La truffa del referendum sui voucher

Come la Cgil vuole trasformare l’Italia in un paese costruito per mettere in fuga gli imprenditori

La truffa del referendum sui voucher

Flash Mob di SI per chiedere al governo una data per il referendum sui voucher (foto LaPresse)

Voucher e referendum: Susanna Camusso ha un dilemma. Quale scelta è più conveniente (o “nobile” come direbbe il principe Amleto) per la Cgil? Sarebbe meglio sfruttare al massimo, nei confronti del governo e del parlamento, il potere contrattuale derivante dalla minaccia del referendum e intestarsi l’indubbio successo di aver reso ancor più marginale (anche a costo di rigettare nel sommerso migliaia di lavoratori) il malefico utilizzo dei “pizzini” oppure andare al voto, bandiere al vento, rischiando di non raggiungere neppure il quorum? E’ a questo punto, però, che il dilemma diventa un “trilemma”. Perché di mezzo c’è il giudizio della Suprema Corte, chiamata a valutare se le modifiche legislative sono adeguate a rispondere alle istanze poste dal quesito referendario. Si sa, anche i giudici vivono nel mondo: un placet della Cgil toglierebbe molte castagne dal fuoco. Ma se il collegio giudicante si mettesse per traverso e mandasse gli italiani a votare, dal momento che il quesito sui buoni lavoro non propone modifiche delle norme infami, ma ne chiede soltanto la ghigliottina?

 

Se così fosse, si ripeterebbe una giaculatoria analoga a quella del referendum anti-Triv. Tutto il kombinat sinistrorso, populista e sovranista – sorretto dai talk show tafazzisti che suoneranno la grancassa sulla “mistica del precariato” – non perderebbe l’occasione per fare casino e promuovere una crociata in difesa dei diritti calpestati e contro il “tradimento” della stessa Cgil; pur mettendo in conto un clamoroso flop del quorum. In una circostanza siffatta si aprirebbero dei problemi anche all’interno della Confederazione, perché la Fiom non starebbe a guardare. Ecco allora che la Cgil continuerà ad agitare la clava, anche dopo le modifiche che un Parlamento imbelle si appresta a votare, sperando che, alla fine, sia la Corte di Cassazione a chiudere un occhio. A pensarci bene, nonostante le “grida di dolore” ufficiali, alla Cgil ha tolto una seria preoccupazione la sentenza della Consulta che non ha ammesso il quesito delirante sull’art.18. Perché, allora, non confidare, di nuovo, in un’uscita di sicurezza per via giudiziaria? E salvare così la capra di Susanna e il cavolo di Poletti.

 

Non è un segreto che la Cgil non fosse particolarmente interessata allo svolgimento dei referendum che aveva promosso a suon di firme. L’opzione referendaria era esplicitamente finalizzata al sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare denominata la “Carta dei diritti universali del lavoro”. Proprio così: il surriscaldamento dell’Io ha portato Susanna Camusso a fare il verso ad Eleonor Roosevelt che fu l’animatrice, nel 1948, della Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. Per capire che cosa abbia in mente questo sindacato siamo risaliti, allora, alla fatidica Carta. Rimanendo sbigottiti. Altro che codice semplificato di Pietro Ichino! La Carta è un testo di 97 articoli che riscrive completamente il diritto del lavoro e quello sindacale (con qualche incursione nel diritto previdenziale). Tale iniziativa è stata considerata, fino ad ora, alla stregua del ritorno al “come eravamo’’: una bizzarria di soggetti irriducibilmente nostalgici del loro “piccolo mondo antico”. Poi – si sa – alle elaborazioni del sindacato si guarda con la tenerezza disincantata con cui si ascoltano, per l’ennesima volta, le storie di una vecchia zia che rievoca le avventure della trascorsa giovinezza, continuando a rammendare le solite vecchie calze.

 

Nel caso della Carta, però, bisogna augurarsi che non venga mai presa in considerazione (come sta facendo, invece, la Commissione Lavoro della Camera) se non si vuole trasformare l’Italia in un paese in cui i lavoratori godono dei più avanzati diritti mai concepiti da mente umana, ma le aziende chiudono e gli imprenditori che possono farlo, fuggono altrove. Nella sua opera omnia (agli articoli 80 e 81) la Cgil intende disciplinare, anche, il lavoro occasionale. Si comincia con l’elenco delle attività nell’ambito delle quali sarebbe consentita tale tipologia di lavoro, attraverso un contratto tipizzato: a) i piccoli lavori di carattere domestico familiare, compresi l’insegnamento privato supplementare, i piccoli lavori di giardinaggio e l’assistenza domiciliare occasionale ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con handicap; b) la realizzazione da parte di privati di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli di piccola entità. Quanto ai limiti soggettivi, potrebbero svolgere lavoro subordinato occasionale: a) gli studenti, b) gli inoccupati, c) i pensionati; d) i disoccupati non percettori di forme previdenziali obbligatorie di integrazione al reddito o di trattamenti di disoccupazione, anche se extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro.

 

Il singolo lavoratore potrebbe essere occupato presso lo stesso datore di lavoro, in virtù di uno o più contratti di lavoro subordinato occasionale, per un periodo di tempo complessivamente non superiore a 40 giorni nel corso dell’anno solare; i relativi compensi non dovrebbero essere superiori a 2.500 euro. Balza subito in evidenza che il perimetro dei possibili utenti non si discosta molto da quello annunciato dal governo. Ma il bello viene quando si passa alla fase operativa. Ogni lavoratore interessato a svolgere prestazioni di lavoro subordinato occasionale comunica la sua disponibilità (sic!) ai servizi territoriali per l’impiego ai soggetti privati accreditati. Riceve una propria tessera magnetica dotata di un codice Pin. I datori di lavoro/committenti acquistano le schede (gli ex voucher), dotate ognuna di un proprio codice a barre, presso le rivendite autorizzate fornendo dati anagrafici e codice fiscale. La retribuzione del lavoratore avviene attraverso tali schede di analogo valore e ripartizione dei “maledetti” voucher (mentre il Governo è disposto a passare da 10 a 15 euro). Per riscuotere i lavoratori devono presentare, presso le rivendite autorizzate, le schede ricevute in pagamento, nonchè la tessera magnetica e il relativo Pin.

 

In sostanza, diventerebbe più difficile svolgere attività di lavoro occasionale (in settori limitatissimi) che in qualsiasi altre mansioni. Occorrerebbe ottenere persino la “patente”. Come quel personaggio di Pirandello che aveva la nomea di iettatore. Nel frattempo il quesito riguardante gli appalti è stato dimenticato. Del resto il suo contenuto non evoca gloriose guerre di religione; si limita soltanto a sfasciare l’economia. In sostanza, mentre nella normativa vigente il committente è responsabile in solido per le inadempienze dell’appaltatore e dei sub appaltatori, ma può chiedere che prima di lui siano escussi i soggetti inadempienti, con la modifica proposta dalla Cgil se non pagano gli altri (inadempienti nei confronti dei lavoratori) paga direttamente il committente, salvo esercitare, a posteriori, l’azione di regresso. Il committente può persino essere convenuto in giudizio da solo senza gli altri corresponsabili. Può essere che così sia più tutelato il lavoratore, ma si irrigidisce tutta la filiera dell’appalto. Lo stesso Maurizio Landini ha confermato che il tema principale della battaglia referendaria è quello sugli appalti, dal momento che “per importanza è superiore anche ai voucher”; e riguarda ”tutti i settori e milioni di lavoratori”.

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