I Mondiali e l’eliminazione diretta della noia

Tra arbitri gratteriani, lacrime e commissari tecnici più bolsi di Bielsa questo è diventato il campionato del Mondo dei meme noiosi e della politica un tanto al chilo. Di peggio c'è solo Hassan che, dopo la vittoria ai rigori contro l’Australia, ha pensato bene di entrare in campo con la bandiera palestinese, come un Elio Germano qualsiasi

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Foto LaPresse

Sarebbe interessate chiedere all’acribia contabile di Ermes Antonucci una piccola analisi comparata, per stabilire se siano in percentuale maggiori gli sbagli di Gratteri nel mandare alla sbarra cittadini innocenti o se abbiano fatto più errori arbitrali i fischietti turlupinatori del Mondiale di Trump: un uzbeko, un australiano e un addetto Var venezuelano (sembra di stare in una barzelletta di Gino Bramieri). Per non parlare di quel che ha combinato la Commissione disciplinare della Fifa, la Cassazione del pallone, che ha revocato su ordine di Trump la squalifica a Balogun, puntero degli Usa che aveva quasi tranciato un piede a un avversario. In Italia siamo abituati agli arbitraggi peggiori del mondo, poi abbiamo acceso la tivù e ci è toccato tirare il fiato: meglio non esserci, che trovare un altro Byron Moreno. L’arbitro uzbeko ha chiuso gli occhi davanti alla guerriglia sudamericana del Paraguay: i francesi hanno rischiato caviglie e zigomi, ma lui non ha fatto un plissé. L’arbitro di Messico-Inghilterra è stato appena più decente. Ma, come ha notato Thomas Tuchel, con la sua aria da meticoloso ragioniere: “Semplicemente gli arbitri non sono abbastanza bravi, e neanche gli addetti al Var”. Anzi ha aggiunto, a proposito dell’affaire Balogun: “Se non sbaglio c’erano tre sudamericani al Var. Forse mi sbaglio, ma se è davvero così…”. Forse la finale sarebbe giusto affidarla a Gratteri.
Le lacrime del Brasile sono un topos letterario e antropologico connaturato e forse persino preesistente al futbol bailado, un abisso di sentimento risentimento fatalismo del più grande paese emozionale e rimescolato del mondo. Perciò checché ne dica Jack O’Malley, il birranfondaio del piano qui sopra, la retorica delle lacrime verdeoro è l’unica degna di un Mondiale, l’unica che in fondo dispiaccia perdere. Perché le altre, invece, è un vero piacere. Il resto della fuffa retorica che gronda dalla narrazione di questi campionati dell’infantinismo trumpiano ce la stiamo un pezzo dopo l’altro togliendocela dai piedi.
Il Paraguay, ad esempio. Questo Molise mondiale di cui nessuno si ricorda mai né sente il bisogno, tantomeno calcistico. C’è stato persino chi ha avuto il coraggio di tessere l’elogio (funebre) di questa gang di picchiatori portuali. Sudamericanismo d’accatto. Ma peggio ancora è stata la retorica sputazzata dal loro cittì. Gustavo Alfaro si chiama. Pure argentino. Pensavamo di esserci liberati per sempre del più incapace e patetico e populista allenatore della storia del calcio, il fesso Bielsa da Rosario, quello che non vuole posare per le foto per farsi notare di più, e ci ritroviamo con quest’altro Lino Banfi di Alfaro, l’allenatore nel pallone. Che dopo 90 minuti a menare Mbappé e altri tentati omicidi è riuscito a dire: “Noi abbiamo ragazzi che non hanno mai conosciuto il padre o che hanno dovuto aspettare otto anni prima di conoscerlo, ragazzi che hanno attraversato drammi veri e hanno affrontato giocatori che lottano per il Pallone d’oro”. Ma che c’entra? Comunque ce lo siano tolti dai piedi. Almeno per quattro anni.
Di peggio c’è solo Hossam Hassan, primo classificato anche prima di Alfaro Vitali. Hossam Hassan, l’allenatore nel pallone dell’Egitto. Nel mondiale dei meme noiosi e della politica un tanto al chilo, dopo la vittoria ai rigori contro l’Australia ha pensato bene di entrare in campo con la bandiera palestinese, come un Elio Germano qualsiasi: “Dedico questa vittoria al popolo egiziano e al popolo palestinese”, ha detto. Peccato si sia dimenticato (dimenticato?) che il suo paese, l’Egitto, durante la guerra a Gaza ha tenuto blindato il valico di Rafah meglio che Rabia e Hany la sua difesa, per impedire ai palestinesi di rifugiarsi nel paese “amico”. Del resto non abbiamo mai visto Hossam Hassan nemmeno sfilare in mezzo al campo con una bandiera con scritto “verità per Giulio Regeni”. Ipocrisia.
Altre retoriche più leggere, ma fastidiose come mosquitos nell’afa di Houston, le abbiamo rispedite. La favola bella di Capo Verde, che per la prima volta è andato ai mondiali (beh, con 48 squadre solo l’Italia è riuscita a non partecipare) facendo fuori nientemeno che Libia, Angola, Mauritius (mancava solo il Fronte Polisario) e ha fatto cacare sotto persino Leo Messi. Bene, sono tornati a casa e gli hanno fatto tanta festa. Mo’ basta, lasciateci vedere le partite vere. Stessa roba la favola bella del Curacao, “la più grande impresa della storia del calcio”, la nazione più piccola di sempre a qualificarsi. Bene, bravi, mo’ lasciateci vedere le partire dei paesi grandi. Compresa la Norvegia. Che arriverà dove arriverà. Ma la trovata instagrammabile del viking row e del tamburo si avvia a superare persino la noia delle vuvuzelas del Sudafrica nel 2010.