Quella tra saloni del libro è una guerra di natura industriale e tra sistemi-città travestita da scandalo culturale

Per salvare capra, immagine e cavoli, Franceschini ha dovuto tirare fuori dal cappello un solo Salone Internazionale del Libro, da svolgersi un po’ di qua un po’ di là, sull’asse Milano Torino (MI-TO). Il primo problema è che il salone condiviso incassa i dubbi anche dei medi e piccoli editori, e di molti conoscitori del settore.
Quella tra saloni del libro è una guerra di natura industriale e tra sistemi-città travestita da scandalo culturale

Lingotto, Salone del Libro 2011, Lingotto Fiere (foto Luca Galli via Flickr)

Una polemicuzza benecomunista sui Raffaello in gita a Mosca. Persino un crolluzzo minore a Pompei. Tutto avrebbe preferito il ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini (ma anche la sua collega all’Istruzione Stefania Giannini, che ha già le sue gatte da pelare) piuttosto che trovarsi a mediare nella guerra tra i saloni del libro, a convocare un “tavolo” più obbligato che obbligatorio a Roma – con i sindaci di Torino e Milano, il presidente dell’Associazione italiana editori Federico Motta e Massimo Bray, in rappresentanza della Fondazione per il Libro – e dover cavare dal cilindro l’idea un tantino mitizzata per salvare capra, immagine e cavoli: un solo Salone Internazionale del Libro, da svolgersi un po’ di qua un po’ di là, sull’asse Milano Torino (MI-TO).

 

E dover poi affidare al solito giro di esperti e ai riottosi contendenti la quadra di una soluzione condivisa. Nel frattempo incassando le smorfie di Ernesto Ferrero, ex direttore editoriale del Salone del Libro di Torino (“cosa fanno gli editori: andranno contemporaneamente a Rho e al Lingotto? Oppure andranno solo a Milano e Torino curerà gli eventi?”), lo scetticismo degli osservatori (“la soluzione sarebbe che con l’Alta velocità da Fiera Milano al Lingotto ci si va in quaranta minuti?”) e il no a muso duro di Corrado Peraboni, l’ad di Fiera Milano, deus ex machina assieme ai grandi editori dello “scippo” milanese e azionista di maggioranza (51 per cento) di La Fabbrica del Libro: “Forse non ci siamo capiti. Qui c’è un equivoco di fondo. La governance della società è un discorso chiuso. Altra cosa è sedersi a un tavolo per vedere se Torino vuole creare eventi come delle letture nelle stesse date con una regia condivisa: allora se ne può discutere. Ma la Fiera del libro si farà a Milano come è stato deciso”. Il 5 ottobre sarà presentato l’evento, l’idea è di andare in scena dal 19 al 27 aprile 2017. Mentre Torino per ora conferma la data del suo trentennale per maggio 2017, ma non si sa.

 

Il primo problema di Franceschini è che il salone condiviso incassa i dubbi anche dei medi e piccoli editori, e di molti conoscitori del settore. Il sospetto, o il destino, è che in questa versione libraria del Festival musicale MI-TO, in scena in questi giorni per la decima volta, e che pure ha attraversato e ha i suoi problemini di governance bilaterale, finisca in questo modo: che gli editori facciano il mercato a Milano – l’industria editoriale è a Milano  – puntando con qualche ambizione, forse non proprio ben calibrata ai tempi nuovi e digitalizzati dell’editoria mondiale, a copiare la Buchmesse di Francoforte, che però è una fiera mercato. Mentre a Torino resterebbero “gli eventi”, l’allure culturale: “Il fuori salone del libro” è l’espressione maledetta che aleggia, smentita di qua, esorcizzata di là. Quella dei saloni è una guerra di natura industriale e tra sistemi-città, travestita da scandalo culturale, come accade sempre in questi casi. Una guerra in cui Franceschini (il governo) è stato più che altro tirato dentro. Ma non proprio innocente: a monte c’è la scelta, recente, di entrare, il Mibac e il Miur, nel cda della Fondazione torinese, che è un ente privato, un po’ per equilibri politico gestionali, un po’ sotto la pressione dell’Aie presieduta dal (piccolo) editore milanese Federico Motta, che però si è poi molto speso per l’operazione Milano. E adesso scoprire che quell’ingresso (e quei soldini) potrebbe essere stato messo invano, non è bello, nemmeno come immagine. Da qui una certa irritazione anche personale del ministro, che trapelava dall’intervista a Repubblica di qualche giorno fa.

 

La verità è che la guerra dei saloni è lo specchio di altre scelte. Una questione di logica economica, determinata dai grandi editori (milanesi) che ritengono troppo costosa la gita a Torino e vantaggioso l’apporto di Milano Fiera. Poi una visione della propria grandeur, la “Milan Renaissance”, che Milano mette in campo, benedicente il sindaco Beppe Sala e già esibita dall’assessore alla Cultura Filippo Del Corno nella gestione del MI-TO musicale, e che il sistema Torino invece da alcuni anni subisce. Ma bisogna andare con ordine.

 

Primo tassello, la questione culturale. Quando prima dell’estate l’Aie e Fiera Milano comunicarono la decisione di fare un nuovo salone del libro in Lombardia, e a Torino legittimamente si parlò di “scippo”, a schierarsi con Torino sono stati un po’ di scrittori e un manipolo di intellettuali, non tutti di sinistra, ma di qualità: “E’ davvero stupefacente che alcuni editori, in virtù della loro forza di oligopolio… possano illudersi di mettere sotto il braccio una realtà costruita negli anni – ormai sono quasi 30 – dalla passione di centinaia di migliaia di persone e portarsela da un’altra parte”, scrissero in un Documento. Però oggi dalla parte di Torino ci sono anche alcuni piccoli editori di qualità e prestigio associativo, da Sellerio a e/o, da Iperborea a minimum fax e Nottetempo, da Nutrimenti a Sur, consapevoli del rischio di perdere visibilità e ruolo in caso di trasloco. Marco Cassini, fondatore di minimum fax, aveva posto il problema “di metodo”: “Gli editori avrebbero dovuto essere interpellati in modo più serio e documentato, con una riunione plenaria, mentre la maniera avventurosa e avventata con cui si è presa questa decisione”.

 

Poi c’è il tassello più propriamente industriale, quello decisivo. Il Salone del Libro, negli anni, è diventato una Grande Libreria a beneficio del pubblico, che lo scorso anno vi ha speso quasi 28 milioni di euro. Una manna per i medio-piccoli, ma con la lievitazione dei costi non per i grandi editori, che non necessitano della grande libreria torinese per farsi vedere e per le loro ecomomie di scala. Non è un caso che sia stato Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato di Gems, il secondo gruppo editoriale italiano dopo “Mondazzoli” nonché leader della distribuzione con Messaggerie Libri, a spiegare perché l’Aie aveva dovuto “guardarsi intorno” e ha ricordato i costi di gestione alti, gli scandali sulla gestione e l’incertezza di indirizzo avvertita nella politica torinese. E a suggerire che la Fondazione di Torino, con tanto di ministero, è libera di “rilanciare con un nuovo progetto senza bisogno degli stand e dell’ancora costosissimo Lingotto. Che senso ha una grande libreria dove tutti perdono?”.

 

Meglio accentrare a Milano. E cogliendo l’aria di crisi, Fiera Milano s’è mossa. Poi non tutto è andato tranquillo, Fiera aveva promesso, a fronte di una governance al 51 per cento, di mettere per i primi tre anni l’equivalente dell’85 per cento dell’operazione. Cifre da rivedere. C’è infatti anche il tassello logistico del puzzle. Dopo che la società francese Gl Events che gestisce gli eventi del Lingotto era finita in un’inchiesta proprio a proposito del Salone del Libro, e verificato che la Fiat non ha più interesse a concedere la sua prestigiosa location a prezzi politici, si respirava già aria di trasloco, e la difficoltà a trovare un’altra possibilità non è così semplice. E a quaranta minuti di Tav, Milano Fiera è affamata di eventi.

 

Poi c’è il côté politico. Con Sergio Chiamparino e pure con Fassino una governance condivisa poteva forse reggere (anche se i disagi economici del comune della Mole sono maggiori). Oggi Chiara Appendino non solo non ha soldi da mettere, ma non ha dato finora segnali di grande interesse all’investimento culturale. A Milano, invece, Beppe Sala è uomo di sistema e adora le visioni integrate. Potenziare la sua Milano con un fiore all’occhiello editoriale di respiro internazionale (nelle intenzioni), dopo l’Expo e assieme al Salone del Mobile, non gli spiace. Solo che ora preferisce stare ecumenicamente alla finestra: c’è in pista il governo.

 

Sottotraccia, esiste poi una rivalità di campanili – si è all’opera praticamente sempre: nelle fusioni bancarie e nei patti di sindacato editoriali, nel MI-TO e nelle guerre di primogenitura culturale tra Einaudi e Adelphi (per non parlare di Mondadori quando arrivò Berlusconi) – che non ha mai permesso il decollo di quel “grande asse del nordovest” più volte sognato da alcuni lungimiranti. La verità è che lo scontro in atto è di visioni e sistemi. Milano ha imboccato la sua visione, internazionalizzazione economica e valorizzazione di se stessa attraverso la facilitazione pubblica dell’iniziativa privata (musei, fondazioni, saloni) e punta a continuare una strategia che la sta mettendo al centro dell’attenzione internazionale. Aggiungere l’editoria è un atout strategico. In tutto questo Torino, l’antico regno degli Agnelli, è costretta a inseguire, anche per dimensioni.

 

A Milano, però, non sono tutti così sicuri del futuro. Gli editori si erano inventati qualche anno fa Bookcity (ritorna a novembre) un grande successo per un’idea di approccio al pubblico diffuso in città, di poco costo, in grado di accontentare i grandi e i piccoli editori. C’è poi BookPride, iniziativa di nicchia e successo dedicata ai piccoli editori. Il rischio che questo modello venga fagocitato dalla Fabbrica del Libro è azzardato è paventato da più di un editore.

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