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Dove sono i portieri italiani?
Marchegiani: ”Dietro Donnarumma c’è poco. Troppi gli stranieri”. L'ex portiere della nazionale, oggi opinionista Sky, su affanni e speranze del calcio italiano
5 SET 26

(Foto Ansa)
Portiere, numero uno, estremo difensore. Esistono molti termini per definire uno dei ruoli più importanti nel gioco del calcio, l’unico a cui il regolamento consenta di utilizzare le mani, seppur limitatamente alla propria area di rigore, là dove spesso si soffre quella solitudine di cui scriveva Eduardo Galeano.
In Italia abbiamo sempre avuto una grande tradizione di portieri. Oggi invece, anche in questo ruolo il nostro calcio soffre la crisi. Ne è testimonianza la scorsa giornata di Serie A: su venti squadre impegnate, soltanto otto hanno schierato dei titolari italiani. Cosa sta succedendo? Per farci un’idea, abbiamo interpellato Luca Marchegiani, ex portiere della nazionale, oggi opinionista Sky.
“Non è un caso – dice Marchegiani – È una tendenza. Secondo me stiamo vivendo un cambio generazionale di alto livello. C’è un gruppo consolidato, guidato da uno dei migliori portieri del mondo (Donnarumma), abbiamo tre o quattro portieri di ottimo livello di quella generazione”.
“Dietro di loro però non c’è granché, abbiamo qualche difficoltà. In generale, al movimento manca un po’ di esperienza, nel senso che sono poche le squadre che danno fiducia a ragazzi italiani. Manca anche un po’ di talento”.
Quando giocava lei, è vero che c’erano meno stranieri per squadra, ma ogni formazione del campionato poteva contare su un portiere di alto livello.
“Ci sono una serie di concause che hanno determinato la situazione attuale. La più evidente è la presenza di troppi stranieri, qualcosa che riguarda tutti i ruoli, non solo quello del portiere. Se prima non eri un portiere da Juventus, potevi comunque essere un portiere valido per squadre con ambizioni diverse. Ora anche quei posti sono occupati, perché queste squadre pescano all’estero profili con più esperienza. In Italia guardiamo poco alle serie inferiori, un po’ per scarsa abitudine a farlo, perché è più comodo comprare all’estero e un po’ per la regola che obbliga a schierare degli under in queste categorie. La mia teoria infatti è che le quote in C e in D abbiano danneggiato specialmente i portieri. Questo perché tante squadre scelgono di coprire la quota in porta, senza però che vi sia stata prima una vera selezione di questi ragazzi. Insomma, giocano perché devono giocare. Quelli bravi alla fine emergono lo stesso, com’è sempre stato. Al contrario però quelli che a ventitré anni hanno ancora bisogno di giocare per migliorare, non hanno più la possibilità di maturare, perché escono completamente dal mercato. È una dinamica che è sotto gli occhi di tutti. Ma noi invece continuiamo a dire che la regola degli under incentivi l’utilizzo dei giovani...”.
Ma questa benedetta scuola italiana dei portieri esiste o è un mito?
“Sono d’accordo con chi afferma che una scuola vera e propria non ci sia mai stata. La scuola la fanno i preparatori dei portieri. Prima i preparatori erano ex portieri di livello che portavano in campo la loro tecnica, le loro conoscenze, la loro esperienza, in modo abbastanza uniforme. Ora che il ruolo è diventato più complicato, esistono delle scuole di pensiero, ma non c’è un’unità di vedute che identifichi una scuola italiana. Ultimamente poi c’è l’idea secondo la quale è sufficiente che il portiere pari. L’importante è l’efficacia, non il modo in cui la si raggiunge. Non è così. I portieri di oggi sono estremamente preparati da un punto di vista fisico, molto completi nella gestione delle tante situazioni tattiche che la partita richiede, però sono carenti dal punto di vista della tecnica di parata. E infatti vediamo degli errori clamorosi”.
Allargando lo sguardo oltre la visuale dei numeri uno: è la Roma l’anti-Inter?
“In questo momento è la più accreditata. Certo, a fare pronostici dopo due giornate si rischia di farsi sbeffeggiare tutto il resto dell’anno – sorride l’ex portiere – Però oggi è la più squadra di tutte come atteggiamento. Mi hanno colpito molto le parole di Gasperini: dopo la partita di Lecce ha parlato in maniera entusiasta del gruppo, dell’attitudine della squadra, di come i giocatori lo seguano. È segno che vede qualcosa in questa squadra. E io mi fido di lui, perché è un tecnico speciale, che ha qualcosa di diverso dagli altri”.
E il Como?
“Sento in giro previsioni entusiastiche per il Como. In parte le condivido perché è una squadra che gioca bene e continua a mettere tasselli nella rosa (compreso Robert Sánchez, portiere ex Chelsea). C’è però l’incognita della Champions League. È vero, come dice Fàbregas, che la puoi giocare come fosse un regalo, però comunque la devi giocare. Inoltre il calendario dei comaschi non è impossibile, tolte le ultime due con Psg e Barcellona. Abituati a una partita la settimana, ora dovranno gestire cicli di tre gare. Per me comunque tutte le italiane possono arrivare ai playoff”.
Quest’anno finalmente si è affacciato qualche nome nuovo in Serie A: Tedesco, Abate, Aquilani... Come li vede?
“Con curiosità. Sono contento di vedere Tedesco in Italia. È un allenatore di cui ho sentito sempre parlare molto bene, ma non l’ho mai seguito da vicino. Per il resto sono contento di vedere tecnici nuovi e, in particolar modo, di vedere società affidarsi ad allenatori giovani, che però hanno fatto bene in carriera. Non sono panchine regalate. Mi auguro però che i club abbiano sposato in pieno queste idee e non le mettano in discussione dopo due sconfitte”.
Come mai i campioni del mondo 2006 fanno così fatica in panchina?
“Non è che uno, perché è stato un grande giocatore, debba per forza essere anche un grande allenatore. Arrivare ad allenare in A è difficile, non è una cosa alla portata di tutti. I posti sono pochi e alcuni ci restano per vent’anni. Bisogna essere veramente bravi per allenare una squadra di Serie A”.
Cosa ne pensa di quello che è successo con Maldini e Leonardo e cosa pensa di Mancini ct?
“Bisognerebbe sapere cosa si sono effettivamente detti i protagonisti della vicenda. Io credo che alla fine, dal punto di vista tecnico, la scelta di Mancini sia stata quella di maggior buon senso. L’uomo giusto è stato individuato. Detto questo, lo si poteva fare in modo meno romanzesco. Alla fine invece la scelta migliore è apparsa una toppa sul buco e questo non depone a favore di come è stata gestita la cosa”.