Perché gli svizzeri non hanno creduto alla manna dal cielo: reddito per tutti

I costi del reddito di cittadinanza – innanzitutto finanziari – lo hanno finora confinato a teorie dal gusto rivoluzionario. La proposta bocciata ieri, per esempio, sarebbe costata 208 miliardi di franchi l’anno, cioè un terzo del bilancio pubblico svizzero per stessa ammissione dei promotori. Per Richard Reeves, analista della Brookings Institution, si tratta di “un aereo cargo carico di soldi in arrivo dal Tesoro e non dalla Banca centrale”.
Perché gli svizzeri non hanno creduto alla manna dal cielo: reddito per tutti

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda Oikonomia, la mia rubrica su Radio Radicale. Qui potete ascoltare l'audio, di seguito invece il testo con i link.

 

Ieri in Svizzera è stato bocciato un referendum che proponeva di pagare d’ora in poi un certo ammontare, diciamo 2.500 franchi, a tutti i residenti della piccola Repubblica, ogni mese e senza alcuna condizione. I circa 2.261 euro sarebbero dunque stati ricevuti sia dai lavoratori sia dai disoccupati, sia dagli indigenti sia dai milionari, con una piccola aggiunta per chi avesse dei figli. A dire il vero, i 116.000 firmatari della proposta chiedevano soltanto una modifica di principio della Costituzione e delegavano poi al governo la stesura dei dettagli sull’ammontare e sul funzionamento di tale forma di reddito di base. Di conseguenza il comitato promotore si è potuto permettere di esprimere solo indicazioni di massima e a volte non chiarissime – a giudizio di chi vi parla – su modalità di erogazione e di finanziamento del sostegno. Certo è che gli stessi promotori parlavano di “reddito di base incondizionato” per coprire alcuni “bisogni fondamentali”: cibo, casa, assicurazione sulla salute, abbigliamento, uso dei trasporti pubblici, partecipazione alla vita sociale.

 

La prima formulazione di un reddito di base incondizionato, o del cosiddetto reddito di cittadinanza, si fa risalire comunemente a Thomas Paine, rivoluzionario anglo-americano vissuto tra il 1737 e il 1809, che proponeva di “creare un fondo nazionale per pagare, a tutti gli individui che avranno raggiunto l’età di ventuno anni, la somma di quindici lire sterline, a titolo di indennità del diritto naturale, di cui il sistema della proprietà territoriali li ha spogliati; e nel versare annualmente la somma di dieci lire sterline, per la durata della loro vita, a tutti gli individui che hanno raggiunto l’età di ciquant’anni, e agli altri, quando arriveranno a questa età”. Questi pagamenti, secondo Paine, avrebbero dovuto essere concessi “a tutti gli individui, poveri e ricchi”, perché “tutti gli individui vi hanno pari diritto, indipendentemente dalle proprietà che possono aver creato o acquisito per eredità o in ogni altra maniera” (1796).

 

In Italia molta confusione è stata generata dall’utilizzo troppo disinvolto di espressioni che in realtà indicano concetti ben diversi. Esattamente un anno, per esempio, dando conto di una mozione del Parlamento europeo sul “reddito minimo” come strumento utile a combattere la povertà, il comico Beppe Grillo commentò così sul suo blog: “C'è un'Europa che non delude i cittadini ed è quella che prevede il reddito di cittadinanza”. Ma davvero dal “reddito minimo” al “reddito di cittadinanza” il passo è così breve?

 

Per “reddito di cittadinanza” si intende normalmente una forma di reddito garantito universale e assoluto, erogato dallo Stato a prescindere dalla situazione di bisogno delle persone. E’ il caso sottoposto a referendum in Svizzera per intenderci.

 

Per “reddito minimo garantito” si intende invece più comunemente un sostegno attribuito dallo Stato una volta però che siano rispettate certe precise condizioni: si prenda per esempio il sussidio Hartz IV, di circa 400 euro al mese, che con le spese di affitto e riscaldamento e i contributi sociali arriva a circa 750 euro (senza contare i bonus per ciascun figlio), è erogato a persone tra i 15 e i 67 anni che siano ritenute abili al lavoro, che continuino a cercarlo e che non rifiutino le proposte di lavoro loro offerte dall’Agenzia federale del lavoro.

 

Ancora diverso il concetto di salario minimo, ovviamente. Mentre il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito sono forme di sussidio sociale, la prima indiscriminata e la seconda condizionata, il salario minimo consiste in una remunerazione minima, stabilita per legge, che deve essere riconosciuta ad un lavoratore dal datore di lavoro per la sua attività lavorativa.

 

Tornando al reddito di cittadinanza che è stato oggetto di consultazione referendaria in Svizzera, i suoi costi – innanzitutto finanziari – lo hanno finora confinato a teorie dal gusto rivoluzionario. La proposta bocciata ieri, per esempio, sarebbe costata 208 miliardi di franchi l’anno, cioè un terzo del bilancio pubblico svizzero per stessa ammissione dei promotori. Perciò Richard Reeves, analista della Brookings Institution, ha detto che una proposta simile fa impallidire per radicalità perfino l’ipotesi dell’“elicottero monetario” di cui ho parlato in questa rubrica a proposito di politica monetaria; il reddito di base incondizionato voluto dai referendari svizzeri, secondo Reeves, sarebbe stato come “un aereo cargo carico di soldi in arrivo dal Tesoro e non dalla Banca centrale”.

 

L’Italia non ha né un reddito di cittadinanza, né un vero e proprio reddito minimo garantito per è disoccupato, né infine il salario minimo per chi lavora. Proprio questo fine settimana Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia, riferendosi all’ipotesi universalistica del reddito di cittadinanza, ha detto che “se dessimo 500 euro per 12 mesi a ogni cittadino, il totale dell’esborso sarebbe pari al 20 per cento del pil, e questo è impossibile. Non è quindi questa la risposta dal punto di vista finanziario”, ha detto.

 

Eppure non mancano proposte radicali ma un po’ meno utopistiche in questo campo. Come quella dell’imposta negativa sul reddito suggerita dal premio Nobel Milton Friedman nel 1962, citata proprio dai promotori del fallito referendum svizzero. Ne parlerò nella prossima puntata.

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