"Riforme e concorrenza siano un modus operandi", dice Panucci

Il direttore generale di Confindustria è tra i primi esponenti dell’establishment economico a sottoscrivere il “memorandum del buon senso” lanciato dal Foglio

Alberto Brambilla

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"Riforme e concorrenza siano un modus operandi", dice Panucci

Marcella Panucci (foto LaPresse)

Roma. L’agenda di un governo responsabile – che rifiuta le caratteristiche di un partito d’ispirazione peronista (assistenzialismo, demagogia populista, ambizioni autarchiche) come il Movimento 5 stelle – è già scritta in essenziali riforme economiche non più rinviabili per togliere all’Italia la stigma di paese “malato d’Europa”. Il Foglio le ha elencate in un promemoria rivolto alle forze politiche in contrasto ai movimenti “peronisti”. Tra queste: un taglio delle imposte in particolare sul reddito dei lavoratori; l’impegno a non intaccare le riforme dei precedenti governi; la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione graduale del debito pubblico; l’impegno ad allargare la contrattazione di secondo livello; l’ambizione ad applicare le regole del settore privato al pubblico. Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, è tra i primi esponenti dell’establishment economico a sottoscrivere il “memorandum del buon senso” offerto da questo giornale. “Condivido tutta l’agenda”, dice Panucci.

 

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“La questione più importante è la produttività. Notiamo che migliora nel settore manifatturiero, ma rimane stagnante nel settore dei servizi con un divario enorme per quelli pubblici. E per servizi qui intendo i servizi pubblici locali e quelli erogati direttamente dalla Pubblica amministrazione”. Per Panucci è “urgente” procedere a “liberare spazi impropriamente occupati dal pubblico e lasciarli al mercato”, ovvero “ridurre drasticamente le società partecipate dagli enti locali. Sono più di 8.000 e operano anche in settori che nulla hanno a che vedere con i servizi pubblici”. Di apertura alla concorrenza di settori gestiti da società partecipate dagli enti locali la politica nazionale discute da diversi anni e il disegno di legge sulla Concorrenza, da due anni in Parlamento, viene discusso in senso peggiorativo rispetto alle segnalazioni dell’Antitrust. “E’ evidente – dice Panucci – che gli interessi politici tendono a prevalere sulla qualità e sul costo del servizio. La concorrenza però non può essere solo una legge, ma deve essere una strategia di politica economica che deve permeare l’attività pubblica e privata. Alle nostre imprese, che pure riescono a competere sui mercati, serve un contesto generale di pari rango. La stessa logica della concorrenza vale per la riduzione della spesa, la spending review, e per le riforme: sono un processo continuo. Si approvano, si applicano, se ne monitorano gli effetti ed eventualmente si correggono. Ma non si cancellano! Bisogna avere una visione strutturale e immaginare un’agenda di politica economica di medio periodo, che orienti le scelte dei governi e persegua la crescita con continuità e coerenza di indirizzo politico, tenendo a mente che solo con la crescita si combattono diseguaglianze e povertà”.

 

Tuttavia di correzioni “al ribasso” – come Panucci le ha definite durante un’audizione alla Camera – se ne sono prodotte ad esempio nel decreto correttivo relativo alle società a partecipazione pubblica, contenuto nella riforma originaria che prende il nome dal ministro della Pa, Marianna Madia. In particolare, direttore Panucci, lei critica l’estensione del raggio d’azione delle società in-house degli enti locali oltre al perimetro locale, ad esempio. Sembra che il pubblico anziché arretrare, insomma, avanzi. “Allargare per le società gestite dagli enti locali l’ambito delle attività consentite a nuovi settori, anche di puro mercato, come le energie rinnovabili, ed estendere il raggio d’azione geografico è un errore da correggere. Più in generale, l’attività delle Pa deve essere svolta nell’ottica del servizio pubblico e non di mero esercizio del potere. Il che implica che chi eroga questi servizi sia soggetto anche alla valutazione dei cittadini, che devono poterne giudicare la qualità. Ma, ancora, il pubblico è impermeabile, mentre il privato è sottoposto al giudizio del mercato”, dice Panucci.

 

Gli intendimenti di Confindustria aderiscono insomma ai principi esposti dal Foglio e si distanziano dalla tendenza “peronista” del M5s. Tuttavia si possono notare delle ambiguità non marginali. Ad esempio in un recente articolo sul Sole 24 Ore, giornale edito dall’associazione degli imprenditori, l’economista Luigi Zingales, nella rubrica “Alla luce del Sole” di domenica scorsa, ha avviato un dibattito sull’uscita dell’Italia dall’euro che è una ipotesi cara al M5s ma contraria rispetto al tradizionale europeismo confindustriale. Direttore Panucci, Confindustria rifiuta l’anti-europeismo oppure no? “La nostra idea è che l’interdipendenza tra le economie e tra i paesi sia talmente forte che non ci sia alcuna alternativa alla condivisione di sovranità nazionale e anche all’Unione economica e monetaria europea. Da lettrice mi sembra che la linea del Sole 24 Ore sia chiara in questo senso. Penso, più in generale, che i media abbiano una responsabilità verso l’opinione pubblica di fornire tutte le chiavi di lettura dei fenomeni in maniera approfondita. Tuttavia, la permanenza dell’Italia nell’euro come la condivisione di sovranità nazionale, necessaria per raggiungere obiettivi che da soli gli stati non potrebbero conseguire, per noi non sono in discussione: non siamo monadi e viviamo nel mondo. Come pure siamo consapevoli che l’Unione economica e monetaria è un percorso che va completato con i tasselli mancanti”, conclude Panucci. 

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