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Tutti i piccoli e grandi dettagli che spiegano il fenomeno Kimi
Il “fenomeno della porta affianco” che a 20 anni è entrato nella storia, raccontato da chi l’Olimpo della F1 lo conosce bene
3 NOV 26

Foto ANSA
Ci sono due facce dello stesso campione. Da una parte c’è Andrea, o Andy, il ragazzo normale. Dall’altra c’è Kimi, il pilota che ha riscritto la storia. Il Mondiale di Kimi è quello della gioventù. Ma anche quello della famiglia. In Formula 1 non aveva mai vinto il Mondiale un ragazzo della sua età (20 anni, 2 mesi, 7 giorni) e, soprattutto, nessuno aveva mai festeggiato a bordo pista con mamma, papà e sorellina. Kimi è il campione bambino che parla come un adulto. Kimi è il campione che vive ancora con la paghetta dei genitori, anche se presto firmerà un contratto da una trentina di milioni di euro a stagione. Kimi è quello che va a lavarsi la sua Mercedes stradale da solo e si diverte ad asciugarla a mano. Kimi è il ragazzo che ha insegnato agli italiani di una certa età che cosa sia il “letsgoski”, quel modo di esultanza con indice e pollice che un tempo conoscevano soprattutto i surfisti. Avremmo anche potuto farne a meno, ma per lui questo e altro. Kimi è anche un ragazzo che sa piangere quando serve e non nasconde le sue emozioni. L’anno scorso, dopo l’ennesima delusione in pista a Spa, si era messo a piangere perché temeva di non essere all’altezza. Quest’anno ha pianto solo di gioia, fino al giro finale di Città del Messico: “Avevo così tante lacrime negli occhi che facevo fatica a vedere la pista”.
“Kimi è il campione della porta accanto”, suggerisce Luca Cordero di Montezemolo, uno che di piloti (e di vittorie) se ne intende. “E’ semplice, sereno e sorridente oltre che velocissimo. Ha la fortuna di avere accanto una famiglia che, come quella di Sinner, non vuole essere protagonista e lo aiuta a restare con i piedi per terra. Per questo io credo che lo vedremo vincere ancora molto e poi, magari, un giorno andrà anche alla Ferrari”. D’altra parte per uno che è nato a Bologna e da bambino giocava con un’automobilina rossa, come ha sempre pensato e detto Enzo Ferrari, Maranello non può che essere il luogo del destino. Basta non affrettare troppo i tempi. “Uno dei punti di forza di Kimi – racconta sempre Montezemolo – è stato quello di poter sbagliare senza troppe pressioni la scorsa stagione. Penso a Lauda, ma anche a Schumacher e poi a Hamilton e Verstappen. Tutti hanno commesso degli errori alla loro prima stagione. Kimi ha potuto farlo senza eccessive pressioni, guidando una Mercedes che però non era obbligata a vincere. Ha avuto la forza di imparare dai suoi errori e la squadra è stata bravissima a proteggerlo”. La sua grande fortuna è stata quel no della Ferrari quando aveva 11-12 anni.
“La Ferrari non aveva la struttura per poter far crescere un ragazzo così giovane”, ha spiegato spesso Maurizio Arrivabene che a quei tempi era il team principal. E poi se fosse andato in Ferrari non sarebbe mai arrivato così presto in prima squadra. Guardate Ollie Bearman, che continua a farsi le ossa alla Haas, rischiando di diventare vecchio. La stessa strada che ai tempi di Montezemolo fu fatta seguire a Massa, mandato a imparare alla Sauber. “Immaginatevi che cosa avreste detto e scritto se un ragazzo di 19 anni avesse esordito su una Ferrari andando a muro alla Parabolica al terzo giro della sua vita. Un italiano, un giovane, avrebbe avuto troppa pressione guidando subito una Ferrari, dobbiamo ammetterlo”, assicura Montezemolo che sa come funzionano certe cose. Lui stesso aveva dovuto difendere la scelta di Schumacher quando Michael, prima di cominciare a vincere, scivolò contro un guardrail a Monte Carlo. La pressione per chi veste in rosso è più alta che altrove. Lo ha capito anche Lewis Hamilton ancora prima di litigare con il suo compagno di squadra. Antonelli però è anche il pilota che quando sbaglia difficilmente ripeterà l’errore. A inizio stagione partiva male, spesso malissimo, scivolando dalla pole alla quarta posizione. Ora non sbaglia più. Fino a qualche gara fa sembrava allergico ai limiti di pista, li superava spesso prendendosi delle penalità. Oggi ha capito dove mettere le ruote.
“Se guardiamo agli ultimi anni, penso che Kimi assomigli a Max Verstappen. Anche lui è arrivato in Formula 1 dimostrando immediatamente di avere qualcosa di speciale da offrire. Kimi è uno di quei talenti che arrivano ogni vent’anni. E’ qualcosa di veramente speciale. Faccio persino fatica a trovare l’aggettivo giusto per descriverlo”, ha detto Mario Andretti, detto Piedone, l’ultimo campione del mondo di lingua italiana della storia (nel 1978). Americano di passaporto, ma italiano di cuore. Kimi ha saputo guadagnare in fretta il rispetto dei campioni che gli corrono accanto, quelli ai quali pochi anni fa a Monza chiedeva l’autografo. Vederlo celebrare il Mondiale sulle spalle di Hamilton e Verstappen è stata la perfetta chiusura del cerchio, undici titoli mondiali lo hanno accompagnato verso la gloria. Lui ci ha aggiunto il suo e sono diventati 12 mondiali in una fotografia che adesso diventerà un poster nella sua nuova casa a San Marino. Con quel numero 12, lo stesso di Senna, che lo accompagna da quando gareggia in monoposto e che non vuole abbandonare anche adesso che potrebbe indossare il numero uno di campione del mondo. “Tengo il 12 perché è un modo di restare con i piedi per terra, per restare concentrato sul prossimo anno”, ha spiegato, dandoci un altro esempio di come ragiona, di come sia qui per restare. “Questo è soltanto l’inizio”, ripete con il sorriso che non lo abbandonerà mai. “Una cosa che mi hanno insegnato è di cercare sempre di rimanere noi stessi. Non importa quanto successo tu abbia, dove ti trovi, dove corri. E’ importante rimanere sempre con i piedi per terra e godersi ogni momento”. Un insegnamento che arriva dalla famiglia. “Kimi avrà corso un’ottantina di gare con me nei kart – racconta Dino Chiesa, l’uomo che ha traghettato altri grandi campioni come Hamilton o Rosberg – ma suo padre sarà venuto una decina di volte a vederlo. Era impegnato con la sua squadra e lo faceva accompagnare dalla mamma. Ma Marco non è stato il classico papà italiano. Sa di corse, ma ha sempre lasciato fare a me, si è sempre fidato”. Un padre che faceva il pilota, ma non si intrometteva. Una madre che prima di tutto chiedeva al figlio di studiare e arrivare alla maturità. “Non siamo una famiglia da Mulino Bianco”, dicono Veronica e Marco. Ma sono certamente qualcosa che ci va molto vicino in un paese di genitori attaccati alle reti di stadi, palazzetti o piste di kart. “La grande capacità di Kimi è di adattarsi al mezzo che guida e arrivare subito a trovare il limite. Dopo un minuto lui ha già capito dove può arrivare. E anche quando è capitato, perché è capitato, che il suo compagno fosse più veloce, lui non si lamentava delle gomme, del motore o di altro. Voleva solo capire dove aveva sbagliato e dove poteva migliorare”, aggiunge Dino Chiesa rivelandoci un altro aspetto del suo carattere. Kimi non cerca scuse. “Kimi a dodici anni ragionava già come un ragazzo di vent’anni – aggiunge Gian Carlo Minardi che fu il primo a parlarne con Toto Wolff – ma non basta il cronometro per capire se un ragazzo ha qualcosa di speciale. Bisogna vedere come si comporta nel retrobox, come reagisce alle difficoltà…”. Tutti piccoli e grandi indizi che servono a spiegare il fenomeno Antonelli e come riesca a far passare in secondo piano i dolori provocati dalla Ferrari. Kimi piace a tutti e anche i tifosi della Rossa hanno capito che grazie a lui possono avere quelle soddisfazioni che la Scuderia non dà da quasi vent’anni. Il futuro è suo e chissà che un giorno non possa unirsi a quello del Cavallino. Quale migliore occasione per pensare al dopo Hamilton con il ragazzo, anzi l’uomo, che ha già preso il posto di Lewis in Mercedes?
L’unica domanda che resta senza risposta è: dove può ancora migliorare? Difficile da dire di un pilota che è quasi perfetto. C’è chi dice che dovrebbe imparare a essere un po’ più cattivo nel corpo a corpo. Chi si chiede come reagirà quando si ritroverà a lottare ruota a ruota con Max Verstappen. Qualche assaggio ce lo ha già fatto vedere. Pensate solo a come è andato a prendersi il podio di Città del Messico, con un sorpasso feroce e senza esitazioni a Charles Leclerc che era in crisi con le gomme, è vero, ma che nemmeno un ormai ex campione del mondo come Norris non è poi riuscito a superare. Insomma tanto tenero Kimi non lo è. Chi lo ha seguito nelle formule minori può confermare che quando c’è da osare e attaccare lui non si tira indietro. Probabilmente siamo davvero in presenza di un fenomeno destinato a durare nel tempo. Ha già riunito l’Italia dei ferraristi, ringiovanito il pubblico della Formula 1 e calamitato le lodi dei campioni di ogni sport, anche dei politici, sempre abilissimi a salire sul carro del vincitore. Kimi, naturalmente, non ha conosciuto Ascari, il suo predecessore nell’albo d’oro. Non ha visto correre Senna. Non era nato quando Michael Schumacher conquistava l’ultimo titolo con la Ferrari. C’è un filmato ormai famoso in cui, ancora bambino, chiede l’autografo a Hamilton. Eppure si è inserito nella loro storia con una naturalezza disarmante. Come se fosse sempre stato destinato a sedersi al loro tavolo. Il vero predestinato è lui.
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