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Il Mondiale di ciclismo dei senza Pogacar
L’assenza di Tadej Pogacar però non ha fatto diminuire l’interesse. Un po’ perché ci sono Mathieu van der Poel, Mads Pedersen, Paul Seixas, Tom Pidcock, Wout van Aert e Remco Evenepoel. Un po’ perché ancora si narra lo spettacolo di cinquant’anni fa, uno dei Mondiali più appassionanti della storia. E la speranza che possa andare ancora così c’è
26 SET 26

Il ciclista canadese Michael Leonard durante la cronometro individuale (foto LaPresse)
Della “Città del peccato del Nord” non c’è quasi più traccia. Eppure in America, per qualcuno – solitamente con la scritta “MAGA” da qualche parte in evidenza –, Montréal è ancora quella cosa lì. Nonostante il proibizionismo sia storia di un secolo fa. Ora Montréal è una città come tante, né più triste né più felice di altre, di certo non più la “capitale americana del peccato”. Gli americani ci vengono ancora, ma non più solo per bere. Non ci vanno più nemmeno solo per fumarsi le canne, la legalizzazione dell’erba è arrivata anche in qualche stato americano. Sono lì perché per una decina di giorni è stata la capitale mondiale del ciclismo. Questo fine settimana gli ultimi atti finali: oggi la corsa Elite femminile, domenica quella maschile.
Andò così pure nel 1974. All’epoca però era tutto diverso. Il Mondiale non era mai stato corso fuori dal territorio europeo e tra Canada e Stati Uniti si correva poco. I corridori erano visti come alieni. Un sondaggio fatto dalla Montreal Gazette, lo storico quotidiano della città, tra maggio e luglio del 1974 riportò che solo il 19 per cento dei lettori sapeva chi era Eddy Merckx – Merckx, il corridore più famoso del mondo – ma il 38 per cento sapeva chi era Roger de Vlaeminck. Non però per meriti sportivi: assomigliava un sacco a un attore che all’epoca piaceva parecchio.
Questa è un’altra epoca. A Montréal gli spostamenti mensili in bicicletta sono più di quelli in automobile e le autorità cittadine stimano che entro la fine del 2026 saranno più le persone che non utilizzano un mezzo di spostamento privato a motore almeno una volta a settimana rispetto a quelli che lo utilizzano. A Montréal le biciclette sono diffusissime, il ciclismo è seguito, Tadej Pogacar, Mathieu van der Poel, Wout van Aert e Remco Evenpoel sono più conosciuti dei calciatori della Nazionale di calcio canadese (non di quella di hockey, nda).
È da un anno che a Montréal si attendeva di vedere come se la sarebbe cavata Tadej Pogacar. Curiosi e appassionati erano pronti a vederlo per la terza volta in maglia iridata e lì fare la storia del ciclismo. E invece Peter Sagan continuerà a essere l’unico corridore ad aver vinto tre volte di fila i Campionati del mondo su strada. Lo sanno da un mese, da quando lo sloveno è caduto alla Vuelta. Saperlo però è una cosa, vederlo, o meglio non vederlo, è un’altra.
L’assenza di Tadej Pogacar però non ha fatto diminuire l’interesse. Un po’ perché ci sono Mathieu van der Poel, Mads Pedersen, Paul Seixas, Tom Pidcock, Wout van Aert e Remco Evenepoel. Un po’ perché ancora si narra lo spettacolo di cinquant’anni fa, uno dei Mondiali più appassionanti della storia. E la speranza che possa andare ancora così c’è. Il circuito finale è pressoché lo stesso: tre salitelle, molte curve, un percorso snervante e aperto a qualsiasi finale. L’assenza dello sloveno poi dà a tutti la consapevolezza che il Mondiale è vincibile. Pure l’Italia qualche speranza di podio ce l’ha con Giulio Ciccone, Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli. Per Lorenzo Mark Finn sembra invece un po’ presto.
Eppure un secolo dopo il proibizionismo quel senso di peccato resta. Questa volta non morale, solo un’esclamazione: non c’è Pogi, peccato!
