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Giulio Pellizzari farebbe bene a conservare il ricordo di questo Giro balordo
Il corridore italiano ha detto "non voglio conservare nemmeno un ricordo di questo Giro. Brucerò tutti i pettorali e tutte le maglie". Buone ragioni per conservare tutto di queste tre settimane finite come non avrebbe voluto, ma comunque finite

Giulio Pellizzari (foto LaPresse)
Domenica 31 maggio, al termine dell'ultima tappa del Giro d'Italia 2026, quella di Roma, Giulio Pellizzari sorrideva, ma di un sorriso tirato, disilluso. Negli occhi aveva tre settimane che aveva sperato fossero migliori e che invece si sono riempite di ombre di insoddisfazione. Ricordi freschi che hanno incupito pure le sue parole: "Sono orgoglioso di essere arrivato qui a Roma, soprattutto considerando come stavo in questi ultimi giorni. Ora mi libero di tutto. Non voglio conservare nemmeno un ricordo di questo Giro. Brucerò tutti i pettorali e tutte le maglie. Dopodiché, penseremo alla prossima gara", ha detto a Wielerflits.
Giulio Pellizzari fa bene a sentirsi deluso. Aveva immaginato un Giro d'Italia diverso. Era partito dalla Bulgaria con la voglia di fare del proprio meglio e il proprio meglio voleva dire una cosa soltanto: rimanere il più vicino possibile a Jonas Vingegaard. Quel Giro che aveva in mente si è materializzato sulla salita del Lyaskovets Monastery Pass, a pochi chilometri da Veliko Tărnovo. È durato una settimana, si è incrinato sulla strada che portava alla Cima Mammarosa, sul Blockhaus, quando le sue gambe non hanno retto lo sforzo di continuare a rimanere a ruota del danese che continuava ad accelerare il suo incedere dondolante seduto sul sellino.
Da lì i poi tutto quello che poteva andare male è andato male. Un virus lo ha debilitato, trasformando il tu che dava alle salite in un voi tanto formale quanto finto.
Eppure Giulio Pellizzari dovrebbe conservare i ricordi di tutto questo. Dovrebbe tenersi pettorali e maglie e ogni tanto guardarli. Perché nei giorni più difficili il corridore della Red Bull - BORA - hansgrohe ha dimostrato di non demoralizzarsi, di saper reinterpretare un Giro compromesso. Non è crollato salendo verso Corno le Scale nel suo giorno più sofferente, è andato più che bene a cronometro, è riuscito a difendersi benissimo sulle strade montane della Val d'Aosta. Prima del crollo per mancanza di energie nella tappa di Carì era sesto in classifica a quattro minuti e ventidue secondi dalla maglia rosa, a un minuto e cinquantasette secondi dal secondo posto e a un minuto e mezzo dal podio. Prima di Carì nulla era compromesso davvero. E questo nonostante i problemi di salute. Poi è andato in fuga, ha aiutato il suo capitano, è crollato di nuovo, ma più per mancanza di motivazione che per mancanza di gambe.
Giulio Pellizzari farebbe bene a tenersi tutto di questo Giro d'Italia bislacco e finito male. Perché spesso, nella storia di questo sport, sono le batoste a far diventare un buon corridore un gran corridore. Lo spiegò Miguel Indurain qualche anno fa a Marca: "Se mi guardo indietro penso che i miei cinque Tour de France vinti in carriera siano figli della crisi che ebbi salendo verso l'Alpe d'Huez nella Grande Boucle del 1990. Quel giorno mi sentivo pronto a spaccare tutto. Finì che all'arrivo arrivai spaccato io. Quel giorno mi servì come monito e come sprone. Ne conservo un ricordo orribile e positivissimo allo stesso tempo".
Il ciclismo è cambiato totalmente dai tempi di Miguel Indurain. Non è cambiato però il fatto che una bicicletta si muove grazie a chi muove i pedali. Non sono cambiati gli uomini che si mettono in sella. E un Giro balordo è sempre meglio di un Giro anonimo. Soprattutto quando questo Giro balordo è stato portato a termine.
