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L'effetto che fa il ritiro di Tadej Pogacar dalla Vuelta
Il campione sloveno è caduto a trentatré chilometri dall'arrivo della ottava tappa e ha abbandonato la corsa che stava dominando

I grandi campioni del ciclismo, i super vincenti, non cadono quasi mai. È così perché raramente hanno esitazioni e i guai stanno alla larga da chi non ha esitazioni. O meglio, è bello credere che sia così, non c’è cosa migliore di dare fiducia a innocenti bugie senza conseguenze. Fatto sta che i grandi campioni del ciclismo, i super vincenti almeno, non cadono quasi mai. Per questo quando cadono ci si stupisce di più e ci sente invasi da un senso di ingiustizia. Tadej Pogačar è caduto nel corso della ottava tappa della Vuelta 2026, una Vuelta che stava dominando come è solito fare solo lui in questi anni e come pochi altri ci sono riusciti nella storia. È caduto nel corso di una tappa che poco o niente aveva da dire per i risultati delle tre settimane di corsa, di quelle, sempre meno, che premiano la tenacia dei velocisti, quelli che tutti vorrebbero far fuori dal gruppo senza poi riuscirci davvero.
Tadej Pogačar aveva messo in chiaro subito che lui era il più forte, aveva cercato di mettere minuti su minuti tra lui e tutti gli altri e ci era riuscito. Tra i Pirenei di Andorra aveva pedalato 50 chilometri in solitaria dipingendo sulle strade pirenaiche una delle sue più affascianti e lunghe imprese ciclistiche. Verso Castelló aveva accumulato ancora un minuto scarso, stupendosi del recupero di Enric Mas. Ieri aveva messo in saccoccia un’altra decina di secondi che non si sa mai. Il distacco sugli altri non era incolmabile, ma assai difficile, quasi impossibile, da recuperare. Aveva fatto tutto questo per essere più tranquillo nella seconda e terza settimana, per evitare che un piccolo problema lo costringesse a forzare più del necessario. Aveva altri programmi oltre la Vuelta: Mondiale e Giro di Lombardia.
Il ciclismo non è uno scherzo ma ha la sua ironia. Ogni tanto sacrifica qualcuno in nome del patto che ha fatto con quel diavolo d’asfalto. Questa volta è toccato al più forte, a Tadej Pogačar.
Non era mai successo. Non era mai successo che il campione sloveno se ne andasse da un grande giro a gara da finire. Non era mai successo che non salisse sul podio nella città di fine corsa.
È successo a causa di una sasso al bordo della carreggiata.
È successo oggi, in Spagna, a trentatré chilometri dall’arrivo, nei pressi di Simat de la Valldigna, un paese che è sorto per stupore dovuto alla bellezza dei luoghi. O così almeno narra la storia, che quando tratta di paesi e di epoche medievali, spesso sfocia nella leggenda. Fu Giacomo II d'Aragona che passando per quelle zone e stupito dalla magnificenza di quelle terre concesse all'abate di Santes Creus un appezzamento di terra – “quello che preferisce e della grandezza che ritiene serva” – per costruire una abazia “in questa terra degna della magnificenza di Dio”.
Una terra che ha tolto agli appassionati di ciclismo la bellezza dell’incedere di Tadej Pogačar da questa Vuelta.