Volete davvero una Repubblica fondata sul sussidio (e non sul lavoro)?

Il dibattito sul reddito di cittadinanza rischia di essere la conseguenza di un atteggiamento fatalista ed arrendevole. Dubbi sull’utopia socialista-orwelliana del sussidio universale

Volete davvero una Repubblica fondata sul sussidio (e non sul lavoro)?

Foto LaPresse

Roma. In un futuro nel quale la tecnologia ridurrà ampiamente il numero di posti di lavoro è necessario individuare altre forme di reddito. Sembra questo l’assunto che sta alla base della rinnovata attenzione nei confronti del reddito di cittadinanza, che da cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle è diventato tema del recente World Economic Forum a Davos, e che il candidato socialista alle presidenziali francesi, Benoît Hamon, sta usando il “reddito universale” argomento di propaganda elettorale. L’argomento è chiaro: se l’impatto rapido e difficilmente controllabile delle tecnologie sui mercati del lavoro sarà quello di ridurre il numero degli occupati, è necessario provvedere a forme alternative di sostentamento, da parte dello stato o da parte dei privati. 

 

Si tratta di una semplice equazione matematica: se il reddito da lavoro scompare è necessario ricevere denaro in altro modo per mantenere tenori di vita simili ai precedenti. Se il reddito non si produce più dal lavoro occorrerebbe allora Repubblica non più fondata su quest’ultimo – come quella italiana – ma sul sussidio. E il reddito di cittadinanza risponderebbe proprio a questo nuovo principio. Così il tema appare legato alla politica economica degli stati o dei territori, ma rischia di essere ridotto rispetto alla portata politica e filosofica che gli appartiene. 

 

Il filosofo Micheal Sandel distingue due motivazioni per le quali è possibile pensare di istituire il reddito di cittadinanza: una di ragione etica e una di ragione compensatoria. La prima, già teorizzata da Thomas Paine, è mossa da un’idea di giustizia sociale nei confronti dei cittadini che pagavano le tasse e che erano in condizioni di non poter lavorare e, per questo, non era universale ma si rivolgeva a particolari fasce d’età. La seconda è il modello della Silicon Valley in cui gli stessi sviluppatori di tecnologie che rischiano di mettere a repentaglio i posti di lavoro si organizzano per compensare i nuovi disoccupati con un reddito alternativo. Questo sia per evitare le possibili conseguenze sociali che in ultimo metterebbero a rischio il loro stesso business e la loro stessa clientela. Soprattutto su questa seconda motivazione Sandel pone l’attenzione richiamandosi a due principi: il primo è che ogni membro di una società è in qualche modo moralmente indebitato reciprocamente con gli altri; il secondo è il dovere di partecipare alla costruzione del bene comune mediante il lavoro. Il sistema così come teorizzato in Silicon Valley si pone quindi in contraddizione con entrambi i principi poiché fondato sull’idea di sostenere che il contributo al bene comune da parte di molti cittadini non è richiesto, e che l’indebitamento reciproco non verrà da essi “ripagato”. Sandel conclude poi che la condizionalità, che può attuarsi mediante l’obbligo di votare alle elezioni o mediante l’obbligo della ricerca attiva di un impiego (aggiungiamo noi), può essere una modalità per non venire meno a questi due principi fondanti la convivenza civile. 

 

L’argomento in sé non è nuovo ma aiuta a guardare con un’altra luce un tema che, come è emerso, è soprattutto di natura filosofica e antropologica. Il reciproco indebitamento di cui parla Sandel è infatti di natura morale e non economica. Sarebbe teoricamente possibile, in termini di sostenibilità economica, sopravvivere nella paradossale situazione di una società senza lavoro in cui un 1 per cento che mantiene il restante 99, ma verrebbe a meno il valore personale, in termini di dignità e realizzazione, e sociale del lavoro. Non vi è solo quindi una motivazione di tipo politico relativa ai doveri, ma etico nel senso più profondi del termine, legato quindi alla dimensione soggettiva del mancato lavoratore. L’obiezione a questo pensiero è che la dignità del lavoro viene meno laddove la qualità dell’impiego stesso e la sua retribuzione non sono all’altezza dei livelli minimi di rispetto della persona. L’obiezione è corretta ma la risposta è sbagliata. L'obiettivo della comunità politica e sociale deve essere quello di mettere in pratica interventi che abbiano al centro la dignità della persona e del lavoro o quello di una convivenza pacifica basata sulla disponibilità sempre più incondizionata di reddito? La seconda risposta appare come una chiara sconfitta della maggior parte dei valori sui quali si fonda la civiltà occidentale.

 

Per questo motivo spesso il dibattito sul reddito di cittadinanza, in particolare le soluzioni più estreme, rischia di essere la conseguenza di un atteggiamento fatalista ed arrendevole, che oltretutto spesso si fonda su basi fantascientifiche. Non vi è studio infatti che mostri con certezza come la tecnologia abbia ridotto il numero complessivo dei posti di lavoro, piuttosto emerge con chiarezza come essa li abbia mutati. Ma se dinamiche totalmente distruttive si realizzassero, lo sforzo dovrebbe essere quello di realizzare politiche che consentano alle persone di essere beneficiari e non vittime della tecnologia, sia attraverso la formazione, la riqualificazione professionale, sostegno alle transizioni occupazionali, welfare integrativo ecc.

 

Non è escluso che vi siano fasce della popolazione che per motivi diversi, crisi economica, impossibilità di riqualificarsi, situazioni personali e familiari di estremo disagio, abbiano bisogno di un reddito da parte dello Stato. Ma si tratta di eccezioni che, laddove possibile nel rispetto della dimensione del dramma personale, non devono essere separate da elementi di condizionalità. è probabile anche che l'attuale fase di transizione verso nuovi modelli produttivi rappresenti una situazione eccezionale che renda necessaria temporaneamente l'estensione di un reddito garantito a fasce più ampie di popolazione. Ma considerare l'eccezionalità come la nuova normalità non sarebbe altro che una soluzione pilatesca destinata ad esplodere.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    02 Febbraio 2017 - 09:09

    Riflessione molto interessante e meritevole di ulteriori approfondimenti. Tra l'altro riferiti, almeno per l'Occidente, pure allo straordinario allungamento delle aspettative di vita. Ovvero alla crescita del numero di cittadini non più lavoratori per fisiologici limiti di età a fronte delle statistiche e delle proiezioni sul declino demografico.

    Report

    Rispondi

  • mauro

    01 Febbraio 2017 - 17:05

    Quindi aveva ragione Platone. E anche Vladimir Iliic Ulianov. Il problema, che ha sempre spaventato chi si è preso la briga di leggere "La repubblica" è questo: a fruire del reddito sarà la massa delle persone finalmente tutte uguali (non si vorrà mica studiare un sistema dove c'è chi lavora e chi prende il sussidio, cosa che già accade, oppure dare un assegno anche a chi lavora? possibile? ) ma ci dovranno pur essere i controllori (i guardiani di Platone), beato chi ne farà parte. Quindi la nomenklatur che nell'89 cacciammo dalla porta , quella che dava uno stipendio, misero, a tutti , per cui era emblematica la vignetta dell'operaio che cambiava una lampadina mentre due gli reggevano la scala, rientra dalla finestra. E' il progresso bellezza!

    Report

    Rispondi

  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    01 Febbraio 2017 - 15:03

    Francamente l'idea di un dovere etico la trovo aprioristica e priva di basi fattuali. L'unica vera ragione per avere il reddito di cittadinanza e' quella di mantenere la pace sociale e per certi aspetti non e' davvero nuova: gli anni dei soldi a fondo perso alla Fiat non erano solo per fare fare la bella vita agli Agnelli, ma anche per assicurarsi che assumessero operai in aree dove industrialmente e logisticamente non aveva alcun senso. Se il reddito di cittadinanza servisse a sfoltire le nostre elefantiache burocrazie (ovvero pagare la gente per stare a casa anziche' a complicare la vita ai cittadini) e le norme piuttosto bizantine che le giustificano (e giustificano anche un mare di professioni fondamentali per non sbagliarsi negli adempimenti) potrebbe anche essere un gioco a somma positiva per il paese, ma dubito che questo secondo pilastro del cambiamento possa diventare realta'. Il lavoro in se' non manca come dimostra la massiccia presenza di extracomunitari a fare certi lavori

    Report

    Rispondi

  • Giovanni Attinà

    01 Febbraio 2017 - 09:09

    Il dibattito su questo importante problema meriterebbe ampi spazi nel mondo l'informazione, cosa che, purtroppo non avviene. La realtà del mondo lavorativo sta portando a fasce sempre più ampie di disoccupati. Qui non si tratta di essere luddisti, come nella rivoluzione industriale dell'800, ma bisogna essere realisti e affrontare il problema. Se guardiamo all'Italia, bisogna dire che , a differenza di quanto viene sostenuto nella Costituzione, non è una repubblica fondata sul lavoro. Non è stato mai messo in atto un piano organico in tal senso. Si parla e si scrive di riqualificazione per esseri pronti alle esigenze del mercato del lavoro, ma dove sono i corsi? I centri dell'impiego così come sono impostati non funzionano per niente e si potrebbe continuare. Non si tratta di essere populisti, ma per la dignità dell'uomo qualcosa bisogna fare, vedi articolo 36 della nostra Costituzione , disatteso completamente.

    Report

    Rispondi

    • marco.ullasci@gmail.com

      marco.ullasci

      01 Febbraio 2017 - 16:04

      Molti nostri figli oggi sono disoccupati perche' non vogliono fare i lavori che i nostri nonni, dotati di un etica del lavoro e della responsabilita', facevano, magari mugugnando, ma facevano. E non e' che 100 anni fa fare il muratore fosse un lavoro di riposo in clima temperato con stipendio da favola, eppure i muratori bergamaschi c'erano ed erano rinomati mentre oggi trovare muratori italiani e' virtualmente impossibile in nord Italia. Non dimentichiamoci che la dignita' del lavoro richiede non solo di essere trattati dignitosamente a prescindere dal proprio ruolo, ma anche dal lavorare con dignita' ricordando che, al di la' di quello che taluni sostengono, il lavoro NON e' un diritto visto che non esiste il corrispondente dovere di creare posti di lavoro in maniera profittevole. Sul crearli in maniera non profittevole abbiamo ampia esperienza in Italia: buchi incessantemente ripianati senza successo con le tasse di chi un lavoro profittevole lo ha o lo ha creato.

      Report

      Rispondi

Servizi