L'eliminazione di Djokovic, l'addio di Messi alla Nazionale e il tempo della maturità

Il campione serbo è stato eliminato al primo turno degli Us Open, quello argentino ha annunciato che non giocherà più con la maglia dell'Albiceleste. Le difficoltà dei campioni alle prese con gli anni che passano sono uguali alle nostre che li abbiamo tifati

1 SET 26
Ultimo aggiornamento: 11:24
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Novak Djokovic (foto Ap, via LaPresse)

I grandi campioni hanno un vantaggio: più libertà di scegliere quando dire basta, tanto uno sponsor o un contratto per andare avanti, anche oltre il limite naturale del tempo sportivo, lo trovano. Un vantaggio però spesso maschera uno svantaggio: c’è sempre qualcuno, e sono centinaia di migliaia di qualcuno, che ti suggerirà che il tuo tempo è finito e che è ora di smetterla, andare in pensione, finirla con la ridicolaggine di chi non sa staccare.
Novak Djokovic è stato a lungo uno dei più forti, se non il più forte, tennista in circolazione, per 428 settimane il numero uno della classifica Atp. Ora risente dei suoi 39 anni, pur essendo ancora il quinto tennista al mondo (anche se a breve uscirà dalla top ten come non accade dal 2018). Agli Us Open ha perso al primo turno in cinque set contro l’argentino Mariano Navone, numero 43 al mondo (ma solo dopo aver battuto il serbo), in preda alla fatica e al vomito.
Una sconfitta che è bastata a decretare la fine del campione, la necessità di lasciare il campo e abbracciare la pensione sportiva.
Che gli anni abbiano rallentato e appesantito Novak Djokovic è evidente. A 39 anni il suo fisico risente del tempo passato. Lui però confida nel suo talento e crede ancora nella possibilità di vincere un altro Slam: è pur sempre riuscito ad arrivare in finale agli Australian Open quest’anno.
Mentre Djokovic usciva dagli Us Open, un altro trentanovenne annunciava l’addio alla Nazionale: Lionel Messi. Anche all’argentino avevano consigliato di ritirarsi, di pensare al dopo. Anche l’argentino non ha ascoltato i sedicenti esperti e ha continuato. A luglio si è giocato la finale della Coppa del mondo contro la Spagna. L’ha persa, non ha giocato bene quella partita, ma è comunque riuscito a segnare otto gol nel torneo, diventando il secondo miglior marcatore della competizione.
Anche per lui vale il discorso fatto per Novak Djokovic: gli anni lo hanno rallentato e appesantito, anche il suo fisico risente del tempo passato. Il fatto che sia un campione di uno sport di squadra e che attorno a lui si sia creata una sorta di sacralità sportiva, assai retorica certamente ma comunque figlia di un talento epocale, gli ha concesso qualche attenuante in più.
Quel che è certo è che chiunque sia cresciuto ammirando i dritti e i rovesci di Djokovic e i dribbling e i gol di Messi è sul chi va là. Si trova nel momento nel quale si deve iniziare ad accettare l’arrivo dell’età della maturità. L’addio di un campione che si è tifato, a volte amato, è un problema soprattutto per chi lo guarda arrancare, per chi sa che un’èra è prossima alla fine. Spingerlo al pensionamento è un modo per cercare di non guardare in faccia il tempo che passa, per continuare a credersi giovani. Non vedere le sofferenze del campione che ha segnato le nostre gioie sportive della giovinezza ci concede l’ultima illusione che gli anni non si siano accumulati anche per noi.
Resta una sola domanda: si chiede a Djokovic di lasciare per evitargli brutte figure o per illudere noi stessi?