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Giro d'Italia. Vingegaard è stato di parola
Jonas Vingegaard aveva promesso di attaccare sulla prima grande salita della corsa rosa. Lo ha fatto e ha vinto la settima tappa del Giro d'Italia 2026. Giulio Pellizzari ha resistito per un chilometro, poi è scoppiato, superato anche da Felix Gall e Jay Hindley. Eulalio è ancora in maglia rosa
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15 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 03:53 PM
Foto LaPresse
Ci sono promesse che si perdono nel vento come parole dette nel vuoto assoluto di una cima montana o davanti a un mare invernale. In Svezia le chiamano promesse danesi. Non sempre i rapporti sono buoni tra vicini di casa, a volte può capitare di riversare su chi sta al di là di un confine difetti che non si vogliono riconoscere in patria.
Pur essendo danese, Jonas Vingegaard è stato di parola. C'è da chiedersi se gli svedesi non siano ingiusti nei confronti dei vicini, oppure se il corridore del Team Visma | Lease a bike sia un danese atipico. Jonas Vingegaard aveva promesso che sul Blockhaus avrebbe attaccato. Sul Blockhaus ha attaccato davvero. Mancavano 5.500 metri all'arrivo e il danese si è alzato sui pedali e sui pedali ha scaricato cattiveria e ambizione. Era venuto al Giro d'Italia per vincerlo, per potere essere l'unico corridore in gruppo a poter dire di aver vinto tutte e tre le corse a tappe di tre settimane. Aspettative di tre settimane. Nel frattempo la prima soddisfazione se l'è tolta, ha vinto la settima tappa del Giro d'Italia 2026.
Jonas Vingegaard sperava in una solitudine immediata, ne aveva bisogno. Non tanto per sé, quanto per far smettere chi continua a parlare di lui solo in contrapposizione con Tadej Pogačar. Anche quando lo sloveno non c'è. Per trovare la solitudine c'ha impiegato un chilometro e due accelerazioni. Alla sua ruota si erano aggrappati Giulio Pellizzari e Felix Gall. L'austriaco l'aveva abbandonata quasi subito, ha preferito salire alla velocità che considerava la più adeguata. L'entusiasmo della giovinezza Gall se l'è tolta di ruota anni fa, lungo quegli anni gregari che gli hanno insegnato soprattutto una cosa: non strafare. Non ha strafatto, ma ha fatto assai bene, si è trasformato in una macchia verde acqua alle spalle di Vingegaard, ha lasciato per strada solo tredici secondi.
Giulio Pellizzari l'entusiasmo della giovinezza invece ce l'ha ancora addosso. Soprattutto addosso gli si era attaccato il ricordo di quando sul Lyaskovets Monastery Pass – seconda tappa – è riuscito, e pure con una certa facilità, a non perdere un metro da Vingegaard. I tremilanovecento metri del Lyaskovets Monastery Pass non sono però i tredici chilometri e seicento metri del Blockhaus. E quei mille metri leggeri e veloci alla ruota di Jonas Vingegaard sono un buon auspicio e basta. L'italiano è forte, il danese al momento di più. Poco male per lui, non tutti i giorni a questo Giro saranno abruzzesi, non tutte le salite saranno uguali, non ci saranno più 233 chilometri da pedalare in un solo giorno.
Quel che invece spera Jonas Vingegaard è che Sepp Kuss e, soprattutto, Davide Piganzoli continuino a fare quello che hanno fatto oggi. Perché quello che hanno fatto oggi è stato un lavoro eccellente per permettere al loro capitano di fare ciò che sa fare meglio: essere un portento in salita.
Jonas Vingegaard li ha ringraziati dopo l'arrivo. Un abbraccio mentre scioglieva i muscoli sui rulli. Poi a parole nel corso delle interviste del dopo gara.
Interviste meno lunghe di quello che temeva. Perché Afonso Eulálio si è staccato, ma nemmeno troppo. All'arrivo è arrivato due minuti e cinquantacinque secondi dopo il danese ed è riuscito così a garantirsi almeno un altro giorno in maglia rosa. E con un margine di oltre tre minuti su Vingegaard e oltre tre minuti e mezzo su Felix Gall.
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Al Foglio dal 2014. Nato nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Insegue. In libreria trovate Girodiruota e Alfabeto Fausto Coppi. E dal maggio 2023 Lance deve morire, il suo primo romanzo.
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