impegnativo per la casta della pigrizia intellettuale abituata agli schemi tradizionali confortevoli del determinismo economico. Paradigma che deresponsabilizza tutti in una critica di sistema lontano da noi. Serve una cultura generativa che assegni a ciascuno responsabilità di cambiamento dentro uno scambio contributivo sostenibile. Può essere molto più coinvolgente del richiamo gastrico del populismo dare un terreno personale di crescita verso una speranza di una nuova condizione umana.

 

Bisogna imparare a scegliere, come facevano Don Milani e Don Mazzolari che insegnavano ai ragazzi la politica come impegno civile di tutti.  E in fondo le ultime tornate elettorali, a ben vedere, aprono una speranza, la possibilità almeno di giocare a carte scoperte tra chi vede nell’Europa, nella globalizzazione e nel futuro una speranza, e chi li vede come causa di tutti i mali e promuove la paura per allontanare la responsabilità da se stesso. Ma la speranza vera è che vadano in fuorigioco gli euro-equilibristi, quelli della retorica dell’ “Europa dei popoli”, populisti di seconda affiliazione, sempre nel mezzo e sempre più afoni verso la “gggente” di cui tanto parlano. La lezione in tutti i paesi è una sola e vale anche in Italia per Renzi: il populismo non si insegue, si sfida e mai da soli. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • gianni.rapetti

    21 Giugno 2017 - 13:01

    Meno cura dellla materia e piu' cura dell'anima. Questo dovrebbe fare (o ri-fare) la Chiesa.

    Report

    Rispondi

Servizi