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Con Messi e Yamal la finale sa tanto di staffetta
Il calcio trasforma le coincidenze in destino: dalla bacinella al Mondiale. E pure Scaloni e De la Fuente: uno ha aspettato quasi dieci anni dentro la Federazione, l’altro doveva restare per due partite

Lionel Messi (Foto Ansa) e Lamine Yamal (Foto Ansa)
Quando abbiamo visto quella foto, stavamo scoprendo Yamal. Era due anni fa, la Spagna vinceva l’Europeo e volevamo sapere tutto di quel diciassettenne che si stava imponendo con straordinaria arroganza tecnica. L’abbiamo vista e, mentre scoprivamo anche il resto, abbiamo capito che la sua fortuna è stata, intanto, quella di essere stato benedetto da Leo Messi quando era ancora bambino. La foto è del 2007, scattata per un calendario benefico: la famiglia di Yamal ha vinto un sorteggio nel quartiere di Rocafonda, a Mataró. Il premio è una fotografia con un calciatore del Barça. Gli capita Messi, che ha vent’anni, i capelli lunghi, una certa difficoltà a capire come si tiene in braccio un bambino, ma in campo promette bene. Yamal ha sei mesi e si trova dentro una bacinella di plastica nello spogliatoio degli ospiti del Camp Nou. Il calcio produce coincidenze, il tempo le trasforma in profezie: diciannove anni dopo viene da pensare che a Yamal non potesse capitare nessun altro giocatore estratto a sorte. Il ventenne di allora adesso ha trentanove anni e ha preso fin dall’inizio per mano l’Argentina perché sogna di vincere il secondo titolo mondiale consecutivo, dopo averla riportata a un livello che non raggiungeva da quando la dieci dell’Albiceleste era indossata da Maradona. Il bambino del 2007, invece, promette ancora vent’anni di bellezza, ma intanto vuole vincere ancora perché l’Europa non è sufficiente se hai a disposizione il mondo.
Messi e Yamal sono l’Argentina e la Spagna, sono la finale del Mondiale. Giocano per vincere e forse anche per passarsi il testimone. Il calcio ama gli eredi perché gli eredi ci evitano il vuoto: quando un campione sta per andarsene, ne cerchiamo subito un altro con lo stesso numero di maglia, lo stesso piede, possibilmente la stessa traiettoria. Partire da una foto aiuta: quando Messi non era ancora Messi e Yamal, più semplicemente, non era ancora niente. Fino a oggi.
Anche gli allenatori della finale, per un certo periodo, non erano allenatori da finale. E forse, per quel lungo periodo, nessuno ha mai pensato che potessero diventarlo. Luis de la Fuente è arrivato nella Federazione spagnola nel 2013. Non era l’uomo scelto per rifondare il calcio nazionale. Entrò dalle giovanili. Under 19, Under 21, Nazionale olimpica. Ha attraversato la Federazione un torneo alla volta e ha conosciuto molti dei calciatori della Spagna prima che diventassero famosi, ricchi e indispensabili. Quando, nel dicembre del 2022, gli hanno consegnato la Nazionale maggiore, lasciata non da uno a caso ma da Luis Enrique, è sembrata una soluzione interna, non quella della rivoluzione necessaria. Lui non ha parlato: ha solo cambiato stanza in Federazione e ha preso in mano una generazione che non doveva scoprire perché l’aveva accompagnata fin là. Con la Spagna ha poi vinto la Nations League e l’Europeo, portando in finale mondiale una squadra costruita anche attraverso la conoscenza e la confidenza. Lionel Scaloni è arrivato in modo ancora meno solenne. Nel 2018 l’Argentina era uscita dal Mondiale in Russia con la sensazione di essere una squadra terminata male. Jorge Sampaoli se n’era andato, Messi si era allontanato dalla Nazionale e la Federazione aveva bisogno di qualcuno che preparasse due amichevoli. Scaloni faceva già parte dello staff tecnico. Aveva poca esperienza da allenatore e nessuna da commissario tecnico. Gli affidarono la squadra ad interim, una formula che di solito contiene già una data di scadenza. Doveva occupare la panchina mentre l’Argentina cercava un allenatore vero. Ma Scaloni agì da allenatore vero. Riportò Messi dentro la Nazionale, ma non gli consegnò la squadra: costruì una squadra nella quale Messi potesse tornare a essere felice. Partì ad interim, poi capirono che forse poteva essere lui l’uomo della rivoluzione. Siamo all’ottavo anno di interim, oppure la soluzione temporanea è diventata un’epoca: sono arrivate due Coppe America, la finalissima del 2022 e il Mondiale in Qatar. Uno ha aspettato quasi dieci anni dentro la Federazione. L’altro doveva restare per due partite.
In mezzo, un’altra foto che nessuno ha scattato: quella di quando De la Fuente era uno degli insegnanti di Scaloni al corso per allenatori in Spagna. Il tecnico argentino lo considera un maestro. Domenica l’allievo arriverà con un Mondiale già vinto; il professore proverà a vincere il proprio. Questa ha i protagonisti al contrario: ci sono De la Fuente, il maestro più anziano, e Scaloni, l’allievo che ha raggiunto per primo il punto più alto. Nella prima ci sono Messi, il grande campione, e Yamal, il ragazzo che viene dopo.
Storie che si incrociano e diventano una storia sola. Anzi, una finale. O, ancora, quattro modi diversi di attraversare il tempo. Messi lo allunga. Ogni torneo dovrebbe essere l’ultimo e invece diventa un’altra occasione per aggiungere qualcosa a una carriera che sembrava completa e invece ha ancora cose da dire. Yamal lo accorcia. Arriva prima dell’età prevista, all’Europeo poteva giocare i supplementari con un permesso per lavorare oltre la mezzanotte. Ha diciannove anni e lo vediamo pronto a sostituire quello che è forse il più grande calciatore della propria epoca. De la Fuente lo accumula. Anni di selezioni giovanili, tornei minori, calciatori osservati mentre crescevano, aspettando una promozione che forse non era nemmeno promessa. Scaloni lo trasforma. Due amichevoli diventano una Copa América, poi un Mondiale, poi un’altra finale. Il provvisorio che, giorno dopo giorno, diventa definitivo. Ora sono tutti nello stesso posto. Ma se li avessimo messi tutti insieme nella stessa stanza vent’anni fa, nessuno avrebbe potuto immaginare niente: nessuno sembrava coltivare l’ambizione di ritrovarsi, un giorno, a giocarsi la Coppa del mondo. A New York, alle tre del pomeriggio.