L’Ombra di Dio

La recensione del libro di Alan Mikhail, Einaudi, 488 pp., 35 euro
1 LUG 21
Ultimo aggiornamento: 15:56
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Plutost Turcs que Papaux. Era questa la scritta con tanto di mezzaluna sulle bandiere protestanti. Basterebbe forse a illustrare quanto la fondazione ed espansione dell’Impero Ottomano abbia contribuito, varcata quella che consideriamo la soglia della Modernità, a definire in modo autentico lo sfaccettato prisma dell’identità europea e poi occidentale su scala globale. Il timore alternato a un’ambivalente ammirazione per “il turco che deve passare” – come si chiacchierava nelle osterie frequentate da Machiavelli – ha contribuito in maniera decisiva alle imprese di Colombo, allo sfruttamento delle Americhe e alla libellistica incendiaria della riforma luterana. La commistione di centralismo assoluto e mobilità sociale che ruotava intorno al Sultano in un complesso arazzo multiculturale suscitava irrigidimenti sprezzanti e tentativi di emulazione. Tra i nomi più celebri dell’Impero è facile ricordare Maometto II e Solimano il Magnifico, ma questa biografia dello storico Mikhail – ricca e suggestiva sebbene indulga in alcuni giudizi tranchant un po’ facili per riequilibrare precedenti impostazioni eurocentriche – è dedicata invece al nipote del primo e padre del secondo, il conquistatore dai sette nei profetizzato nei mercati, le cui reliquie sono ancora oggetto di contesa e legittimazione nella Turchia nazionalista di Erdogan: “La sua condizione lo destinava a una vita di agi e benessere principesco ma verosimilmente breve. Implacabile e freddo, imperturbabile e visionario, Selim aveva altri piani”. Piani che comprendevano il Cairo, magari il titolo sacro di califfo e la prosecuzione di quell’Impero Romano che restava “l’entità politica paradigmatica del Vecchio Mondo”. Il suo è un mondo raffinato e crudele dove si ribatte in poesia agli avversarsi e si prendono a calci le teste decapitate per inviare un messaggio ai vivi e ai morti. La sua gestione delle imposte e dei popoli assoggettati, l’accoglienza degli ebrei e la regolamentazione della schiavitù susciteranno nei paesi cristiani una coscienza identitaria perlopiù in contrapposizione a quella ottomana, benché non siano sporadici i casi in cui siano visibili reciproche influenze, con entrambi i blocchi (tutt’altro che monolitici) alla costante ricerca di conquiste storiche e narrative, si tratti di Gerusalemme o leggendari alleati cristiani nelle Indie. Una tensione dialettica che getta un’ombra così lunga che Cortez nelle sue missive avrebbe definito Montezuma “il sultano” degli Aztechi e ancora oggi negli Stati Uniti si possono trovare cittadine chiamate Matamoros.
L’Ombra di Dio
Alan Mikhail
Einaudi, 488 pp., 35 euro