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Il Tour de France scaccia i soliti sospetti
Con i controlli antidoping notturni a Pogacar e Vingegaard, torna la paura. Anche quando il sistema funziona, basta un'ombra per riportare il ciclismo agli anni più bui
25 LUG 26

Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard (foto Ap, via LaPresse)
Era mattina, una mattina domenicale di metà luglio, di quelle un po’ appiccicose che partono stanche. Era mattina quando una paura ben oltre maggiorenne, che pensavamo antica, ha iniziato a stringerci stomaco, fegato e polmoni, stremandoci in pochi istanti come nemmeno qualche centinaia di chilometri in bicicletta. È bastata la notizia che nella notte tra sabato e domenica alcuni controllori dell’International Testing Agency (Ita) – l’organizzazione internazionale fondata nel 2018 per volere del Comitato olimpico internazionale (Cio) e creata sotto la supervisione della Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) con l’intento di promuovere l’indipendenza, la competenza e la trasparenza nella lotta contro il doping nello sport – erano entrati nelle camere di Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard, il primo e il secondo in classifica, per un test antidoping a sorpresa al Tour de France. Un test antidoping mirato in quanto, a loro giudizio, c’erano “seri e consistenti sospetti”, che è poi l’unica ragione per la quale possono essere autorizzati in Francia tra le 23 e le 5.
Chi ha vissuto la sua passione per il ciclismo dalla metà degli anni Novanta in poi è vaccinato a tutto questo. Certe cose le ha già lette, soprattutto le ha già sofferte. O meglio, è abbastanza vaccinato. Quella stretta a stomaco, fegato e polmoni la sente comunque. Perché quegli anni furono difficili, a volte tragici, capaci di infondere una triste disillusione, a volte un rifiuto, senz’altro il sospetto che tutto ciò che avevamo visto non fosse altro che una grandissima bugia.
Lo era davvero?
Eppure quelle corse, quelle tappe, le avevamo viste veramente. Molte le ricordiamo ancora.
Chi per ragioni d’età invece non è passato attraverso a tutto ciò assiste per la prima volta. Certo è un prima volta edulcorata dal ricordo condiviso, da inchieste, articoli e immagini facilmente reperibili, conosciute ai più, tramandate. Eppure era la prima volta. La prima volta di controlli notturni accompagnati da quelle parole “seri e consistenti sospetti” che portano con loro altri sospetti.
Il fatto che il ciclismo abbia fatto moltissimo per ridarsi una credibilità; che questo sport sia riuscito a inventarsi un sistema di controllo efficace per quanto imperfetto – il passaporto biologico (qui c'è una scheda per sapere come funziona) – che i corridori abbiano rinunciato a tanto, prima di tutto a buona parte della loro libertà, pur di smarcare questo sport dal pregiudizio che fosse nient’altro che uno sport di dopati, perché i ciclisti hanno perso la loro libertà accettando l’obbligo di notificare la loro posizione quotidianamente ai controllori dell’antidoping per eventuali test a sorpresa; beh tutto questo, ogni volta che l’ombra del doping si confonde con l’ombra di biciclette e corridori sulle strade, sembra sfumare, evaporare come le gocce di una pioggerella estiva sull’asfalto rovente del Tour de France.
Il sospetto è subdolo, scava piccoli solchi nel nervo ottico fino a deformare la nostra capacità di percepire ciò che osserviamo. Il sospetto basta a se stesso. Non accetta versioni alternative alla propria, una dittatura capace di escludere la possibilità di un errore. E quella domanda che ci si potrebbe porre ma che mai ci poniamo: i corridori meritano tutto questo?
“Quando nel 2019 avanzai la possibilità di adeguare tutti gli sport agli standard antidoping del ciclismo, a mio avviso il miglior sistema al momento in circolazione, fui guardato come fossi un pazzo”, racconta al Foglio sportivo un ex dirigente della Wada che preferisce restare anonimo. “Mi dissero, tra l’altro con apprezzabile franchezza, che se avessero proposto alle varie federazioni internazionali di adottare lo stesso sistema utilizzato nel ciclismo, sarebbe successo un casino, che nessuno avrebbe mai dato il via libera all’obbligo di notifica degli spostamenti e alla reperibilità totale. Mi dissero che questa era una invasione della privacy e della libertà personale da regime totalitario”, spiega. I ciclisti tutto questo lo hanno accettato. Hanno accettato i controlli antidoping a sorpresa, diurni e notturni, anche quelli extra a quelli di routine dopo la conclusione delle cors.
Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard non si sono lamentati neppure per quelli notturni al Tour de France 2026, hanno solo fatto notare che non era stato il massimo essere svegliati nel bel mezzo della notte dopo aver percorso una tappa da 3.800 metri di dislivello e con un’altra da 3.950 metri di dislivello da pedalare dopo poche ore. Tappa nella quale Jonas Vingegaard è caduto in un tratto in discesa e per quella caduta è dovuto ritornare a casa con una clavicola rotta. Le poche ore di sonno hanno influito? Il danese ha risposto che “l’orario era tutt’altro che ideale”.
Quel che resta di questa storia, è l’amarezza di non aver potuto vedere la tappa del Plateau de Solaison con il danese tra i protagonisti. E non aver potuto vederlo pedalare sulle salite alpine, magari accanto a Tadej Pogacar, magari dietro a inseguire. Chissà.
Quel che resta è soprattutto però quel brivido di sospetto che abbiamo provato, magari inconsciamente, magari senza nemmeno accorgercene. Ma quel sospetto è tornato. O, forse, non se ne è mai andato. Perché in questi anni, ogni volta che un corridore faceva qualcosa di meraviglioso, un’impresa capace di farsi ricordare negli anni, c’era chi tirava fuori le epoche passate, metteva in dubbio la capacità degli atleti di migliorare loro stessi e di migliorare ciò che avevano fatto i campioni degli anni che furono. Eppure lo sport è sempre stato un continuo miglioramento di ciò che è stato. Fa strano – e un po’ rabbia – che solo nel ciclismo tutto questo sembri un indizio di colpevolezza e non qualcosa che capita ricorsivamente.
