L’effetto Macron sul tandem franco-tedesco, l’Italia e il dopo Draghi

Per gli analisti l'elezione del neopresidente rafforzerà l'asse Parigi-Berlino e potrebbe avere riflessi nella corsa, per ora silenziosa, alla successione del governatore Bce

L’effetto Macron sul tandem franco-tedesco, l’Italia e il dopo Draghi

foto LaPresse

Con la vittoria di Emmanuel Macron nelle presidenziali francesi si riapre il dossier “rilancio dell’Europa” rimasto in cerca d’autore tra Parigi e Berlino. E si tira un sospiro di sollievo ai piani alti della Bce, dove già si era predisposto un piano di emergenza in caso di sconfitta e conseguente crollo dei mercati. Ma sarebbe sbagliato caricare l’effetto Macron di attese eccessive. I mercati, che hanno preso una pausa dopo i cospicui rialzi dei giorni scorsi, guardano soprattutto al possibile rafforzamento dell’asse franco tedesco (il dialogo tra il neo presidente e Angela Merkel è già cominciato) e a un cambio di rotta della politica monetaria europea. Esiti, ambedue possibili, ma non scontati e rispetto ai quali l’Italia è chiamata in causa. 

 

Secondo l’economista Markus Brunnermaier, docente a Princeton ma ascoltato anche a Berlino, autore di un libro intitolato “The euro and the battle of ideas”,  le difficoltà dell’Unione europea derivano in larga misura dalle diverse filosofie economiche e politiche dei paesi fondatori: in particolare divergono l’approccio flessibile all’interpretazione dei trattati della Francia e quello viceversa fondato sul fermo rispetto delle regole della Germania, lo statalismo mai domo di Parigi e lo scetticismo di Berlino in materia di intervento pubblico.  

 

L’economista tedesco Daniel Gros ritiene tuttavia che con il nuovo presidente le posizioni franco tedesche si possano conciliare e che un rafforzamento dell’asse Parigi-Berlino, premessa indispensabile per il rilancio del progetto europeo, sia dunque possibile. Ma “il problema maggiore su questa strada è rappresentato dall’Italia”, dice Gros. “In materia di finanza pubblica – spiega infatti il direttore del think tank europeo Ceps in una recente ricerca – la filosofia di Macron, che ha fatto suo il principio del pareggio di bilancio, si avvicina alle posizioni tedesche”. Inoltre la crescita dell’economia francese sta gradualmente convergendo con quella della Germania e nei prossimi anni potrebbe addirittura superarla “disponendo di un potenziale maggiore grazie alla migliore demografia”. Il debito pubblico è sotto controllo. Tutto ciò fa di Parigi un partner finanziariamente affidabile. 

 

Non altrettanto può dirsi invece dell’Italia, per la quale il mix tra alto debito, elevata presenza di titoli di stato nei bilanci delle banche e bassa crescita è fonte di una continua instabilità economica che va a sommarsi all’instabilità politica. L’Italia si oppone alla riforma della disciplina contabile dei titoli pubblici, di cui le sue banche sono pieni. In questa ottica è difficile per la Germania, secondo l’analisi di Gros, accettare forme di mutualizzazione, un eufemismo per significare la messa in comune del debito, o la creazione di un fondo comune di tutela dei depositi bancari, che rappresentano i passi essenziali per la definitiva messa in sicurezza dell’euro e l’avanzamento del progetto di unione bancaria. Il rilancio dell’Europa dovrà passare dunque secondo Gros da una mediazione del nuovo presidente francese tra le esigenze divergenti dell’Italia e della Germania. Un compito che non si annuncia facile, a meno che i nuovi equilibri europei non finiscano per dare la scossa di cui la politica italiana sembra avere bisogno. Gli analisti sono cauti anche sul possibile impatto a breve delle elezioni francesi sulla politica della Bce. 

 

Secondo il Financial Times il risultato elettorale sgombra innanzitutto il campo dal rischio di una rottura a breve della moneta unica e rafforza la posizione di quanti, Bundesbank in testa, vorrebbero spingere Mario Draghi sulla via della stretta monetaria mediante una rapida uscita dal Quantitative easing (Qe), il programma di acquisto di titoli di Stato della Bce in atto dal 2015 e di cui l’Italia beneficia forse più di chiunque altro. 

 

L’attenzione è rivolta dunque alla prossima riunione del Consiglio direttivo della banca il 17 maggio, dove si rinnoverà in forme anche più nette il duello tra i sostenitori di una exit accelerata dal Qe e chi invece invita alla prudenza. Nonostante le attese degli investitori tuttavia è difficile che dall’incontro possano uscire decisioni eclatanti, come l’annuncio di una riduzione del volume degli acquisti o addirittura un aumento dei tassi d’interesse. Secondo gli osservatori degli interna corporis dell’Eurotower, i così detti Ecb watchers, il numero uno della banca di Francoforte potrebbe concedere una diversa formulazione della valutazione della congiuntura europea, affermando che i rischi al ribasso della ripresa in atto non sono più prevalenti ma “bilanciati” con quelli al rialzo, la qual cosa è comunque un passo avanti sulla strada della fuoriuscita dal Qe nella logica comunicativa di una banca centrale. La vittoria di Macron potrebbe avere invece riflessi nella corsa per ora silenziosa alla successione di Mario Draghi. 

 

In una analisi della scorsa settimana il settimanale tedesco Die Zeit ha ipotizzato che il risultato elettorale rafforzi la posizione del governatore della Banque de France, Jacques Villeroy de Galhau, nella corsa. Non si sa se si tratti di una notizia lanciata dal giornale tedesco per bruciare la candidatura del banchiere francese anzitempo. Certo le quotazioni di de Galhau sono da tempo forti e rappresentano un serio ostacolo alle ambizioni analoghe dell’altro candidato, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    09 Maggio 2017 - 10:10

    Per molti versi all'esordio Renzi sembrava se non essere almeno voler essere un nostro Macron in anteprima. Poi pare abbia scelto d'essere più semplicemente il segretario del Pd, ovvero di un partito che si proclama riformista ma in pancia resta ancorato,ai principi di una sinistra d'antan, ovvero conservatore. E rigorosamente statalista. Ognuno sa che San Draghi, per paradosso scelto e voluto da Berlusconi, fino ad ora ci ha tenuto in piedi. Che il dopo Draghi sia francese o tedesco dovrebbe far riflettere tutti. Pure e soprattutto il Pd di Renzi, credo e spero.

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